Tutto cominciò ? 11

Gli iraniani e il loro Shah. Un incubo che ti perseguitava in mille fotografie ovunque tu andassi. Loro sarebbero stati anche bella gente, fieri e intrisi di una cultura che percepivi antica e aperta, ma il sistema che li governava…Ne avevo avuto un assaggio qualche anno prima a Londra dove la sorella di Pierfranco aveva stretto amicizia con alcuni di loro. Tutti studenti, simpatici e ovviamente di ottime famiglie, tanto è che finì per sposarne uno trasferendosi qualche anno dopo a Teheran.Erano i tempi della Swinging London e nonostante noi stranieri ci abitavano ancora dei cockney originali. Stavamo tutti nell’area di Earls Court dove c’era anche un ristorante iraniano che talvolta frequentavamo. Arrivai un pomeriggio per trovarlo chiuso ma i miei amici erano all’interno. Entrai e scoprii che era distrutto: tavoli e sedie spaccati, piatti frantumati e così le vetrate interne. La Savak, la polizia segreta dello Shah, gli aveva dato una lezione visto che non era esposta la foto dello Shah Imperatore. Avessero almeno messa quella della moglie, Soraja.Un’altra gente gli Afghani. Mi capitò di avere un levriero femmina in quel di Kabul e la portavo a spasso senza guinzaglio, libera e festosa.Brillante idea averla chiamata Zahir, il titolo di un racconto di Borges, senza rendermi conto che era il nome del re dell’Afghanistan. Quando per la strada la chiamavo erano buffe le facce stupite dei sudditi, facce subito però accompagnate da un sorriso divertito.Il lato increscioso della faccenda era che un cane per i musulmani è un animale immondo come il maiale, per cui se la cucciola strusciava le gambe di qualcuno partivano calci e improperi.In genere a quel punto partivo anch’io. Spesso più robusti di me ma quando gli andavo addosso assumevano immediatamente la posa di combattimento: gambe larghe, flessi sulle ginocchia e dondolando con le braccia pronte ad abbrancare per una generosa stritolata delle mie povere costole. Ero un lercio bianco, per di più romano, per cui senza assumere pose da lotta partivo subito con un calcio tra le palle lasciate a tiro. Carognesco ma salutare.La bella Zahir, un levriere persiano biondo, era proprietà del Re quindi vietato comprarla e tanto più esportarla.Rubata dal giardino di una villa e quando aveva tre mesi, per portarla fuori dal paese contrattai con una carovana di Kuchi poco prima del confine un passaggio; infilata in una sacca sul dorso di un cammello fino al territorio iraniano. 10 dollari di biglietto.Bellissimi nomadi i Kuchi sempre in movimento tra l’Iran e la Valle dell’Indo con le loro greggi, cammelli, cavalli, ampie tende e un abbigliamento ricco di colori specie nelle donne, ovviamente senza chador.Quando ero lì si raccontava che una decina di anni prima, inizio 60, quando l’Afghanistan si era dato un governo e una costituzione, una tribù Kuchi arrivando al confine si sentì chiedere i passaporti. No problem. Tornarono indietro e riapparvero armati sterminando la guarnigione afghana di confine. Possono da allora transumare tra Iran, Afghanistan, Pakistan e India come gli aggrada senza alcun documento.Vivere la città di Kabul era questo. Incontri sempre diversi, amicizie nuove, le mie partite a scacchi, qualche libro che rimediavo in ambasciata. Le valigie e le borse, di Renato e mie per il sostentamento quotidiano.Tra le varie conoscenze, Alejandro. Uno spagnolo alto una quaresima, spalle larghe e sguardo sfrontato. Si diceva fosse imparentato con i reali di Spagna. Per me aveva una bella amicizia nata da un’ospitalità che avevo offerto a dei viaggiatori spagnoli quando avevo casa a Goa. Per patriottismo me ne era grato e quando ci incontravamo dividevamo una birra o un ciaj. Aveva aperto una ditta tipo la mia ma con sette dipendenti tra spagnoli, americani e non so che altre nazionalità.Passava un giorno davanti a un passo carrabile e una macchina uscì di là senza rallentare facendogli perdere l’equilibrio. Era l’ambasciatore americano e l’autista gli urlò qualcosa. Lo spagnolo tirò fuori un pugno di dollari e glieli tirò sul finestrino gridando: “Io te compro, hijo de puta!”Arrestato, portato in carcere e lui spiegò alla polizia afghana che era un imprenditore con sette dipendenti. Uno non lo trovarono ma altro sei finirono con lui in carcere. Quando lo seppi, dal momento che ero amico di un ufficiale di polizia ottenni di andarlo a trovare. Arrivò in parlatorio, un gabbione sotto il sole, e io gli feci scivolare in mano una cartina con sette acidi. Ne fu felice e se li buttò subito tutti in gola.Un gran bel matto. Uscì in un paio di giorni.So che è morto mentre teneva una trasmissione televisiva in Spagna. Me lo disse un giovane che mi telefonò da lì dicendo di essere il nipote che voleva saperne di più sulla vita dello zio, evidentemente un personaggio. Non credo di avergli menzionato l’episodio degli acidi.Incontri variegati quelli a Kabul.Si aggiunse Giorgio F., quello stesso che più di un anno prima era partito da Roma insieme a me e gli altri cinque, proveniente da Delhi con una scassatissima Renault 4. Ovviamente stesso albergo casa. Insieme a lui dovemmo liberarci di un francese fuori di testa che ci trovava perfetti per fare insieme una rapina a Parigi garantendo che lui sapeva bene come evitare gli sconfinamenti di arrondissement dei flic.Un altro fuori di testa ma il campionario era ricchissimo.Si avvicinava l’inverno, i turisti erano partiti o stavano per farlo, così cominciammo a pensare ad un ritorno in Italia: la R4 sembrava il mezzo adatto. Paolo, il disegnatore romano, mi aveva lasciato la sua Citroen 2cv ma il meccanico dell’ambasciata aveva sconsigliato di metterci mano.Pure la Renault aveva avuto un incidente in India, ad Agra, ed era a rischio, così quando apparve Giorgio K. con il suo pulmino Volkswagen che doveva riempire di camicie da portare a Milano entro Natale, ci accordammo per uno scambio: passaggio fino in Italia dandogli il cambio alla guida.Venne il momento di lasciare le chiavi dell’albergo a chi mi aveva indicato l’ingegnere a suo tempo e noi tre più Ulla M., la donna del business man milanese, e il mio cane recuperato oltre confine, ci lasciammo indietro Kabul, Kandahar e Herat in una muraglia di neve.Più di un anno ci avevo passato. Quante immagini e suoni portavo con me?Lasciare l’Afghanistab era mollare un pezzo di cuore e alla dogana videro di rendere le cose un po’ più difficili. L’ultima cosa a cui pensare erano stati i vaccini.Una baracca in pieno deserto era il posto di controllo e il mio visto sanitario era scaduto da un pezzo.Rimani qui in quarantena, insistevano i doganieri, e non c’era modo di farli desistere. Giorgio K. aveva fretta di rientrare a Milano così mi arresi all’idea di essere lasciato lì per quattro giorni.Il problemino, non da poco in realtà, erano i quattro chili di polline che mi portavo cuciti dentro il bordo di pelliccia dello shipskin.Andai al bagno, dicasi di buco nel terreno in un posto appena appartato, munito di coltello: sgarrai la pelliccia, buttai nel buco già lercio e ce la mollai sopra. Stavo rivestendomi quando trafelato arrivò Giorgio F. dicendo che si erano convinti e mi lasciavano passare.Troppo tardi, imprecai; ma era invece il mio solito colpo di fortuna.Pochi chilometri e la dogana iraniana ci accolse con l’abituale bolgia completa di vecchietto maledetto che passava tra i turisti provenienti dall’Afghanistan e con un gesto repentino ti metteva una mano sul cuore per percepire i battiti accelerati.Me ne fregavo del vecchio infame: ero diventato un viaggiatore pulito. Piuttosto mi preoccupai per un europeo che passeggiava nervoso davanti a me seduto in attesa dei controlli. Ai piedi portava dei sandali dalle suole che non flettevano alte parecchie centimetri. Alzai gli occhi a guardarlo in faccia e lui mi diede un’occhiata che significava: “Si vede molto?”Non so se ce la fece perché noi fummo introdotti nella stanza visti.Controllo dei passaporti. Poi arrivati al mio, i due poliziotti si scambiano uno sguardo: il tizio va all’ultima pagina del registro e lì, ben visibile c’è una mia fotografia.Così vip non sono quindi ne deduco che un anno di traffici in Afghanistan deve aver fruttato una segnalazione. “Merda!” è quello che viene su nella strozza.Ci scortano fino a Mashad portandoci in una caserma di polizia; ci fanno scaricare il furgone e noi ci mettono in piedi contro un muro. Una madama inizia ad aprire e svuotare i bagagli.Siamo ovviamente contrariati ma piuttosto in relax: sappiamo di non avere più nulla.Dalla mia valigia, una Vuitton a baule dono di Vivien, il poliziotto tira fuori però l’altro mio passaporto a nome Roberto B. che avevo fatto e usato per il traffico American Express. Viene in soccorso la mia solita freddezza da situazioni estreme e sempre in piedi contro il muro, gli faccio: “Ma a me non ridai il passaporto?”Uscendo scortati dalla dogana ci avevano restituiti i passaporti e io avevo il mio già in tasca; in un’altra infilo quello che il poliziotto con fare distratto mi allunga.Dentro di me si levò un “Wow” e tornai a guardare quello che l’imbecille tirava fuori.Ce la cavammo in un paio d’ore e ci diedero l’ok con relativo visto di transito in Iran.Da lì in poi tutto liscio fino al confine d’Europa, la melodiosa Grecia, lasciandoci alle spalle l’Ararat il freddo e le strade ghiacciate. Poco dopo il posto di dogana su un fiumiciattolo incontrammo un villaggio e ci infilammo a cenare qualcosa in una classica taverna locale. Arrivò il menù ma io dissi alla coppia dei titolari che era quasi due anni che mangiavo riso e kabab quindi mi affidavo a loro. Compresero dramma e desideri: non la finivano più di portare piatti e piattini: tutto per tre dollari o giù di lì.“Well come back”. Come dire.

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