Goa 31

Pino Cino

 

Goa 31

Presto mi resi conto che il target di visitatori del “Mykonos Tattoo” era assolutamente eterogeneo. Nello studio di tatuaggi che avevo aperto nel centro nevralgico della città vedevo passare ragazzini napoletani e architetti giapponesi, psichiatri olandesi e ex galeotti di St. Quentin. Commesse norvegesi e nobildonne russe. Imprenditori egiziani e chirurghi brasiliani. Cantanti rock canadesi e calciatori tedeschi.

Questo per dire della gamma dei clienti che venivano a farsi tatuare mentre erano in vacanza a Mykonos, non a caso “l’isola della trasgressione”.

Due esempi di situazioni che solo lì potevano capitare. Entrambi rimarchevoli. Il primo per l’errore grossolano in cui caddi quando nello studio entrò il cinquantenne con evidente parrucchino in compagnia di un bel ragazzo giovane e palestrato. L’isola dei gay, per cui l’impatto visivo garantiva una diagnosi scontata: vecchia checca con giovane marchetta.

Sarcasmo che aleggia nello sguardo che io e Dafne ci scambiamo.

Errore di merda.

Avvocato astigiano, Paolo, reduce da mesi di chemio che alla condanna medica che gli dava due mesi ancora di vita decide di farsi un ultimo viaggio insieme a suo figlio e già che c’è si farà il suo primo tatuaggio. Una rosa blu sul petto così come fin da giovane aveva sempre desiderato.

Poi, a metà del lavoro, trova modo di mandar fuori il ragazzo a comprare qualcosa per sussurrare con tono complice al tatuatore che sta operando: “Mi ci devi mettere due lettere nascoste tra i petali che solo io posso vedere”.

“Ok, Pa’. Ma poi me spieghi che so’ ‘ste due lettere.”

“E’ la donna che ho amato tutta la vita”.

“Mi pare di capire che non è la madre di tuo figlio, eh?”

“No”.

Terminato il tatuaggio cercava di scorgere questi due segni nascosti tra le pieghe del fiore e quando le trovò, senza farsi scorgere dal figlio sorrise contento.

Altro esempio di incontri inattesi durante quella prima estate è il segretario della facoltà di Psicologia di Cambridge. Un dandy dal fare elegante per niente effeminato e che mi comunica che dopo aver riflettuto per anni ha preso la decisone di farsi tatuare sulla spalla il disegno di una felce stilizzata.

Non ho nulla in contrario e il gentiluomo si stende a pancia in giù sul lenzuolo candido e poi lo vedo prendere dalla tasca due pietre a forma di uovo stretto, lucido e scuro. Sono due magneti mi spiega e servono a evitargli di provare dolore. Per quanto incuriosito non commento e mi metto all’opera.

Alla fine si rimira nello specchio: gli piace, paga il dovuto e va via.

Ha lo stesso sorriso quando si riaffaccia sull’uscio il giorno dopo: “Libero? Posso avere un altro tattoo?”

Io avevo appena mandato via un

ragazzotto greco che aveva preso appuntamento qualche giorno prima lasciando un deposito per la prenotazione e che arrivato all’appuntamento dopo che ho passato il suo disegno nella macchina degli stencil e mi appresto a montare gli aghi mi dice che pagherà domani il lavoro perché al momento non ha denaro.

Ci sono già caduto altre volte e non potrei quantizzare i sospesi che mi hanno lasciato lì come in altri studi quindi rifiuto di farglielo. Insiste per un po’ ma vista la mia opposizione rimaniamo che non perderà la caparra ma che verrà un paio di giorni dopo.

Ovvio che non mi piace starmene con le mani in mano per cui ben venga il professore inglese. Cosa vuole? La medesima felce ma sulla spalla opposta.

Ne fu ben contento: si rimirava nello specchio e mi domandò di scattare una foto con la sua macchina fotografica.

Sempre i suoi magneti stretti nei pugni e non un movimento o una parola per la durata dell’operazione.

Quel che rende indimenticabile il professore è che prima di andarsene mi chiese un appuntamento per il giorno seguente e un terzo tattoo.

Appurato che lo voleva ancora tra le scapole lo sconsigliai data la sensibilità della pelle appena ferita. “Almeno un mese per la cicatrizzazione.”

“Allora tornerò il mese prossimo.”

Così fece.

Io da fare ne avevo in abbondanza: con un cartello con sopra nome e destinazione sbarcò da un volo dell’Olimpic la mia bambina giusto in tempo per incrociare Mattia, il fratello che insieme a un suo amico romano ripartiva dopo una vacanza breve.

Lui e il suo amico li avevo ospitati nella mia unica stanza per una notte appena poi li avevo piazzati in campeggio.

Veronica invece rimase con me per quasi un mese affidata quando dovevo lavorare a quella pessima ma intelligente babysitter che fu Dafne, tanto è che trent’anni dopo ancora sono amiche.

Mykonos cambiava aspetto con l’avanzare della stagione e arrivavano turisti europei a sostituire le orde di australiani che nei primi mesi erano stati numerosi. Ben disposti a un tatuaggio che ricordasse loro la visita in Grecia dal momento che moltissimi erano di sangue greco. Mi ritrovai così a tutare mappe e parole di cui non conoscevo il significato, ma fu tatuando un Kanji giapponesi che feci la fortuna di un giovane bagnino Mykoniate di cui ero amico.

Mi aveva portato un bel Kanji che voleva stamparsi ben grande sul costato che stava a rappresentare “il potere dell’amore”.

Internet era di là da venire così gli domandai se fosse certo del significato di quei segni neri tracciati con un pennarello su un pezzo di carta.

“Sicuro. Me lo sono fatto scrivere da un turista giapponese.”

Caso volle che sulla via davanti alla mia veranda transitassero in quel momento due ragazze decisamente gialle e io sapendo che il Kanji è comune tra giapponesi e coreani e certi cinesi presi al volo la chance e con il foglio in mano e il bagnino incuriosito al seguito scesi sulla strada e fermai le due ragazze chiedendo loro una traduzione della scritta. Si misero a ridere e tradussero per noi: “Potere della masturbazione”.

Furono graziose le parole del greco che sperava di rincontrare quel giapponese tra le risate degli astanti. Il tatuaggio saltò e tempo dopo venne per un tribale.

Uno dei tormenti abituali: questi baffi neri geometrici per lo più. Disegnato la prima volta da Zulueta, un tatuatore americano, che si era ispirato alla grafica geometrica dei tatuaggi Maori, il “tribale” si era diffuso come moda in tutto il mondo senza minimamente valutare la differenza tra i fisici scolpiti dei Maori e le braccia scarne che mi venivano offerte. Oltretutto tatuare un tribale era mortalmente noioso considerando la rigidezza delle forme e il nero irrinunciabile. Non so quanti ne ho fatti. Non lo voglio sapere.

Da valutare nel decidere o meno di fare un tatuaggio era anche la zona del corpo prescelta ed era una bella lotta convincere la ragazzina a non mettersi intorno all’ombellico un cerchio di fiori o anche una rosa tra i seni. Far comprendere che quelle aree sarebbero mutate con le gravidanze o un ingrossamento e talvolta riuscivo a farle ragionare altre volte mi toccava rifiutare.

Al signore greco di poco sopra i trent’anni rifiutai il quarto tatuaggio quando venne a chiederlo il quarto giorno. Al primo incontro, distinto con al seguito una bella moglie giovane e incinta, dopo una minima presentazione mi chiese di fargli un ippocampo sul fianco dove sarebbe rimasto nascosto dalla fascia dello slip. Si presentò il secondo giorno per avere un fiore all’altezza dell’osso sacro sempre sotto il segno dello slip. Terzo giorno: un cavalluccio alato sul lato opposto all’ippocampo sempre alla stessa altezza.

Come detto il quarto giorno rifiutai di farne un altro sempre da nascondere col tessuto delle mutande e questo dopo aver indagato cosa lo spingesse a quella stranezza. Era Human Resource Manager in una catena di supermercati di proprietà di un ebreo greco americano e il principale odiava il tatuaggio tanto che appena ne scorgeva uno sulla pelle di qualche dipendente prendeva di questi il nominativo e incaricava il suo manager di licenziarlo. Dal momento che spesso erano insieme nella piscina del Boss lui voleva che non potesse essere scoperto. Quasi un infantile dispetto a cui però non mi prestai più a lungo.

Tra andarmene al mare coi miei figli e far scoprire loro la cucina greca oltre agli incontri con gli amici che mi ero fatto e i soggetti che mi passavano sotto gli aghi, Mykonos era un bel vivere lontano dalla città e dall’ambiente della moda che avevo quasi scordato.

Settembre si avvicinava e la piccola doveva tornare a scuola così ce ne tornammo insieme a Roma.

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La Mykonos sconosciuta: le miniere e scorci notturni

 

Mi piace: 29Alessandro Antonaroli, John Flores e altri 27

Commenti: 10

Visualizzato da 131

 

 

John Flores

Bello!

Alessandro Antonaroli

John Flores

mi ricorda Ios, dove sono stato nel 75, che era meno mondana ma altrettanto bella!

Sergio Baldi

Alessandro Antonaroli sono stato ad Ios per quattro staioni prima di andare in india ed al ritorno per riprendermi un pò, si meno mondano di mikonos ma molto molto bella , la mia base era la taverna di Kostas Drakos in fondo alla spiagia di millopotas

Alessandro Antonaroli

Bei ricordi!

Sergio Baldi

molto

Paolo Paci

interessanti le miniere. Anche interessanti le ragioni recondite del perché farsi un tatuaggio, spesso romantiche

Claudio Bucci

 

Paolo Paci

Claudio Bucci

lo studio di cui si parla?

 

Claudio Bucci

proprio

 

Abigail Garfagnoli

Mykonos me la ricordo nel ‘71 o ‘72 – la primavera del Ciaj Shop. Bellissima. Ho passato un giorno sulle rocce di Delos, incontrando serpenti e pensando al dio Apollo

Paolo Paci

miniere di che?
  • Pino Cino

    niente di prezioso: allumina, ossidiana e bauxi
  • Pino Cino

    impossibile immaginare la Mykonos di oggi quando quei buchi nella roccia fornivano il sostentamento degli abitanti.
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