Un saluto

Un saluto

 

Avresti detto: “Scurnacchia’, era come ci fossi.”

In effetti la tua urna non so dov’era ma sembrava di vedere te indaffarato tra cucina e ospiti ieri pomeriggio.

Un’idea di Bruna o forse di Simon o Hermano quella di invitare tutti i suoi amici per ricordarlo lì a casa sua.

Occasione per riveder volti dispersi cinquant’anni fa, segnati dal passare del tempo ma comunque sorridenti come ai tempi di allora e grati di essersi ancora.

Tanti quelli che non ce l’hanno fatta.

Arrivando lì insieme ad altri tre amici e per nostalgia forse delle usanze dei vent’anni, la vettura che ci portava ci ha omaggiato di una serie di capricci che ci hanno fatto fare l’ultima trentina di chilometri a rallentamenti vari e occhi fissi alla spia dell’olio.

Paolo e Gippi sarebbero tornati a Roma in treno e a Paolo, “detto anche il meccanico” come lo chiamava Cecco, e proprietario dell’incriminato mezzo, sarebbe anche toccato di riandare a Chiusi per recuperare la vettura riparata.

Come sia arrivammo a Dolciano e fummo accolti da una Bruna mesta ma disposta anche al sorriso e agli abbracci dei vecchi amici.

Così dicasi di Simon ed Hermano. Curioso vedere tracce di capelli bianche su quelle teste viste neonate.

Inutile dire che non ci fu sorpresa nello scoprire il bianco sulla chioma di Simonette; durante il tempo trascorso insieme tra una chiacchiera e una rimembranza ebbi invece agio di soffermarmi a guardare una pelle sorprendentemente priva di rughe e beffarda dell’età.

La memoria frattanto giocava a riportarmi immagini di momenti passati insieme al fiorire dei nostri vent’anni. Rivedevo luoghi che ci avevano visti entrambi: il Piper Club ovviamente, il Piper Market dove lei faceva la direttrice. Per lungo tempo di lei non avevo saputo più notizie finché la magia di Facebook non mi aveva parlato di lei attraverso i contatti con conoscenze comuni.

La giornata a Dolciano, la Del Frate si mise molto carinamente a offrirmi attenzione portandomi dell’acqua da bere, la pasta che arrivò di lì a poco e sedendo accanto a me.

Era lì ospite di Bruna già dal giorno precedente e rimase credo per un altro giorno ancora a farle compagnia. Di me sapeva che stavo messo male in salute e in effetti non davo una grande impressione di efficienza sostenuto come ero da un bastone da passeggio.

Abbiamo mischiato ricordi riesumati per tutto il giorno ma senza nessuna melanconia e piuttosto mescolandoci motivi di riso. Le ho anche confessato che mi era sempre piaciuta, il suo naso importante, la sua chioma nera.

Intorno a noi altre amiche di Bruna: la maggior parte di loro sconosciute a me, o forse come quella che è venuta ad abbracciarmi baciandomi soltanto rimosse dalla mia memoria, quella pigra carogna.

Un paio le conoscevo ma non avevo mai avuto con loro gran confidenza così evitai di intavolarci conversazioni.

Non fu così con Antonia, sorpresa di vedermi e ciarliera come non era in gioventù. Mi ha riportato a galla addirittura il ricordo del mio solo trip di Lsd andato storto.

Vivevamo in questa ampia casa sul lago di Sabaudia circondata da un bosco e suonavamo in un locale lì accanto. Avevamo continuamente ospiti provenienti da Roma che venivano a trovarci e talvolta si fermavano a dormire. Così era stato nel caso di Antonia e lo stesso giorno passò di lì Avanzini, soggetto che meriterebbe un quadro dedicato della sua breve vita, che ci lasciò in omaggio una scorta di Sunshine che lui aveva portato dalla California mi sembra di ricordare.

Tutti insieme a farsi un bel trip tranne me che scelsi di rimandarlo per restare vigile mentre gli altri viaggiavano. Persino Gippi che sosteneva che a lui non faceva effetto si lascò andare a prenderne uno. Durante la serata lo sorpresi in cucina che tutto solo camminava avanti e indietro in cucina da una parete all’altra ripetendo dei numeri.

“Cazzo fai?” Fu la mia sorpresa domanda.

“Avevo detto io che l’acido a me non fa niente. Conto le mattonelle del pavimento e sono diciotto ad andare in là e diciassette a tornare indietro.”

A notte inoltrata decisi che fosse il mio turno di buttare giù il Sunshine e seduto sul pavimento, spalle alla finestra aperta sul buio del bosco, mi misi accanto il giradischi e un pacco di Lp.

Mi distolse un po’ più tardi uno strano fruscio lì fuori e tiratomi su in ginocchio sporsi la testa oltre il davanzale: nell’ombra scarsamente illuminata tra la casa e il bosco si muoveva lo Ieti.

Altissimo, ondeggiante, le braccia lunghe penzolanti.

La paura mi percorse con un brivido la schiena e mi lascai ricadere sul pavimento. Mi sforzai di tornare a guardare ma il buio era rimasto lo stesso come l’agitarsi leggero delle foglie degli alberi, ma dello Ieti non c’era più traccia.

Tornai al mio giradischi ma mi aveva colto una sensazione di gelo che mi faceva battere i denti. Freddo. Dovevo infilarmi nel mio letto che avevo però ceduto ospitando Antonia per quella notte.

Troppo freddo e quel senso di paura che mi aveva invaso mi fecero spingere la ragazza da parte e mi infilai tra le lenzuola ancora battendo i denti.

Antonia si voltò verso di me e mi abbracciò raccogliendo sotto la mano i miei genitali ridotti a un nulla. Continuò a dormire ma io mi concentrai su quel palmo addormentato da cui sentii piano piano trasmettersi un tepore che mi rilassò e mi condusse al sonno.

Mi svegliai che era l’ora di pranzo accorgendomi che in casa ero rimasto solo io: tutti in piscina tra la casa e il lago lì vicino. Presi il latte in frigo e uscii a far colazione.

Subito fuori su una sedia scorsi seduto Michele Ombra.

“E tu che fai qui? Quando sei arrivato?”

“Questa notte verso le quattro. Sono pure venuto a vedere alla finestra ma dormivate tutti.”

Lo guardai meglio e vidi che oltre ai capelli sciolti e lunghissimi vestiva una giacca dalle frange penzolanti. Il mio Ieti!

Non gli raccontai nulla e neppure mi sembrò il caso di parlarne ieri ad Antonia. Le ho ricordato solo che quella stessa notte sul lago di Sabaudia vidi arrivare una Mini Morris, verde mi ha ricordato lei, da cui scese un ragazzo che mi domandava se ci fosse lì una cera Antonia.

“Te la chiamo.”

Era Sergio che se la portò via e la sposò facendole fare due figli e avendo però la cattiva idea di morire piuttosto giovane qualche anno fa.

Continuavano le chiacchierate in quel di Dolciano e mi capitò di vedere arrivare la piccola Alice ormai su i cinquanta. La abbracciai con gioia e subito chiesi di Angela, sua madre.

Piena di paranoie mi disse, non sarebbe arrivata ma avrebbe provato lei a telefonarle dicendole che c’ero anche io. Ottenuto un si dalla madre andò a ripescare il ricordo di lei bambina sulle mie spalle portata in giro per una Udaipur chiassosa alla festa dell’Holi. Il festività dei colori e me e quella Alice ubriaca di gioia avevamo addosso tutti i gialli e i rossi e ogni colore possibile che su di me si mescolavano ai bang corretti alla gangia offerti ad ogni passo.

Si. Indimenticabile 1976. Alice me la ero portata a spasso perché ospite nel mio stesso albergo e come me già sveglia al mattino mentre la madre e Nicoletti e Carmen se la dormivano ancora. Fu durante un viaggio verso Delhi in comune con Angela tutta fasciata e malridotta da un incidente in moto per di più reduce da un innamoramento burrascoso con Archimede.

Piacevolissima oggi la Alice cinquantenne e pronta al sorriso. Era arrivata con una scorta di formaggi e altro vino che subito riempirono la tavola.

L’ambiente che si era andato riempiendo nel pomeriggio sicuramente sarebbe piaciuto al Boccaccia.

Angela non tardò molto ad arrivare portata dalla piccola Jamila che piccola non era più.

Un abbraccio con Angela, settantenne roscia di henna, nonostante la non vaccinazione e una confessata paranoia pel Covid ma nessun tempo per chiacchierare catturata come fu da Gippi.

Nessun problema per me frattanto assorbito dalla Comandini che non era più quella bellissima diciannovenne ospite abituale a casa mia ma una piacevole signora con la quale raccogliere cinquant’anni di fili di ricordi apparentemente appena interrotti.

Pare l’idea di ricordare il Boccanera con quell’atmosfera di festa sia stata un’iniziativa dei figli che non raccoglieva l’immediata adesione di Bruna. Sbagliato perché conoscendo e avendo amato lo spirito di Roberto gli sarebbe sicuramente piaciuto essere lì.

Quanta gente c’era? Ottanta, cento? A raccogliere il ricordo di quello “scurnacchiato” e portarselo dietro per gli anni a venire.

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3 risposte

  1. ahahaha, paranoia no diciamo ‘timore’ che si è dissolto in tutti quei baci ed abbracci. Breve la mia comparsata ma la ricordero’ a lungo e vorrei che si ripetesse ogni mese e prometto che rester0 fino alla fine. Bello il tuo trip, sunshine, quanti ricordi, anche recenti all’ultimo party allo Shiva valley, south Anjuna…6 anni fa’.ammazza questo si che è quello vero, regalo di un vecchio californiano. Solo che non era il massimo in mezzo a quel casino, con energumeni russi, tutti mostri, ma i miei amici erano tutti angeli. Di ballare non se ne parlava nemmeno, potevo volare, e il cielo era meraviglioso. Alla fine ho deciso di tornare ad Arambol nella mia stanzetta col primo taxi di amici e continuare il trip come è piu’ giusto in completo relax. Mi sa che è stato l’ultimo pero’.

    1. comunque bello. Io l’ultimo l’ho fatto a Mykonos: Me ne regalavano di continuo, sai il tatuatore, e quella volta mi sono fidato. 4 – 5 ore di anfetamina di merda.

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