Goa 30

Pino Cino

17 marzo

Goa 30

“Stevem scarsi a fetenti!”

Il saluto di un napoletano verace ad un amico e riusciva sempre a trovarmi un tavolo anche quando eravamo nella bolgia di agosto.

Ero a Mykonos da pochi mesi ma mi sentivo a casa. Avevo le mie spiagge, i miei bar, i miei percorsi prediletti per spostarmi verso il porto o l’uscita città; un giro di amici che passavano a trovarmi allo studio per fare due chiacchiere e che io ricambiavo con incontri a casa loro o nei loro negozi.

Avevo i miei ristoranti dove potevo mangiare italiano, greco che cominciavo a conoscere e apprezzate, pesce fresco o cucina francese. Oltre ovviamente le pite e i kabab offerti da chioschi e negozietti.

Da qualche sera chiudevo lo studio intorno alle 22 per evitare la troppa gente che si accalcava all’ingresso e me ne andavo a cena da Massimo, lo stesso napoletano con moglie greca conosciuto all’angolo bar e adesso cameriere in quel ristorntino.

Mi mise a sedere a centro sala dove Massimo mi indicò e subito adocchiai una bionda in nero che seduta su uno sgabello al banco sorseggiava un drink.

Deformazione professionale ma gli anni passati tra stracci e straccetti mi avevano lasciato un occhio pronto a valutare il gusto di una donna nell’abbigliarsi per le diverse occasioni.

Non resistetti: avevo davanti agli occhi un esempio muliebre di eleganza.

Presi Massimo e gli domandai se sapeva chi fosse.

“Forse è venuta un’altra volta ma non so chi sia. Aspetta un tavolo.”

“Senti se vuol sedersi qui con me.”

Vidi Massimo dialogare indicandomi e mi alzai per accogliere la bionda che recuperata una pochette veniva verso di me.

Presentazioni, un nuovo drink prima di ordinare cena e vino.

Era svedese e psichiatra.

Discorrendo mi raccontò che non esercitava poiché impegnatissima con una trasmissione televisiva dedicata a donne e psicologia. Mi disse che quella era la sua prima vacanza da tantissimo tempo: quasi una fuga, la definì.

Da buona nordica beveva e quando le proposi una tequila downtown non si tirò indietro.

Speciale, con un viso regolare incorniciato da capelli corti che lasciavano venir fuori due occhi di un celeste carico. Bella la voce, il sorriso.

Camminammo fino a un caffè dietro al vecchio porto dove finivo regolarmente le mie serate. Un tavolino per due nello stretto vicolo e andiamo avanti a tequile finché sbotta con: “Oh… tanto lo so che tutto questo è solo perché vuoi portarmi a letto!” E non sorrideva.

Le mie solite botte di fortuna perché appena udito questo passano vicino al tavolo due trans che avevo tatuato: “Pinò…” e mi abbracciano e uno dei due andando via mi stampa un bacio sulle labbra.

“Margarethe, non c’hai capito nulla. Io sono gay. Figurati se voglio portarti a letto.”

Resta perplessa. Poi sbotta a ridere: “Scusa non l’avevo capito.” E giù un’altra tequila e diventa il classico fiume in piena e mi racconta che le hanno appena diagnosticato una non so che grave malattia delle ossa e che il suo compagno è il Primo Ministro svedese e che quando è venuto fuori del suo male quello per la prima volta le ha proposto il matrimonio.

“Tu capisci? Mai prima. Allora gli ho detto no e ho lasciato Stoccolma e me ne sono venuta qui dove ho un cugino architetto.”

Ridevamo di nuovo e bevevamo fin quando l’ho accompagnata all’albergo indicandole dove era il mio studio.

Il pomeriggio dopo stavo tatuando quando è entrata e si è seduta in un angolo della sala d’aspetto da cui mi osservava.

Ho terminato e sorridente mi sono avviato da lei. “Tu non sei gay.” Mi ha detto seria.

“Ma quale gay”, ho riso io. “Eri talmente in paranoia ieri notte che mi sono inventato il gay per farti rilassare.”

“Mi hai preso in giro.” Ed è andata via.

Era troppo bella, così la mattina seguente sono passato al suo albergo dove però mi hanno detto che era partita la mattina presto prenotando un hotel a Santorini.

Deviazione e da lì a una fioraia da cui a quell’hotel di Santorini faccio spedire 15 rose rosse.

Funziona sempre tanto che la sera appresso me la vedo sorridente sulla porta dello studio.

Altra cena; non vuole far l’amore mi dice, a meno che io non voglia altro che quello e quando le dico che mi basta averla conosciuta diventa una ragazzina felice. “Da te voglio un tatuaggio così non potrò dimenticarti mai.”

Lo facciamo sulla spalla dove si è manifestata la malattia, ho ancora la foto di un sorriso delizioso. Poi parte e tra noi ci sono quattro o cinque lettere. Mi scrive che si sposerà con il suo Primo Ministro e lo farà a Mykonos e mi vuole tra gli invitati.

Non so dove fecero la cerimonia però la raggiunsi nel locale dove avrebbero brindato e dove mi presentò al suo sposo che mi trasmise un’impressione di scarsa cordialità; lei nel frattempo mi raccontava che per la cena di fine d’anno alla casa del re aveva scelto un abito che le lasciasse scoperte le spalle guadagnandosi i complimenti di sua Maestà per il gioiello che aveva sulla spalla. Mi defilai presto anche perché ero in compagnia della mia innamorata giunta dall’Italia.

Ma non sempre rose e fiori: ci fu anche la volta dell’ingegnere greco canadese. Cinquant’anni, pistola automatica nel borsello, fidanzata ventenne che by the way se non se la pigliava lui e non ne strombazzava l’età pochi se la sarebbero presa data la stazza fisica e la pochezza dello sguardo.

Al loro primo tatuaggio e lui con solo due sedute ce l’ha fatta a portarsi via sulla spalla sinistra un mago scompigliato dal vento.

La prima seduta fu quando due settimane prima dovetti interrompere la stesura delle outlines per evitarmi una denuncia per percosse. Non mi restava altro dopo che avevo provato a convincerlo a star fermo, a smetterla di ritrarsi dagli aghi, a interrompere i mugoli intervallati da urli che accompagnavano la seduta.

Psicopatico? Oltre. Psicopatico ricorrente? Da gran premio. Soglia del dolore bassa? Inesistente e una capacità di esercitare il proprio autocontrollo al di sotto dello zero.

Ne ricordo pochi tanto ridicoli nella reazione al dolore.

Ho provato tutte le tecniche psicologiche a mia disposizione: blandito, sorriso, incoraggiato, indurito, ragionato, spiegato, minacciato. No way.

Dopo una mezz’ora in cui miracolosamente avevo tirato sulla sua pelle strasudata una traccia di quanto il disegno avrebbe dovuto essere, ho optato per una sospensione proponendogli di ritornare quando la pelle avesse cicatrizzato per ritentare l’impresa con previa anestesia.

Eureka!! Perché ieri l’Anestop mi ha dato agio di rifinire le linee, aggiungere un nero che facesse da sfondo all’immagine e giocare un po’ col fottuto mauve che lui voleva assolutamente avere.

L’applicazione del viola che è stata l’ultima fase ha coinciso con lo sbiadimento dell’effetto anestetico che dopo trenta minuti andava facendosi più blando. Il prode ingegnere ce la metteva tutta per resistere, lo vedevo sforzarsi come non aveva fatto la prima volta. Sapeva che non ci sarebbe stato appello e quel tatuaggio era il suo: lo voleva.

Appena la grafica del tatuaggio è apparsa plausibile ho dichiarato finita l’opera e la reazione è stata parte delle memorabilie: lacrime di commozione a bagnare le ciglia e a me un bacio e un abbraccio colmo di trasporto.

E’ uno di quei casi in cui mi piacerebbe seguire il cliente per cogliere i momenti in cui farà vedere ad amici e parenti il suo tatuaggio.

Il delizioso, pericoloso, psicopatico ingegnere perché quella prima stagione a Mykonos di personaggi originali me ne offrì non pochi col trascorrere dell’estate.

 

Mi piace: 25Franca Cino, Alessandro Antonaroli e altri 23

Commenti: 8

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Margherita Crispy

bellissima, vorrei esserci adesso

 

Pino Cino

dimmelo a me!

 

Fabrizio Leita

 

Alessandro Antonaroli

Stupendo anche il video!

 

Pino Cino

una sera dalla terrazza di casa

 

Georgios Stamatiades

…..

 

Claudia Ferrari

che ricordi…

 

Sergio Sarri

Bellissimo

 

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