Ciao Robe’

Allora è tempo di rimettere mano alle memorie di Goa o giù di lì. Quei luoghi che hanno fatto da scenario ai tempi della gioventù. Qualcuno ha liquidato con un briciolo di sarcasmo “le sue memorie” questo mio ripescare nella memoria immagini e impronte che il trascorrere del tempo ha rispettato lasciandole qui.

Il blog, nato in ossequio al Boccaccio e il suo pretesto per trasformare una fase di quarantena in un capolavoro letterario, si è via via trasformato in una cernita di ricordi individuali lasciando perdere racconti e storie.

Personalmente ho frugato all’indietro la mia vita senza seguire un ordine cronologico o un tema che coordinasse gli scritti.

Arenato da un po’ di tempo agli ultimi ricordi ancorati alla fase trascorsa a Mykonos, FaceBook, e non so attraverso chi, mi ha coinvolto in un gruppo dove vecchi hippies da tutto il mondo postano foto o ricordi legati a quei viaggi: “Hippie Trial”.

Mi sono ritrovato a riportare in inglese le tappe del mio viaggio del 1970 dal nord dell’Afghanistan verso Venezia seguendo le tracce di Marco Polo.

L’idea di tale impresa l’aveva tirata fuori mentre gozzovigliamo a Goa il Boccanera. Roberto.

Siccome due giorni fa ha deciso di lasciarci, un infarto improvviso, mentre poco fa mi fumavo il sigaro del dopo pranzo non levandomi dalla mente il pensiero di lui mi è sembrato giusto mettermi alla tastiera e rendere su carta quante cose ci hanno unito in mezzo secolo.

Cominciamo col dire che era un divertito scortichio di palle il parlare di morte col Boccaccia: dichiarava che ci avrebbe seppellito tutti prevedendo di arrivare a 152 anni. Risposte scontate era che avrebbe costretto anche noi a quell’età per fargli i funerali.

Di scherzare non abbiamo smesso mai da quando, era già successo di conoscerlo a Roma, ci raggiunse a Goa completo di moglie incinta che poi partorì a Mapuca uno dei primi bambini occidentali nati lì.

Una bella amicizia sempre pronta a uno scherzo o una battuta come era nel suo carattere.

Tornati in Italia, modo di dire perché si era sempre in viaggio tra Afghanistan e India, Roberto e Bruna si trovarono una casina il cui nome ben la descrive, Pietreto, a due passi dal lago Trasimeno dove andavamo a trovarli fin che finii per prendere casa anche io. Altri reduci dalle spiagge di Anjuna erano anche loro in quell’Umbria accogliente e tranquilla. Roberto si era inventato un business di antichità seguendo il suo istinto di viaggiare e ricercare cose belle e particolari.

Nella casa che insieme a Bruna si comprarono tra Toscana e Trasimeno potevi trovare la stessa quantità pittoresca di un baazar di kilim afgani o indiani insieme a una scelta di mobili e suppellettili portate lì da ogni viaggio. Indimenticabile una vasca da bagno dell’antica Roma spedita da Bombay back fin qua.

Negli anni si era riempito gli ampi spazi di quella vasta casa vendendo via via un terzo di quanto importava.

Sentimentale come era si era trovato un socio degno di lui: un suo amico di infanzia.

Quanti Natali, Pasque e compleanni abbiamo festeggiato insieme?

Quante prese in giro!

Avevamo incominciato negli stessi anni a Roma a fare tatuaggi. Prima con aghi tenuti insieme da un po’ di filo e una boccetta di inchiostro di China, poi pescando ognuno per proprio conto un paio di macchinette da tatuaggio.

Ci prendevamo in giro uno con l’altro, pronti a far fronte comune quando c’era da sfottere qualcun altro che si affacciava al mondo del tatuaggio. Parlo degli anni 60 e c’eravamo dati pace soltanto invecchiando e vedendo intorno a noi la moda dilagare.

Scrivendo sull’Hippies Trial americano soltanto una settimana fa una tizia sconosciuta precisava di ricordarsi di noi a Kabul all’epoca e di portare ancora un tatuaggio fatto da un certo Boccanera.

Copia e incolla e l’ho spedito via Whatsapp a Roberto: mi ripromettevo di chiamarlo nei prossimi giorni per raccontargli anche di quello.

Ci sentivamo abbastanza spesso e finivamo regolarmente con la sua promessa di venire a Roma a trovarmi insieme a Bruna.

Che storia d’amore lunga mezzo secolo quella loro.

Lei non lo sopportava più; lui si mostrava scocciato dalle interferenze di lei. Praticamente da sempre.

Esempio eclatante è un momento a Baga dove vivevamo entrambi nel 70 quando una mattina mi vedo arrivare inattesa Bruna che mi comunica che si sono lasciati e verrà a stare a casa da me. Lei con un pancione prossimo all’evento e lui che è partito per Panaji dove prenderà una nave per Bombay.

Io mi dedicai a buttare il tutto in burla con lei mentre Pierfranco, altro amico di Roma presente lì con noi, salta su un taxi e va a recuperare Roberto al porto.

Tutta la vita insieme così, crescendo due figli e poi i nipoti arrivati, volendosi un gran bene senza mai dichiararlo.

Duro il colpo per la mia amica Bruna questo tradimento prima dei 152 anni!

E’venuto di parlare di Roberto raccontando in inglese di quel nostro viaggio a cavallo lungo la Via della Seta.

Eravamo a Goa nei primi mesi del 1970 e sapevamo che da lì ci saremmo dovuti spostare un po’ perché si approssimavano i monsoni e un po’ perché i fondi andavano assottigliandosi.

“Perché in Europa non ci torniamo a cavallo rifacendo la strada di Marco Polo?”

Se ne venne fuori Roberto con questa idea che colse me e un suo amico veneziano subito d’accordo.

I soldi per ritornare a Kabul li avevamo, poi bastò che Roberto denunciasse lo smarrimento di passaporto e dei Travel American Express che ancora aveva, io usai la mia abilità nel rifare il bollo a secco su una mia fotografia che appiccicata sul suo documento smarrito mi trasformò in Roberto Boccanera, proprietario di un po’ di travel cheques.

C’era il problemino che Bruna e Roberto si portavano dietro un pargolo di pochi mesi così che lei e il bambino rientrarono a Roma e Roberto, Geppi il veneziano ed io ci dirigemmo a nord Afghanistan per comprare i cavalli e dare il via all’impresa.

Non era facile per il Boccanera seguire il corso della sua idea e sapere di avere una moglie con prole che stava ad aspettarlo; i fondi che diminuivano sempre più furono il pretesto perché lui ci lasciasse lungo la strada e tornasse in Italia a reperire soldi.

Quando fece ritorno a Kabul dopo circa due mesi soldi non ne portò gran che ma soprattutto non c’erano più i cavalli, impossibili da mantenere senza pecunia e l’idea della Via della Seta era ormai svanita.

Chissà se fosse qui a commentare quel che scrivo sarebbe come sempre a ribadire che fu colpa mia e di Geppi a non averlo aspettato in quel tempo. Capitava ancora oggi di scherzarci su.

Insomma mille ricordi comuni, aver visto insieme crescere i rispettivi figli. Invecchiare facendone motivo di scherno. Fintanto che la solita telefonata settimanale questa volta è per dirti che il Boccaaccia, o Bocchetta come lo chiamava la mia bambina da piccola, se n’è andato. Dicendo ai figli e alla moglie di salutare tutti, così mi dicono. Con un Ciao.

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