What a trip I’m going on!

La musica psichedelica (a volte chiamata psychedelia o acid music) copre un vasto insieme di generi musicali influenzati dalla cultura psichedelica…
Emerse durante la metà degli anni 1960 all’interno delle scene musicali folk/blues rock statunitensi e britanniche.
Così recita Wikipedia e in quella voce parla di qualcosa che abbiamo vissuto in diretta e in prima persona.
Probabilmente partì tutto dalla musica che ascoltavamo.
Are you experienced? chiedeva Hendrix e come non esserlo mentre la musica, la nostra musica, volgeva al dentro di noi stessi le domande che i vent’anni ci avevano messo davanti.
Il Quartetto Cetra, Caterina Caselli, spingiamoci a Domenico Modugno ma noi eravamo approdati a scoperte differenti accomunate quasi tutte dalla lingua inglese.
Scoprivamo il blues dei neri mentre agitavamo spalle e ginocchia sui facili ritmi dei Beatles e quanti altri dall’Inghilterra o dagli Usa erano approdati sui nostri giradischi o le prime discoteche.
Are you experienced? Ed oltre alle canne avevamo scoperto anche la psichedelia di certa musica che ci invitava ad incontrare mondi interiori supposti o appena intuiti.
Le letture di quegli anni, Allen Ginsberg per ricordarne una, erano una spinta alla curiosità.
Credo che il primo acido lo portò qualcuno al Piper e il primo divertente ricordo che conservo è una piacevolezza di immagini che andavano succedendosi nei miei occhi chiusi o le distorsioni della realtà nella stanza a casa di Cecco a via del Pellegrino dapprima sorpreso poi divertito nel vedere le pareti flettere o i mobili piegarsi. Piacevolmente direi, mentre intorno a me i miei amici vivevano esperienze simili.
In certi momenti si rivolgevano a me con un “Ma che stai a fa?” indicando il mio braccio allontanato dal corpo che tra le dita lasciava penzolava una fetta di pancetta presa chissà dove e da chissà quando e come attiravano la mia attenzione su quella io prendevo a piangere per unirmi però subito alle loro risa, senza mollarla però.
Che altri ricordi ho di quella prima Lsd?
Nessuno specifico anche perché si accavallano piuttosto rinfuse le immagini dei viaggi successivi nello stesso periodo.
Me e il Chapman a tripparci un acido soli soletti nel suo attico a via Giulia. La musica e in terrazza nel silenzio della notte accomunati da un gran senso di pace ci imbattiamo in una gabbia sospesa per aria con dentro un merlo che ci fissa sorpreso. Proprietà del non amato patrigno.
Ci fa pena quell’uccello prigioniero ed è unanime la decisione di tiralo fuori di lì e spingerlo in volo nel silenzio deserto di via Giulia notturna.
Partì diretto nell’aria contro la facciata della chiesa antistante facendo un suono frusciante di ali quando ci sbattè contro, seguito da un tonfo sordo precipitando sul pavimento sei piani più giù.
Non proferimmo più parola per lungo tempo. Viaggio storto. Ma più in là ci riprendemmo.
E il tuffo a Punta Rossa al Circeo che gli altri mi sconsigliavano? Alla faccia vostra mi infilai pinne, boccaglio e cintura di profondità. Dalla cima dello scoglio mi lasciai cadere in acqua lì dove era più profonda e subito mi voltai a vedere la prima luce dell’alba che trapelava appena.
Ma quelle nella maschera erano lacrime. Stavo piangendo e tremavo: ci misi un attimo a sganciare la cintura e nuotare fuori di lì fino a una coperta di lana in cui mi rinchiusi.
Comunque a prescindere da questi incerti dovuti all’acido tutte le mie esperienze con le sostanze allucinogene sono un ricordo piacevole.
Mi rammaricavo sempre quando mi perdevo in visioni o giochi di luci colorati di non avere con me i miei attrezzi da disegno. Per sfortuna capitò che avessi in tasca un pennarello giallo una mattina che esaurivo un acido mentre diretto a piedi dal centro a casa mia in zona San Giovanni mi ritrovai a passare al Palatino avendo davanti il Colosseo e accanto a me Massenzio con le colonne del Foro e i capitelli indorati dal primo sole: non seppi resistere dal fare un ritratto del luogo.
Bellissimo. Ero sicuro di aver fatto un capolavoro.
Forse un’ora o di più. Piegai religiosamente il capolavoro in tasca e arrivai a casa dove crollai.
Un disegno con pennarello giallo su un foglio bianco fatto oltretutto sotto un sole cocente si rivelò un foglio sporcato di giallo da buttare via.
Pensare che era così bello.
Tanti e tanti gli acidi. Difficili da richiamare alla memoria, fedeli soltanto alla piacevolezza che mi lasciavano. Con l’andar del tempo si ripetevano ormai con scarsa sorpresa.
Venne anche il tempo di trasferirsi a Mykonos, venticinque anni, ed essere il tatuatore dell’isola della trasgressione significava vedersi omaggiato da droghe d’ogni genere compresi gli ultimi allucinogeni apparsi sul mercato.
Ringraziavo e quasi sempre giravo a qualche amici che sapevo ne faceva uso oltre a frullarne, eroina per esempio, nel cesso.
Venne un giorno che la mia donna di allora e un paio di amici vollero trascinarmi in discoteca ed io inusualmente accettai.
Non amavo la calca di quei bellissimi posti su un mare splendido ma soprattutto non amavo la Techno con cui avrebbero perseguitato le mie orecchie.
Nel pomeriggio un cliente mi aveva appena regalato un acido garantendomi che fosse come quelli di una volta. Buonissimo.
A Roma si dice ar… o a Napoli “buonissimo a soreta”. Così mi ritrovai per quattro ore, avevo portato tutti i miei beati compagni con la mia macchina, appeso in un posto assurdo, fatto di anfetamina come una scimmia ubriaca.
L’ultimo allucinogeno. Avevo già raggiunto i sessanta.
Quindi stop alle allucinazioni ma non prima di aver riesumato il ricordo della più indimenticabile.
Negli anni 60 i controlli di polizia non erano ancora allertati così che dagli States arrivò un pacchetto con doppio fondo, una delle amiche di Abigail di cui non ricordo il nome, contenete acidi e altre pasticche varie.
Gli amici, la solita decina, riuniti a casa di Giuliano si diedero subito da fare con gli acidi ed io invece optai su dei bei capsuloni giallo arancio: mescalina, citava il biglietto d’accompagnamento.
Il tempo di buttarne giù uno con un po’ d’acqua e dopo poco tempo senso di nausea e necessità di andare in bagno.
Sedevo sul water perdendomi di tutto mentre dalla bocca nel lavandino lì accanto conati di vomito e dal naso muco che colava copioso. Anche lacrime scorrevano dagli occhi.
Mi dissi ti sei avvelenato. Stai morendo.
E subito tutto cessò.
Mi tirai dentro una camera da letto e mi sdraiai.
Gli occhi chiusi si riempirono di quelle che definii cattedrali di luce: come fossero l’inseguirsi di linee gotiche i più differenti e luminosi colori si inseguivano in tutta rilassatezza dentro la mia testa senza soluzione di continuità.
Decisi di aprire gli occhi e guardarmi intorno per capire dove fossi. Davanti a me un armadio e io spostandomi sul tetto dell’armadio vedevo me sdraiato e così facendo mi guardavo da ogni angolazione in cui mi spostavo.
Infilai la porta cosciente che era il mio spirito a muoversi e percorso il corridoio arrivai in salone dove tutti erano impegnati a far di tutto.
Due giocavano a scacchi, uno sfogliava un pacco di Lp seduto accanto al giradischi, Paola seduta terra accanto al suo uomo gli poggiava la testa sulle ginocchia, il Farina accordava una chitarra, Giuliano aspettandolo strimpellava qualcosa.
Una dozzina di amici, quasi tutti in acido, impegnati tutti in qualcosa in quel salone ampio.
Da uno dei divani vidi il Nebiolo tirarsi su ed avviarsi lungo il corridoio. Lo vidi arrivare davanti alla porta della camera in cui mi ero sdraiato. Tendere la mano verso la maniglia, poi fermarsi, lasciar ricadere il braccio e girare se stesso per tornare indietro.
“Paolo fermati!” Intimai io da dentro la stanza. “Devo parlarti.”
Entrò e gli spiegai che stavo vivendo una incredibile scissione dell’essere ed ero in grado di uscire dal mio corpo e di andarmene nell’altra stanza o dove volevo, potevo supporre, lasciando le mie sembianze terrestri ad aspettarmi.
Non ebbe agio di commentare, anche lui era in acido, ma io lo incalzai: “Adesso tu mi dai quella penna e quel quaderno che sono lì sulla scrivania. Poi ti prendi un foglio anche tu e vai di là e prendi nota in quale posizione e cosa stanno facendo tutti quanti. Lo faccio anche io e quando torni di qua li confrontiamo.”
Se ripenso a quel trip di mescalina, l’americana amica di Abigail spiegò poi che la capsula conteneva una dose doppia e andava divisa, se mi capita di ripensare a quel trip con la Mescalina approdo regolarmente al pensiero che tutto me lo sono inventato e costruito ben bene nella mia memoria. Mi salva che quei due foglietti, quello scritto da Paolo e il mio, in qualche mio cassetto cinquanta anni dopo ci sono ancora.
“Wow! What a trip I’m going on!”
Qualcuno si ricorda la frase detta dal ragazzo gettatosi nella tromba delle scale in una delle due Towers e trovato rotto ma ancora vivo? Erano gli anni 70.

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