Goa 29

Pino Cino

 

Goa 29

Conoscere Mykonos era infilarsi in vicoli e strettoie assurde sboccando in minuscole piazzette colorate dai gerani dentro i vasi sulle scale e i gatti addormentati. Ti ritrovavi in una pace accarezzata da un refolo di Meltemi smarrito e un silenzio sempre inaspettato se sapevi che svoltando l’angolo ti ritrovavi nel vociare dei turisti e la marmitta rattoppata dei motorini. Non potevi non restarne affascinato e amarla quell’isola in un mare pennellato.

Ebbi anche la fortuna di sedermi a un tavolino del bar dove andavo a prendermi il cappuccino della mattina accanto a un signore distinto e di una certa età col quale iniziò una conversazione che si protrasse in successivi incontri. Fino a poco tempo prima era stato il direttore del locale museo, un edificio non grande e piuttosto spoglio di reperti e antichità famose.

Il museo reale era quel signore che di Mykonos giorno per giorno mi raccontava storie e segreti. Non avrei mai supposto fosse stata considerata nei secoli passati una delle peggiori isole delle Cicladi. Era lì che spedivano i malati di mente e gli ex galeotti. Era sassi e mare e chi non poteva dedicarsi alla pesca scendeva nelle miniere per lavorare allo scavo di metalli non preziosi.

Si può immaginare quale fauna si fosse formata nei secoli. Fisicamente non abbagliavano di bellezza e pare che anche come iniziative intellettuali fossero piuttosto indietro.

La fortuna di quello scoglio fu l’isoletta vicina, Delos. Di antico nome ma rimasta abbandonata anche perché la sacralità antica vietava nascite e morti.

Un cumulo di macerie vecchie di duemila anni che una volta affrancata la Grecia dall’occupazione Nazista destò l’interesse di intellettuali stranieri che non avendo possibilità di soggiornare ne tanto meno fare campeggio su quell’isoletta facevano cinque minuti di mare per dormire e rifocillarsi nell’isola lì accanto.

Cominciò così il riscatto dei Mykoniati che si chiudevano tutti in una camera per affittare il resto della casa a quegli strani turisti.

Gente di cultura, tra di loro molti omosessuali, all’epoca non si usava certo il termine Gay, che piano piano caratterizzarono il turismo in quell’angolo dell’Egeo.

Oltre che minatori o pescatori e marinai ai Mykoniati non rimaneva che emigrare ed indicandomi un terreno con al centro una casa abbandonata proprio di fronte a dove noi sedevamo tra bar, ristoranti, negozi e un susseguirsi di costruzioni, di quel pezzo di terra spoglio e racchiuso in un alto muro mi raccontò tipo c’era una volta che un popolano si innamorò ricambiato di una bellissima fanciulla.

Anche lei lo amava ma la cultura del tempo esigeva che a decidere fosse il padre di lei e questi si oppose.

Il ragazzo chiedendo a lei di aspettarlo scelse di emigrare negli Stati Uniti.

Trovò lavoro, la famiglia greca è un’altra mafia lontana dalla patria, e prese ad inviare denaro a suo padre e ai fratelli ordinando loro di acquistare un terreno in centro città e costruirci sopra una signora casa.

Nel frattempo la fanciulla fu costretta dalla famiglia a prender marito ma dopo breve tempo si uccise.

Il ragazzo a cui nessuno aveva comunicato la tragedia ritornò alla sua isola ormai ricco e la reazione che ebbe fu scappar via di lì senza mai più tornarci, lasciando tutto ai fratelli a patto che quel terreno e quella casa rimanessero intoccabili per sempre.

E’ ancora lì. Molti la osservano sorpresi di quel terreno spoglio tra tante preziose costruzioni ma io per fortuna incontrai il vecchio direttore del museo. Era un miniera di notizie e storie. Poi al caffè non venne più a sedersi e di lui non seppi più niente.

Mi vivevo quel posto ben felice di esserci capitato; con i tatuaggi era una fila ininterrotta fuori allo studio e soltanto aver scelto di darmi degli orari mi garantiva libertà.

Il tipo di clientela era il più eterogeneo che si possa immaginare. Potrei farne un atlante del genere umano incrociato anche perché la mia maniera di tatuare, che per personale credo andava da sempre al di là di un lavoro o una mera espressione d’arte, esigeva che prima di mettermi all’opera ci fosse uno scambio e un minimo di conoscenza. Faceva imbestialire il buon Gippi, giunto un paio di anni dopo a lavorare insieme a me: “Falla finita… faje ‘sto tauaggio… che te frega?”

Per me era importante sapere con chi avevo a che fare e cosa ci fosse dietro le loro richieste. Più di uno fu messo alla porta e invitato a tornare quando avesse saputo meglio il perché voleva un tatuaggio. Quale disegno era di meno importante.

Arrivò una ragazza isolana che voleva le tatuassi un fiore. Lo scambio che avemmo mi chiarì che aveva diciassette anni e parlando venne fuori che la sua passione era disegnare.

“Adesso te ne vai e quando compirai diciotto anno tornerai con un pezzo di torta del compleanno e un fiore disegnato da te. Allora faremo il tatuaggio.”

Fu quel che avvenne. Un anno dopo si presentò completa di fetta di dolce e mentre facevo il lavoro espresse il desiderio di poter lavorare nel mio studio.

A me poteva servire sicuramente con l’ottima mano che aveva nel disegnare e con il fatto che fosse greca ma mi disse anche che lo scoglio sarebbe stato il padre piuttosto geloso della sua unica figlia.

Era proprietario di un alberghetto con ristorante: un omone che portava i capelli lunghi appena screziati di bianco con una bella moglie francese. Me ne andai a pranzo al suo ristorante come un occasionale cliente. Parlava un ottimo inglese e fu facile fare conversazione avvertendo un moto di simpatia l’un per l’altro.

A fine incontro svelai le carte proponendo sua figlia Dafne come mia impiegata.

Mi guardò di sottecchi e “Ti affido il mio tesoro” sancì.

Con Dafne abbiamo lavorato insieme una decina d’anni creando tra noi un bell’affiatamento.

La ragazza era sveglia e quella volta che una faccia si sporse al di qua del paravento che separava me all’opera da i clienti in attesa e sorridendo mi porse una scatola dei miei sigari introvabili sull’isola, mi resi conto che doveva trattarsi di un vecchio cliente che io però non ricordavo: “Hi man! Give me five minutes!” fu la mia reazione.

Uno scambio d’occhiate con Dafne che sparì nell’anticamera per tornare in un attimo dicendo: “Steve. Americano.”

Era decisamente sveglia. Venne a tatuarsi una coppia francese completa di figlia sugli otto o nove anni. La signora voleva un fiorellino sulla natica e rialzato il vestito si mise a pancia sotto sul lettino. Io tatuavo, la bambina gironzolava senza dar fastidio, il marito in piedi alle mie spalle osservava.

La reazione alla puntura dell’ago è piuttosto variabile. C’è chi attacca a parlare e non la smette più. Chi si chiude in sé stesso e con evidenza si affida all’autocontrollo. Chi mugola, chi fa urletti. La richiesta per una pausa è abbastanza comune.

Unico il professore che non si tatuava se non teneva stretti nei pugni due magneti che considerava terapeutici.

La francese rientrava nel novero dei masochisti ma non quelli muti e afferrati da un segreto piacere ma di quelli che dal graffio degli aghi ricavavo una nota sessuale che da qualunque fosse il punto graffiato dall’ago si trasmetteva fino al pube. Ne ricordo diversi: perlopiù donne o gay.

La signora francese, una poco più che trentenne non particolarmente bella, cominciò fino dall’inizio ad inarcarsi lievemente, sollevare il sedere verso l’ago e muovere impercettibilmente i fianchi. Nulla di più ma arrivò il momento che la vidi scivolare con la mano sinistra sotto il fianco e io che sedevo un po’ più indietro alla sua destra vidi le dita far capolino sul triangolo dello slip e cominciare piano a carezzarsi.

Mi voltai a guardare il marito che rimasto imperturbabile evitò di incrociare il mio sguardo.

Non avrei avuto nulla in contrario ma la presenza della figlioletta lì accanto mi disturbava non poco.

Le diedi un colpetto con la mano sul culo e dissi: “No.”.

Forse mi ha odiato ma sfilò la mano da sotto la pancia e io terminai il fiorellino.

Andata via, Dafne mi disse: “Capo non hai visto l’altra gamba? Tutta la coscia era segnata da bruciature di sigaretta in fila.”

In dieci anni raramente ho sentito Dafne chiamarmi Pino. Per lei ero Capo.

 

 

Mi piace: 25Franca Cino, Alessandro Antonaroli e altri 23

Commenti: 7

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Alessandro Antonaroli

Racconti da vecchio lupo di mare!

 

Pino Cino

Mykonos una miniera di racconti

 

Alessandro Antonaroli

Pino Cino

tanto abbiamo tempo!

 

Bruno Chellini

Pino Cino

questi racconti mi portano indietro nel tempo……. Bellissimi

 

Pino Cino

Bruno Chellini

perché sei vecchio

 

Bruno Chellini

Pino Cino

hai ragione

 

Paolo Paci

interessante e divertente (ottima combinazione) come sempre.

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Una risposta

  1. Storie di tatuaggi 5000 anni dopo

    Chiedo scusa ma ho trasferito il post in Goa 29 e a seguire dove il tema è lo stesso, Mykonos e tatuaggio, per evitare ripetizioni in cui sono già incorso.

    Commenti: 12

    Paolo Paci
    Mi hai illuminato, sempre mi sono chiesto cosa spinge la gente a farsi tatuare

    Guerrino Zorzit
    Pino Cino che bello affresco! ciao Sciamano 🌠

    Claudia Ferrari
    beh che dire… mi hai ricordato bei tempi mio caro Pino🤣da Dallas con amore o il povero Angelis che ho sfanculato mentre mi teneva la mano durante un tuo …. intervento 🤣🤣🤣🤣🤣🤣

    David Checchi
    Si tatuavano anche lupe capitoline😎

    Pino Cino
    nel 1919

    David Checchi
    Pino Cino 1995

    Danilo Sensoli
    Fai affiorare , splendidi ricordi, della bella Mikonos, dei tuoi tatuaggi, ma soprattutto della tua amicizia e della immensa ospitalità .
    Un abbraccio grande e spero di rivederti presto.

    Sandro Ludovisi
    nutro seri dubbi sulle motivazioni della maggior parte dei tatuati ma, come dici, la indelebile permanenza ne fa una scelta comunque seria, eroica…

    Crihiris Bucci
    Una bellissima storia d’amore. Leggerla mi ha nutrito. La bellezza del capitale umano è una fonte inesauribile di nutrimento e gli incontri inaspettati colorano la Vita. Grazie per aver condiviso un tassello di te. Complimenti anche per il tuo modo di scrivere.

    Pino Cino
    Ricordo una splendida ragazza che veniva da Roma, Arrendendomi al suo diniego al tatuaggio, diedi un biglietto da visita dicendole che avrebbe potuto farlo a Roma il tatuaggio. Guardò il biglietto e osservò che mi chiamavo come sua nonna. Scoprii così che eri mia nipote. Eri bellissima. E il tatuaggio non l’hai mai fatto…

    Crihiris Bucci
    È stato uno degli episodi della mia vita più al limite con l’onirico…in aereo sognai nonna, venuta a mancare già da più di 10 anni, e per caso l’ultima sera della vacanza incontrai te. Ricononobbi in te qualcosa di me, pur non essendoci mai frequentati. È la bellezza di quegli incontri inaspettati dei racconti nella tua storia. Felice di averne fatto parte.

    Sergio Torrini
    Pino incredibile!!!

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