“hija de puta”

In quale casa mi trovo?

La “hija de puta”, bella persona, era una delle infermiere che mi facevano visita ogni mattina a casa per fare controlli e terapie: cure paliative domiciliari.
La spagnola, perché era spagnola, con la quale si creò un rapporto differente dal resto del personale che si alternava per venirmi a prendere la pressione, controllare la glicemia, ammannirmi medicinali vari e soprattutto per farmi da sostegno anche perché la terapia per combattere il cancro avevo scelto io di interromperla dopo tredici anni avanti e indietro da un ospedale.
La Spagnola, degna di una maiuscola, si era anche industriata a farmi massaggi ai piedi carichi di dolori dentro le ossa e in quattro cinque volte mi aveva restituito di stare diritto sulle gambe e muovermi dentro casa.
Il rapporto più intenso si creò quando parlando mi raccontava di essere stata l’infermiera del re dell’Afghanistan, Zahir, e di essere andata a Kabul, la interruppi divertito con uno “Shemà farsi mefama?” che poi significherebbe “Tu capisci il farsi?” Sentito a Formello era in vero sorprendente. Ma come ho detto la signora era sveglia e mi rispose in farsi così che scoppiammo a ridere insieme.

Ho dovuto smettere di scrivere e recarmi presso la medicheria qui accanto. Una dottoressa, un’infermiera e una OS.
“Scusate l’intrusione ma è così bello sentirvi ridere che dovevo venire a dirvelo.”
“A noi non resta che ridere!” E giù altre risate. Ho augurato loro una buona serata, sono le 9 e cambiano turno, se ne vanno a casa.
Hanno passato non so quante ore a pulire i malati immobili nei letti, li hanno svegliati sorridendo al mattino, chiamandoli per nome e scherzandoci dove fosse possibile. Gli han portato la colazione, li hanno imboccati; proceduto alle cure della mattina e così avanti per tutta la giornata.
Le tre che c’erano oggi, pensavo mentre tornavo nella mia stanza, farebbero felice e orgogliosa la Cicely Saunders: esattamente quanto raccomandato dalla creatrice delle cure paliative.
Il dolore non è soltanto fisico, è che, pur essendo indispensabile tenere sotto controllo “il dolore costante in modo costante”, ci sono bisogni emotivi, sociali e spirituali che sono altrettanto importanti ed emergono prepotenti soprattutto quando la vita volge al termine.
Tutto questo io mi sono trovato a viverlo senza paure o smarrimenti. Smarrite le gambe ma ho con me un bastone, smarriti gli occhi ma Alexa e il Mac mi leggono i libri che compro su Amazon o che un’amica mi ha mandato.
I libri. Sono qui, parcheggiato e in attesa, e la mente a zonzo mi tira fuori il ricordo vago di un libro che so di avere amato. Non ricordo né il titolo né l’autore.
La domenica seguente, l’abituale pranzo a casa mia coi soliti amici, ne faccio cenno.
“C’è implicato Casanova, fuggito dai Piombi”.
E Daniele e Alberto Dentice sfoderano i terribili telefonino e un attimo dopo sollevano il velo della mia confusione.
“La recita di Bolzano” dalla penna di Sandor Marai.
“Si è quello!” Esclamo soddisfatto, e il pomeriggio stesso tornato alla mia maison mi metto in cerca dell’audiolibro, dal momento che la mia vista ormai è andata a puttane.
Un paio di truffe tipo “noi l’abbiamo” ma per prima cosa iscriviti a 50 o 60 euro. Trovato il modo di inserirmi nel sito e “La recita di Bolzano” nel catalogo non c’era proprio.
Diversi giorni di affannosa ricerca poi lo pesco su Amazon, il moloch onnipotente, e lo acquisto in ebook che la fida Alexa, recuperata a casa, mi leggerà.
Ha premesso che ci sarebbero volute 8 ore ma poi, pur costringendomi spesso a emettere uno stentoreo “Alexa stop!” e riflettere su cosa significasse quella parola che mi aveva appena letto storpiando, da buona intelligenza artificiale, l’accento, ma andando avanti nell’ascolto mi sono abitua e siamo arrivati così alla fine del libro.
Alla spinta che era venuta a sorpresa a rileggere un romanzo già letto vent’anni prima si era aggiunta la curiosità destata da mia figlia che al telefono mi aveva raccontato di essersene incuriosita quando vent’anni prima io ne straparlavo e di aver avuto l’impressione di ritrovarci me in quella storia.
Io sono convinto che sfuggano a noi umani frettolosi, superficiali, cieche e sordi i segnali che il fato sparge sulla strada davanti ai nostri passi e dopo non essermi spiegato perché proprio quel titolo, capita anche che la giovane infermiera che più mi piace tra le tante, venga in stanza mentre Alexa legge, si ferma ad ascoltare incuriosita e conclude che le piacerebbe leggerlo.
Sempre Amazon, e il giorno dopo gliene ho fatto dono.
Non un romanzo facile ma per me significativo: uno step where?
Gli steps. La già citata mente a zonzo, starsene in una stanza, con bagno e vista panoramica annessi, per 24 ore non è facile.
Ti trovi a tirar su dei ricordi che non sapevi di avere. Più o meno interessanti.
Interessante quello dell’unico uomo con cui ho giaciuto. Tralasciando la memoria di altri uomini con cui ho diviso un intercorsi insieme a una femmina, durante una puntata a NewYork non so chi mi porta al “54” che al momento era il top e appena entrato vado a sbattere su Diana che tempo addietro avevo scelto su un book d’agenzia quando a Milano c’era da fare una sfilata di presentazione.
Con reciproco trasporto saluti e abbracci e con spontaneo piacere ci scambiamo un bacio sulle labbra quando sento la sua lingua spuntare fuori e cercare strada fra le mie labbra.
Mi stacco per guardala sorridendole e anche lei mi sorride: “My room is next by. Shall we…”
“Lets go” faccio io e giù dal taxi cinque minuti dopo siamo lì a spogliarci e io a giocare coi suoi seni e tutto l’ambaradam sessuale che spunta naturale al primo incontro.
Un coito appassionato e prolungato poi la prammatica sigaretta, un sigaro per me, a pancia all’aria sfiorando appena le pelli reciprocamente. Parliamo di quanto stiamo facendo tutti e due lì a NY, domando da quanto tempo ha lasciato l’Europa, quanti anni ha, perché non ricordo proprio, poi mentre le accarezzo ancora i seni, piccoli ma perfetti, le domando se ha problemi visto che l’avevo notata sputarsi spesso sulla mano per bagnarsi la fica. “Non ti bagni molto eh?”
“I can’t. Sono nata maschio.”
Maschio? Male? Uomo?
“Non ci credo… anche i tuoi seni…”
Non c’era traccia di silicone o protesi.
“Ho cominciato ormoni a 12 anni.”
Ripenso alla passera che le ho leccata poco prima: straordinariamente stretta, allungata, grandi labbra e clitoride quasi inesistente. Una fessura ma piacevolissima da penetrare.
Un uomo! Sto a letto con un uomo! Un uomo!
Ma io non ho notato le mani grandi che tradiscono i trans, né nulla che mi abbia messo in sospetto.
Un uomo? Ma quale uomo! Io ho incontrato e fatto l’amore con una donna!
La mia testa era comunque agitata e in fondo divertita, tanto è che l’ho abbracciata di nuovo e sono ripartito con un trasporto appena più piccante.
Fino al mattino. Poi un sonno breve e l’invito a far colazione con lei e una sua amica, modella pure quella, che viveva a Roma.
Non ne ricordo il nome ma l’incrocio circa cinque anni dopo a Piazza del Popolo e chiacchierando davanti a un Camparimi dice che Diana è morta, suicida, da tre anni.
Seppellisco così il ricordo di Diana e torno alla “hija de puta” alla quale in confidenza confesso che voglio farla finita con una bella overdose di insulina.
“Pensa a tuo figlio che ritrova per terra tremante, ricoperto di bava; chiama il 113 che ti porta al Pronto Soccorso dove ti tengono finché non muori.”
“Argh! Ma c’ho sempre di raggiungere un settimo piano per buttarmi di sotto.”
“Sei proprio stronzo: Mi racconti che hai avuto una bellissima vita, che non hai rimpianti, e non ti rendi conto che una vita bellissima ti regala anche di guardare in faccia la morte.”
Spietata psicologia. Perché mi lascia a riflettere su quel che ha detto.
Non fa una piega. Del mio destino, sempre opera del fato, fa parte anche questo.

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Una risposta

  1. Caro Pino, è sempre una carezza ai ricordi, al cuore, all’anima… leggerti. Un abbraccio e spero sempre di venire giù 🥰❤️💕

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