“Come andare in Thailandia e ritornarne vivi” -2 – cap. 11-La famigghia

Alessandro Antonaroli

Questo è un capitolo del mio romanzo inedito “Come andare in Thailandia e ritornarne vivi”.

Qui descrivo la famiglia di Antony Rolly, il mio alter ego protagonista del racconto.

 

11 – La famigghia

 

Antonio Fienaroli (in tema con i cavalli) era il mio bisnonno, arrivato in America alla fine dell”800, parte di quel gruppo di butteri maremmani che dovevano insegnare ai cow boys a cavalcare con stile. Al seguito della “golden rush”, la famosa corsa all’oro, era arrivato in California, a S.Francisco, e si era stabilito a North Beach, il quartiere degli italiani abbarbicato sulla collina della Coit Tower, prospiciente il Fisherman’s Wharf, il molo da cui partivano i pescatori genovesi con i loro blue jeans, ancora indossati solo da loro.

Poco dopo aveva americanizzato il nome prendendo quello che in seguito sarebbe diventato il mio: Antony Rolly, più rapido, più semplice. Gli americani amano la semplicità, sono contro la complessità, amano spaccare il mondo in due: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, cappello bianco e cappello nero. Poi alla fine vince sempre il cappello bianco. Su questa base sono stati girati tutti i films western: cappello bianco vince. In seguito sono arrivati Rambo, Rocky, Superman, Batman, ma l’jmportante è che la giustizia trionfi sempre. Solo a Hollywood, però.

Anni più tardi mio padre Francis aveva ereditato parte del gruzzolo messo da parte dal cercatore d’oro Antony ed aveva aperto un import-export di prodotti alimentari con l’Italia, cosicchè io e le mie tre sorelle ci siamo ritrovati sballottati durante l’adolescenza tra Roma e S.Francisco, cambiando scuola in continuazione e crescendo un po’ disadattati.

Specialmente io, il primogenito ribelle sin dalla nascita e insofferente sia al bigottismo democristiano romano, sia al patriottismo puritano americano. Le mie sorelle invece erano più timorate di Dio e ubbidienti ai dettami della “famigghia”. Specialmente la prima, Joyce, che aveva presto iniziato a lavorare con mio padre in ditta ed era considerata la più ponderata e responsabile. Poi c’era Betty, la secchiona, l’unica a completare gli studi e a laurearsi in biologia. Era quella con cui andavo più d’accordo, poichè anch’io mi consideravo un po’ l’intellettuale della famiglia, avendo continuato per un certo periodo gli studi letterari senza però riuscire a laurearmi a causa della mia testa pazza. Infine Tina, la piccoletta, un po’ scavezzacollo anche lei, la creativa, a suo dire.

In verità non sapeva nè dipingere, nè suonare, nè ballare, ma pretendeva di fare tutte queste cose insieme frequentando di continuo corsi improbabili in cui, perlomeno, conosceva gli svariati fidanzati con cui si accoppiava.

Mia madre, casalinga all’antica tutta casa e chiesa, anche lei italo-americana, di origine siciliana, era gran devota della Madonna e di mio padre di cui sopportava stoica e in silenzio gli svariati tradimenti. La classica famigliola di North Beach.

Io, ancora ragazzino, avevo cominciato a frequentare i poeti della beat generation che avevano stabilito il loro quartier generale nella “City Lights Bookstore”, la libreria di Laurence Ferlinghetti, anche lui di origine italiana, considerato il mentore del gruppo.

Questa libreria si trovava a qualche centinaio di metri in linea d’aria dalla ditta di mio padre e dalla nostra abitazione. Io ero affascinato soprattutto da Gregory, altro italo- americano, il più pazzo del gruppo, con cui delle volte andavamo ubriachi a molestare le italo del territorio. Ma poi non lo raccontava ai suoi amici poeti che erano quasi tutti dell’altra sponda.

Poi ci trasferimmo con la tutta la famiglia in Italia, e andammo a vivere per un periodo a Roma, dove cominciai a frequentare i “capelloni” di Piazza di Spagna, capitanati da Ringo, uno spilungone veneto che sembrava D’Artagnan, con boccoloni biondi e baffetti da sparviero, e quelli che gravitavano a Piazza Navona, dove mi inserii in un gruppo di artisti e cineasti mezzi drogati.

Stash, nipote del pittore Balthus e amico di Brian Jones dei Rolling Stones, Paul Getty jr, Mario Schifano, erano polo d’attrazione per sbandati come me, piccoli spacciatori e avventurieri d’ogni risma. Poi quel poveraccio di Paul Getty jr. l’hanno rapito per chiedere il riscatto a quel tirchio del nonno e gli hanno pure tagliato un orecchio, quei bastardi di calabresi. Poi ci hanno costruito mezza Gioiosa Jonica con l’orecchio di Paul.

Anche il Piper Club era uno dei posti dove trascorrevo volentieri il mio tempo, con tutti quei personaggi stravaganti di allora: il Vichingo, Pallino, Boris, con le loro Harley Davidson modello chopper che sembravano usciti dal film Easy Rider. E poi Pinocchio, con la sua Citroen “due cavalli”, la prima che si vedeva in giro a Roma, che la sera si trasformava in una fumeria.

E Marcello, il cassiere, che in seguito avrebbe cambiato sesso diventando il primo transessuale operato in Italia, generico in tanti films di Fellini. E Mario Barba, anche detto “Garibaldi”, il road manager dei gruppi che suonavano al Piper, identico nell’aspetto all’eroe dei due mondi. E i musicisti inglesi, poi naturalizzati in Italia: Martin, Dave, Mick, Mal e Alex, poi diventato cantante di Santana.

E Renatino, Loredana, Fiorella, Nicoletta, che si dimenavano sulle pedane luminose del locale accanto a me, in seguito diventati tutti big stars della canzone italiana.

Io vendevo qualche stecchetta di fumo e mi impasticcavo di anfetamina, ogni tanto pestando sui bonghetti che amavo portarmi dietro, per cui mi chiamavano “Mr. Tamburine man”, e mi sentivo molto a mio agio in quella città che prima mi era parsa estranea.

Ma poi, al seguito di mio padre e del suo business,  ci trasferimmo di nuovo a S.Francisco, dove era scoppiata la “stagione dell’amore”, con i figli dei fiori, Jefferson Airplane, Jerry Garcia, Timoty Leary, il profeta psichedelico, tutti sconvolti d’acido da mattina a sera. Insomma, un’estasi di sesso e droga che non aveva mai fine. Anche qui mi sentii di nuovo perfettamente inserito.

E fu qui che cominciai a creare un bel po’ di problemi in famiglia.

Mia madre e le mie sorelle la domenica andavano a Messa nella chiesa Saints Peter and Paul di Washington Square e già pregavano per la mia anima dannata, mentre io andavo al Golden Gate Park a farmi di LSD. Insomma, preghiere vane le loro.

Un giorno le guardie mi beccano davanti all’High School di Dolores Park (nomen est omen) con mezzo chilo d’erba nello zaino. Gli infami mi portano a casa a proseguire la perquisizione, perfino nelle cartelle di scuola delle mie sorelle. E qui succede un altro disastro.

Dalla cartella di quella santarella di Joyce, davanti a tutto il resto della famiglia (eccetto mio padre che per fortuna in quei giorni era in Italia) una guardia estrae con due dita ed un’aria beffarda un grosso vibratore bianco e lucido.

Mia madre sbarra gli occhi, le altre sorelle si mettono pudiche la mano davanti alla bocca, Joyce diventa rossa come un papavero e scoppia in un pianto isterico.

E da quel giorno, per quasi un anno, non mi rivolse più la parola. E mica per il mezzo chilo d’erba, ma per quel cazzo di vibratore che l’aveva sputtanata davanti al resto della “famigghia”!

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