46 – VIAGGIO IN AFGHANISTAN Quarantaseiesimo ed ULTIMO episodio

VIAGGIO IN AFGHANISTAN

Quarantaseiesimo ed ULTIMO episodio 

Da questo punto in poi le cose si fanno confuse. Pino e Renato venivano a trovarci spesso con qualcosa da mangiare e bere e un giorno ci proposero di cambiare albergo per uno vicino dove saremmo stati piu’ tranquilli e che non avremmo dovuto pagare il che non era una cattiva idea visto che i soldi stavano finendo. Cosi’ ci trasferimmo nel nuovo posto ed effettivamente stavamo piu’ tranquilli, era meno affollato, anzi mezzo vuoto e avevamo un bagno, si fa per dire, tutto per noi. Non so quanti giorni passarono ma una mattina Pino disse che era meglio se ci facevamo rimpatriare, io stavo evidentemente peggiorando senza rendermene conto, YS stava meglio ma ugualmente spossata. Pino una mattina mi porto’ all’Ambasciata Italiana dove gia’ sapevano la nostra situazione, avevano informato mio fratello a Roma che si era messo in contatto con qualcuno nel Ministero degli Esteri che autorizzo’ i titubanti burocrati dell’Ambasciata a pagarci i biglietti per Roma. Mi fecero firmare un documento in cui mi impegnavo a restituire un milione e mezzo di lire per rimborsare i biglietti aerei e mi dissero che mi avrebbero fatto sapere in futuro il numero di conto di una banca di Londra in cui depositarli. Non ho piu’ saputo nulla e non ho mai restituito i soldi, ma mi e’ sempre sembrato giusto cosi’. C’era da aspettare qualche giorno che impiegammo a spendere i nostri ultimi dollari. Venti dollari a Renato perche’ comprasse un chilo di hashish e lo nascondesse in una valigia… Chilo che alla fine rinunciai a portare sotto insistenza di YS, insistenza che risulto’ essere un buon consiglio. Comprammo due giacconi di pelle di montone ricamati a fiori da rivendere in Italia e una bellissima collana antica d’argento anche da rivendere. In piu’ comprai qualche tamburo. Andammo da un fotografo stradale e ci facemmo fare gli ultimi “ritratti afghani”. YS venne molto carina, dalla mia foto invece si nota che bene non stavo. L’impiegato dell’ambasciata venne a trovarci con Pino il giorno prima della partenza. Si raccomando’ di non portare droga perche’ all’aeroporto era di turno la polizia tedesca che controllava i bagagli in partenza. Questo fece subito scattare i campanelli di allarme. Cosi’ rinunciammo definitivamente al chilo di hashish e credo che se lo saranno rivenduto Pino e Renato. Arrivo’ il momento di partire. A Pino lasciai le chiavi della 2CV dicendo di farla riparare ed usarla per tornare in Italia o venderla. Non avevo molto da lasciargli in cambio del favore che ci stava facendo a parte alcuni disegni ed una camicia gialla a pallini rossi. Ma questa della camicia e’ una memoria contestata da Pino. Una cosa e’ vera che Pino prima di accompagnarci in aeroporto mi diede una camicia pulita per fare il viaggio. Avrei rincontrato Pino solo una volta a Roma un po’ di mesi dopo, nella sua Chai House afghana dietro Campo de’ Fiori in cui aveva istallato con i suoi soci un bellissimo samovar. Da allora non ci siamo piu’ rivisti, ma ultimamente siamo rientrati in contatto epistolare grazie a FaceBook.

Ci imbarcammo su un quadrimotore della Ariana Airlines fino a Teheran e dall’alto la vista spettacolare di Kabul circondata dalle montagne bianche dell’Hindu Kush fu l’ultima cosa che vidi dell’Afghanistan. A Teheran salimmo su un Boing della Iran Air e in poche ore eravamo a Roma. Lo spazio si era ristretto in un breve lasso di tempo e niente come il viaggiare in aereo ti fa rendere conto della precarieta’ della relativita’.

Dall’aeroporto di Roma fummo portati direttamente all’ospedale San Camillo dove rimanemmo quasi un mese a fare flebo. Il viaggio in Afghanistan era finito.

Moltissimi anni dopo, che poi sarebbero cinque anni fa, a New York, per una serie di esami medici che dovetti fare si scopri’ che il mio sistema immunitario ha un difetto cronico che non sapevo di avere e non e’ cosi’ resistente come dovrebbe essere. Probabilmente per questo non miglioravo ma peggioravo e se fossi rimasto a Kabul in quelle condizioni chissa’ una mattina non mi sarei svegliato. Se sono qui a raccontare questa storia lo devo in gran parte a mio fratello che si prese l’onere di comunicare con il ministero degli esteri e a Pino e Renato che senza conoscerci semplicemente decisero per noi il da farsi.

FINE

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