Tutto cominciò ? 5

10 giugno 2020

 

Tutto cominciò ? 5

 

Là dentro, specialmente arrivando dal bagliore dei sassi e delle rocce esterne, non era scuro: era più scuro. A destra la parete della montagna, roccia appena sgrezzata, e a sinistra un muro che si congiungeva a una volta, piatta e umida anche questa. Di illuminazione nemmeno parlarne tranne per qualche apertura sulla sinistra ogni ventina di metri.

Un gran bell’incubo, reso più piacevole dagli strani rumori che accompagnavano lo scalpiccio dei cavalli. Lungo due chilometri e mezzo ci si può immaginare facilmente, o almeno provarci, cosa significasse l’avvicinarsi di un gregge sotto quelle volte. Lontano, a due chilometri da noi, ma cercare di capire cosa fosse quel rumble, rumble, solo i fumetti possono aiutarti a descriverlo, e mettiamoci pure il suono dei campanacci, ma va a capire cosa fossero, e i richiami, le voci distorte dei pastori. Wow! Una delizia che non potevi figurarti neppure nel peggiore degli incubi.

In aggiunta il fatto che fossimo a 3400 metri di altitudine cominciava a farsi sentire.

Ci eravamo arrampicati lenti e dolcemente ma la mia camicina di cotone arricchita di un gilet americano di via Sannio non reggeva granché bene i refoli che spazzavano quella galleria. Brillante idea fu svuotare un piccolo zaino che portavo appeso alla sella dentro uno più grande anche quello appeso e infilarmelo sopra la testa a mo’ di cappello. Alla faccia dell’eleganza.

Scambiavamo poche parole tra noi tre. Avanzavamo, nervosi e sotto il culo sentivamo i cavalli più nervosi di noi. Torce per fare luce nemmeno a parlarne: e chi ci aveva pensato!

A terra, per gradire, ogni tanto dei lastroni di ghiaccio su quello che chissà quando, forse nel 1964 anno di costruzione, era stato asfalto.

Ma l’incubo aveva un risvolto peggiore: un camion che da due chilometri più in là entrava nel tunnel.

Non invidiavo certo Geppi che montava Burò, l’animale intelligente, sentendo quanto fosse teso ma attento il mio Abrash. Legato alla sella mi tiravo dietro Ciuccià, il piccolo, anche lui un prototipo di intelligenza equina.

Ne ebbi abbastanza: spinsi il cavallo in uno degli spazi sulla sinistra che, colmi di luce, davano sulla valle sottostante. Buttai un’occhiata e mi accorsi che lungo la parete esterna del tunnel correva una pista in terra battuta larga poco più di un metro. Spinsi il cavallo su questa e sempre tirandomi dietro il piccolo cominciai a seguirla. Adesso viaggiavo alla luce del sole con dentro le orecchie le imprecazioni di Geppi che mi aveva visto infilare una di quelle arcate. “Veciooo! Monaaa! Ma dove cazzo vai?”

A un’arcata successiva mi seguì anche lui insieme al giovane afghano e mi veniva dietro bestemmiando ed evitando anche lui di guardare sulla sinistra dove lo strapiombo si perdeva per un migliaio di metri.

Ci facemmo così i circa tre chilometri di tunnel, salvo essere obbligati a rientrare nell’ultimo tratto e io mi misi dietro per prendere una foto del biancore accecante che ci aspettava in fondo alla passeggiata.

Una volta fuori scorgemmo subito qualche pastore che accampato con gli scarni greggi si riposava prima di riprendere il cammino e così facemmo anche noi. Cavalli a pascolare e noi tre buttati sulle rocce a recuperare lucidità e fiato dopo quell’esperienza deliziosa.

Sotto di noi, in spirali perverse, si snodava una strada interminabile punteggiata di camion e pullman che salivano o scendevano verso le valli. Qualcuno che non saliva né scendeva ma se ne stava rottame in qualche dirupo. Monumenti a quella trappola che era il Salang Kotal, o Pass.

Quando anni dopo i Sovietici invasero l’Afghanistan e dovettero poi ritirarsi facendo quella strada mi veniva da ridere a pensare quanto debbano aver penato su quel passo.

Mangiata qualche scorta, rifocillati noi e i cavalli, prendemmo a scendere fino a incontrare i primi arbusti e finalmente qualche campo d’erba.

Eravamo stanchi e una piccola scorta di nan, pomodori e uva l’avevamo, così ci fermammo per dormire. Sacchi a pelo srotolati, cavalli assicurati a una specie di enorme chiodo piantato nel terreno e io tirai fuori la sorpresa. A Kabul Franceschinis, cancelliere all’ambasciata diventato un caro amico, mi aveva fatto dono di una bottiglia di un rosso italiano che non ricordo più cosa fosse ma che mi portavo nello zaino da qualche mese ormai. Lo tirai fuori da quell’oscena cantina e: “Geppi, si brinda!” gli dissi mostrando bottiglia e cavaturacciolo.

“No, mona. Son troppo stanco.”

Finì così che la stappai da solo e da solo me la scolai, Aiatolla era mussulmano, e la mattina, dopo una notte indimenticabile, ero ancora ubriaco. Snebbiato appena sveglio perché i cavalli non c’erano più. Se ne stavano a cinque, seicento metri da noi pascolando tranquilli ancora legati l’uno all’altro. Stanchi come eravamo avevamo piantato male il chiodone. Ok. Vai a recuperare le bestie e poi sveglia Geppi per rimetterci in moto.

La sofferenza del Salang fu ripagata dalla soddisfazione che ci serpeggiava dentro, tanto è che Geppi poco dopo si fece un pezzo di strada insieme a un gruppetto di cavalieri pakistani che avevano comprato una mandria a Kunduz e se ne tornavano a casa, scherzando e cantando insieme a loro, socializzando al punto che su richiesta del pubblico per qualcosa di italiano, se ne uscì con “Vola colomba bianca vola.” Nilla Pizzi sull’Hindukush! Vogliamo definire penosa l’esibizione?

Io invece scendevo le vallate cantandomi dentro: “Sparagli Piero, sparagli ancora e dopo un colpo sparagli ancora…” storpiando parole e certo le note ma inesorabilmente preso da quel ritornello.

Che non aveva molto a che vedere con i due colpi tirati in aria qualche giorno dopo.

 

 

 

Bella esperienza indimenticabile  e impagabili le foto. Io non avevo macchina fotografica, tutto a mente… Peccato però

 

Pino Cino

tutte le foto a colori del viaggio andate perse da un fottuto negozio a Piazza Re di Roma. fanculo ancora oggi

 

Stefano E. Stef

Pino

c’erano delle foto del Mercedes fatte a Goa con noi, Bruno Claude io e Maria a bordo ma pure quelle sparite nel corso degli anni e traslochi vari

 

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