Tutto cominciò ? 6

11 giugno 2020

 

Tutto cominciò ? 6

 

Colpi della mia Mark 32 quando entrando in un boschetto di gelsi da solo, Geppi e Aiatolla erano andati avanti, vidi un gruppetto di cinque o sei tizi muoversi appresso a me che andavo al passo aprendosi a raggiera. Tirai fuori il revolver e mollai due colpi in aria: il rumore bastò a far accelerare il cavallo e portarmi fuori di lì.

Fu il solo uso che mai feci di quella pistola del resto iellata anche quella.

Me l’ero comprata al Landi Torkham, un villaggetto delizioso posto in cima al Khyber Pass, luogo al di fuori delle giurisdizioni e Afghana e Pakistana.

Ci ero già stato durante il viaggio verso l’India un anno prima. Il doganiere afghano ci avvertì: “Anche se vedete un bambino sdraiato in mezzo alla strada tirate diritto. Non fermatevi per nessun motivo fino al confine pakistano.”

Cosa di meglio per incuriosirci? G. e io decidemmo per una sosta appena uscendo dall’agglomerato di costruzioni che davano l’impressione di un trafficato baazar come diceva il nome stesso segnato su un cartello: Landi Torkham Baazar. Il furgone col resto del gruppo ci avrebbe atteso più avanti.

Parcheggiammo e scendemmo dalla 2cv per essere subito accostati da un uomo che in un inglese discreto ci chiese da dove venissimo: “Italy.”

“Beautiful country. This is my country. A free country.”

Ci accompagnò per qualche passo poi ci lasciò alla nostra scoperta dello strano mercato. Ficcavamo il naso sugli usci delle botteghe per vedere esposti mitra, fucili, pistole, qualche bazooka; oppure palle di oppio, pacchetti di hashish, barattoli con strane polveri o anche casseforti aperte o tavolini su cui facevano bella mostra lingotti d’oro, una pila portava sopra inciso il marchio del Vaticano, o pacchi di banconote mai viste. Di verdura, frutta e carni non c’era traccia.

Uno ben strano mercato, così pensammo bene di approfittarne e un panetto da mezzo chilo di un hashish profumatissimo lo portammo con noi dopo averlo pagato una sciocchezza. Festa.

Poi un rapido passaggio dentro Peshawar e via verso Lahore dove sorse uno stupido intoppo: il Carnet De Passage del furgone era scaduto e ci toccò inchiodarci in un alberghetto in attesa di bolli e autorizzazioni varie.

Quel periodo andava Herman Hesse ed era una goduria svegliarsi verso le nove, una tazza di ciay e rollare una quindicina di joints con quello splendido fumo per poi sedersi in veranda a leggere e fumare. Capitò anche che una mattina mi scappasse di orinare così che mi inoltrai nel campo antistante il bungalow, mi appressai a un pozzo nero colmo di sterco animale, tirai fuori dal pareo che mi cingeva i fianchi l’attrezzo atto all’uopo, iniziai la minzione e mi risvegliai a faccia in giù dentro lo sterco fortunatamente non profondo. Deve essere stata una buffa visione quella di me, ricoperto di merda, affacciato sulla porta dell’albergo che chiedevo: “Call a doctor!”, per poi risvenire sul posto.

Il risveglio fu nella stanza di un medico o forse di un ospedale con una flebo infilata nel braccio. Qualcuno mi spiegò che ero estremamente disabilitato e avevo bisogno di… Non volli stare a sentire di più: mi feci togliere quell’ago e uscii di lì tornando in albergo. L’effetto successivo fu che per parecchio tempo l’odore dell’hashish che bruciava mi procurava conati di vomito così che da quel momento niente più canne.

Lahore fu un delizioso intervallo di una quindicina di giorni e quando l’arrivo del visto si approssimava pensai bene di aprire una noce di cocco con un coltello da lancio che mi portavo da Roma. Il cocco restò intatto ma non il palmo della mia mano. Corsa questa volta all’ospedale dove una giovane dottoressa appena laureata in Inghilterra diagnosticò la necessita di cinque punti di sutura per negarmeli subito dopo saputo che al momento di toglierli sarei stato in India. “In India non sanno levare i punti.”

Così grazie alla stima e l’amore che Pakistani e Indiani nutrono l’un per l’altro, me ne andai di lì con cinque merdose grappette.

Arrivammo infine alla dogana indiana e G. il mio amico diede i numeri. Alla fatidica domanda d’ogni posto di frontiera: “Radio? Tape recorder? Guns?”, non si sa cosa gli passò per la testa e rispose. “Yes. A gun.”

Ne avevamo due in verità, due Beretta 9 e una 7,65 che ci portavamo da Roma. Il viaggio sarebbe stato lungo e difficile per strade sconosciute e a detta di tutti pericolose. Così io mi ero portato dietro la 7,65 che era stata di mio padre e G. una 9 che non ricordo da dove venisse.

Quando lo sentii dire: “Yes a gun”, lo guardai esterrefatto e lui allargò le braccia con l’aria di quello che “non so che mi ha preso”. A tutte le altre frontiere era sempre andata liscia negando. Quella volta, con gli indiani subito in pedi e allertati, pensai bene di intervenire e per evitare che rivoltassero macchina e furgone sfilai da sotto la camicia la mia Beretta.

Ok. Questa in India non può entrare. Da quando Ghandi era stato ucciso a colpi di pistola quel tipo di arma era stravietato. “La lascerete qui. Rimane vostra e la riprenderete all’uscita dall’India.”

Riprenderla all’uscita significò ripassare da Wagah, il confine sulla via da Amritsar, quasi un anno dopo in compagnia di Geppi, Nicla e Leo. Esibire la ricevuta del deposito nella stanza di un ufficiale di dogana con il divertente fruscio di un enorme ventaglio di cannucce appeso al soffitto e mosso da uno spago legato all’alluce di un vecchio baba seduto in un angolo per terra che ritmicamente muoveva solo quell’alluce.

L’ufficiale guardò prima me con aria sorpresa, poi la ricevuta, poi diede degli ordini e dopo poco sulla scrivania apparve la mia Beretta con cartellino identificativo. Tornò a fissarmi. Abbozzò un sorriso amichevole poi mi spiegò che il deposito era gratuito per i primi quindici giorni poi scattava la tassa di una rupia per il sedicesimo giorno. Due per il giorno seguente. Quattro per il terzo giorno; poi otto, sedici, trentadue, sessantaquattro, centoventotto, e andava avanti facendo le addizioni in bella calligrafia su un foglio.

Ogni tanto alzava la testa a guardarmi e io lo ricambiavo con un’espressione assolutamente indifferente finchè non ne potei più della sceneggiata: ero stato mesi e mesi in India e lui con il conto si approssimava già a milioni vari. “May I make a present to you?”

“Impossible. Appartiene al governo indiano.”

“Fa un po’ come ti pare.”

Dovetti firmare ricevute e pezzi di carta e al governo indiano lasciai la mia 7 e 65.

Sfortunata quanto la Mark che mi ero comprato andando verso Kabul facendo una breve sosta al Landi Torkham. In uno dei negozi di armi mi proposero subito una Colt 45 e mi proposero di provarla nel cortiletto sul retro. Come un imbecille impugnai quel bestione mirando a una sagoma posta sul muro a cinque metri da me. Feci come un vero cow boy e dall’alto calai il braccio che impugnava l’arma: ad altezza sagoma tirai il grilletto e il braccio mi schizzò per aria senza più pistola. Meglio un kalashnikov. Provare. Tirai una raffica, poi sentendomi ridicolo con Geppi che se la rideva e Leo che scrollava la testa, optai per la Mark, piccola e maneggevole.

Alla dogana afghana, venticinque chilometri dopo, fu un problema farla passare e solo la promessa di vendere all’ufficiale, quando fosse arrivato a Kabul, la Gibson di Giuliano che portavo con me, la mia pistola passò.

Sfortunata dicevo, perché dopo il Salang Pass e aver tirato quel paio di colpi in aria, qualche giorno appresso incrociando un ruscello misi a bere il cavallo e io mi chinai sull’acqua per dissetarmi e darmi una lavata. Dal nulla come sempre erano apparsi due ragazzini che questa volta non domandavano, guardavano e basta.

Risalii in sella e subito mi accorsi che nella tasca la Mark non c’era più. Né i bimbetti. Spronai il cavallo verso il villaggio appena lasciato alle spalle da cui presumibilmente venivano i ragazzini, e girando per le strade mi misi a cercarli. Uno di loro indossava una giacchetta d’un college americano quindi identificabile. Ma tutti andarono negativi: figurarsi se smascheravano uno di loro.

Mark 32, bye, bye.

 

 

Paolo Paci

l’ho sempre detto che hash e tabacco sono una pessima combinazione, a volte senza saperlo ti fanno perdere i sensi e ti ritrovi nella merda…

 

Pino Cino

heavy merda that time

 

Paolo Paci

Pino Cino

shit happens

 

Pino Cino

Paolo Paci

happened

Stefano E. Stef

Capita con l’afgano se sbagli dose

 

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