Goa 9

Siccome al tempo della quarantena da Covid non abbiamo molto da fare, beccatevi, ma non siete obbligati:
Goa 9
Goa continuava a cambiare ed ogni volta che arrivavo, praticamente più di una volta a stagione, trovavo nuovi locali e facce mai viste più da vacanzieri che da bei flippati di una volta.
La trasformazione della mia bella Goa era evidente soprattutto andando in giro per il Flee Market: a droghe e stracci degli hippies si erano aggiunti in numero soverchiante i banchi degli indiani.
Gli stracci stesi a terra con belle pallette di Manali o Bombay Black non si vedevano più sostituite da brevi scambi furtivi.
Mentre sono lì mi arriva una coppia di sposini torinesi in viaggio di nozze che non ricordo chi ha spedito a casa mia. Li accolgo, poi dopo avergli spiegato le attrattive di Anjuna e dintorni, avendo degli impegni li lascio ed esco. Era giorno di Flee Market così più tardi faccio lì una passata. Saluto Nilde, Federico che vendono le loro cose, lui faceva delle splendide magliette, incrocio Piero, Beppe, Roberta, Arci, Cecco e altri amici. Ti scorgo però i torinesi che ridevano come matti vicino a un banco che conoscevo bene. Mi avvicino e scorgo i soliti vassoi di biscottini da Flee Market. Cioccolata e hashish. Gli sposini ne hanno in mano una cartata per uno.
“Quanti ne avete mangiati?”, domando.
“Io otto.”
“Io dodici. Sono buonissimi.” E ridono.
“Va be’. Venite a casa con me.”
E a casa si vomitano l’impossibile e stanno male fino a sera. Non avevano mai fumato nemmeno uno spinello.
Goa era insomma diventata anche meta di viaggi di nozze e spero di essermi risparmiato scolaresche in gita.
Il tempo trascorreva piacevole tra le colazioni da Joe Banana, a quel tempo ancora un casottino tra le palme distanti dal mare, con le sue belle colazioni a pancakes e te all’indiana ben miscelato con il latte e le partite di backgammon a casa di Piero.
Veniva regolarmente la notte dei Ful Mpoon Parties e fino all’alba con l’ovvio aiuto di qualche additivo e della musica si stava in spiaggia. Una volta un acido si dimostrò un additivo in eccesso, se non il primo il secondo o il terzo in compagnia della Penny, la ex del Farina e ho ancora l’immagine di me steso al sole di mezzogiorno sulla spiaggia davanti casa avvolto nella mia vestaglia damascata. Una sudata storica, ma rilassato e sereno.
I miei business continuavano e alla grande. Girando per il Chor Baazar in quel di Bombay, dove facevo regolarmente scalo, mi capitò di vedere sul banco di un musulamano un’esposizione di scialli da collo in chiffon di cotone tempestati di lustrini dorati. Ne comprai una trentina: costavano il corrispondente di una ventina di lire italiane.
Tornato a Roma li regalai a un po’ di amiche; qualcuno lo vendetti a cinquemila lire e uno finì in televisione al collo della Goggi che era al massimo della sua auge.
Boom! Non sapevo a chi dare i resti.
Al viaggio successivo ne presi duemila e poi via via aumentai le dosi mettendo un laboratori del quartiere musulmano a produrli per me.
Questo mentre un altro laboratorio di sartoria lavorava sulle mie gonne e vestitini che facevo realizzare comprando sari usati di seta o comunque in tessuti pregiati.
La bella di cui ero innamorata insisteva a voler salvaguardare la sua indipendenza, così la incontravo quando tornavo a Roma e per chiudere l’assedio le diedi le chiavi della mia casa zona Porta Portese.

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