Storia di un tatuato

Storia di un tatuato

Il cielo scuro di nuvole basse minacciava una giornata di pioggia, forse di neve, ma lui aveva quelle pesanti pelli di lupo a proteggere le vecchie gambe malandate e in testa aveva quel cappuccio di pelo che un mese prima si era fatto sapendo di doversi spingere verso le montagne. Andava in cerca di pascoli per gli armenti: c’era da affrontare una stagione estiva che si preannunciava più calda delle precedenti e quindi bisognava portare le bestie verso le montagne, su dove l’erba non sarebbe stata secca e rada. Toccava a lui tra i maschi della tribù quella esplorazione per l’esperienza accumulata negli anni. Laapoz era stato bambino quando ancora la sua famiglia si muoveva di pascolo in pascolo e adesso che erano ormai stanziati in quella pianura verde e attraversata dal lento fiume ricco di pesce, vecchio com’era conservava le conoscenze e il fiuto dell’esploratore in grado di individuare i territori adatti.

Lasciata la tribù in una mattina tiepida di sole, sulle cime dei monti lontani il bianco del ghiaccio cominciava a lasciar posto a un po’ di verde e al colore delle rocce, Laapoz si era spinto verso nord e dopo aver scartato pianori e vallette prive di acqua o troppo sassose, aveva finalmente individuato in fondo a un comodo sentiero una distesa d’erba alta e grassa chiusa in una cornice di rocce. Sembrava abbastanza vasta da lasciare spazio a più di un gregge e su un lato aveva anche adocchiato delle grotte che avrebbero fornito riparo ai pastori. Decise che il compito da cui dipendeva l’estate e la sopravvivenza della sua gente era stato risolto.

Dopo avere esplorato a fondo quello spazio, risolse di pernottare lì e si apprestava a trovare un riparo dove mangiare e dormire quando li vide venir fuori dal bosco e dirigersi verso di lui. Un piccolo gruppo di individui, distinse anche un paio di femmine: probabilmente diversi da lui, lo intuiva da come coprivano il corpo con manufatti inferiori e acconciature che non conoscevano pettine e taglio. Era stato proprio Laapoz al ritorno da una esplorazione di parecchio tempo prima ad avere portato tra la sua gente un osso di bufalo lavorato come una mano a tre dita e un selce appiattito e di molto affilato che servivano a districare e accorciare i peli del capo. Ricordava bene come era stato sorpreso di imbattersi in altri uomini dall’aspetto così diverso e il fatto che fossero anche socievoli, gli incontri tra simili erano spinti e dettati dalla curiosità prima di tutto, gli aveva permesso di scambiare un pugnale di ossidiana dal manico rivestito di pelle tinta col succo di certe bacche violacee e riportare quei due oggetti alla sua tribù. Da allora per la sua gente era diventato comodo non girare più con quella calotta di pelame intricata e pesante sopra la testa.

I tipi però che gli venivano incontro quest’oggi non sapevano evidentemente nulla di tanta conoscenza.

Anche l’atteggiamento non sembrava dei più rassicuranti: parlottavano tra loro emettendo bassi grugniti e stringevano in mano certi coltelli di selce classici dei cacciatori. Alcuni portavano a tracolla degli archi non molto diversi dal suo.

Di solito gli incontri che si avevano spostandosi in territori ignoti non erano filtrati dalla diffidenza: c’era sempre da restare sorpresi a vedere altri simili quasi uguali nell’aspetto ma diversi nel parlare e nel coprirsi. Poteva accadere di scoprire che quella pianta che era cibo quotidiano, era totalmente ignorata dai nuovi incontrati che si cibavano invece di un’erba in genere lasciata alle bestie. C’era sempre da imparare imbattendosi in genti sconosciute ed era raro che quei momenti sfociassero in scontri violenti.

Ma i tipi che si avvicinavano sembravano avere un atteggiamento ostile e aggressivo. La curiosità ebbe comunque la meglio e quando gli furono intorno, Laapoz si era fermato ad aspettare, lo annusarono, toccarono e visto che lui non capiva i loro suoni gli fecero capire a gesti che volevano sapere chi fosse e cosa facesse lì. Spiegò dei greggi di bestie e del tempo che sarebbe venuto più caldo e dell’erba che non avrebbero avuto giù a valle indicando con un gesto ampio la lontananza. A quattro giorni da lì, gli fece capire. Dove si erano incontrati il verde era brillante e rigoglioso quindi lui e la sua gente avrebbero portato gli animali lassù.

Sembravano più interessati a scrutare l’ascia in rame che Laapoz portava alla cintura piuttosto che interpretare il suo gesticolare. Qualcuno di loro allungò anche una mano a sfiorare quel oggetto lucido e dallo strano colore, evidentemente affilato, che non sembrava come le asce di selce che loro avevano.

Spiegato il perché fosse lì, l’esploratore considerò concluso l’incontro e ritenne fosse meglio mettere distanza fra sé e quei tipi troppo interessati alla sua ascia. Era un oggetto prezioso che non tutti avevano. Una conquista ottenuta in tempi recenti scambiando conoscenze e materiali con una tribù stanziata lontano, dove sorgeva il sole, con cui c’era stato un incontro casuale tempo addietro.

Si girò incamminandosi nella pianura che si apriva dinanzi.

I sette uomini e le due femmine, sembravano aver accettato la spiegazione ed erano restati lì a confabulare con i loro grugniti incomprensibili mentre Laapoz, con un andatura spedita ma senza lasciarli con la coda dell’occhio mise un centinaio di passi tra loro. Improvvisamente uno dei maschi si lanciò dietro di lui urlando e brandendo alta un ascia di selce. Ebbe il tempo di prepararsi all’attacco: schivò il colpo e a sua volta menò un fendente con l’ascia che aveva sfilato dalla cintura. L’altro, sbilanciato dalla corsa e dal colpo andato a vuoto, non seppe difendersi ed ebbe la spalla aperta dall’affilato metallo. Soltanto allora i compagni dell’aggressore scattarono in avanti.

Laapoz a sua volta prese a correre guadagnando una certa distanza. Si erano ripresi dalla sorpresa e senza degnare di uno sguardo il compagno riverso tra le erbe alte e il sangue, correvano urlando.

Più veloce che poteva. Ne andava della vita. Era un coraggioso e di scontri ne aveva vissuti parecchi, vecchie cicatrici su tutto il corpo lo testimoniavano, ma i nemici erano troppi per essere affrontati e non gli restava che la fuga e magari un nascondiglio complice il buio che stava calando. Li sentiva correre dietro di lui ma si rese conto che stava distanziandoli: i muscoli facevano male e così le ossa delle gambe, respirava con la bocca aperta ma non poteva fermarsi. Schivava rami, scavalcava cespugli e i fossi del terreno li saltava in un balzo solo rischiando di cadere, ma doveva fuggire. Era un po’ come quando andando a caccia vedeva davanti a se il cervo o il cinghiale spezzare rami e sbattere contro i tronchi, cadere e rialzarsi impazzito di paura. Mentre correva girò la testa per vedere che non avevano mollato e per un attimo rifletté se fermarsi e scagliare delle frecce sfruttando la sua precisione e la sua velocità di arciere ma ne erano rimaste soltanto due e forse non sarebbero bastate a dissuaderli.

Non si fermò se non quando sentì le voci e il calpestio farsi più lontani. Si bloccò un istante a tirare il fiato appoggiandosi al grosso tronco di un abete. Il bosco diradava lungo una parete di roccia. Appena in alto una serie di grotte e un rivo d’acqua sulla destra. Il sole era ormai calato e ci si cominciava a vedere ben poco. Le grotte. Si arrampicò buttando un occhio alle sue spalle ma degli inseguitori non c’era traccia; si issò a forza di braccia in un pertugio nel granito che formava spazio appena accogliente per un corpo. Avrebbe passato lì la notte per riprendere la strada il mattino successivo.

Fuori era silenzio e buio. Ripreso pian piano fiato e rilassati i muscoli che dolevano per la gran corsa rifletté sulla situazione e decise che avrebbe trascorso lì la notte per vedere con la luce del giorno dove era esattamente e cosa ne fosse dei suoi inseguitori.

Sicuramente non poteva accendersi un fuoco per scaldarsi ma aveva ancora un po’ di pane di farro e della carne e dei vegetali avanzati dal giorno prima. Consumò quel pasto, nutriente però, e cercò una posizione più comoda per dormire lasciandosi andare andare al sonno ma non dopo essersi fermato a considerare quanto male sentisse in tutte le giunture. Ora che i muscoli dei polpacci non erano più così duri, avvertiva le ossa fargli male. Le ginocchia soprattutto, sottoposte come erano state a quella corsa su un terreno impervio tra scatti, scartamenti e salti: facevano un gran male. Quando fosse tornato alla tribù pensò che avrebbe chiesto a Krunuck, della famiglia di sua madre, di fargli delle nuove incisioni per curare il malanno. Non sarebbe stata la prima volta che si affidava alle cure del grande uomo.

Avevano più o meno la stessa età ma mentre lui era diventato un bravo cercatore di pascoli e scovava radure e prati d’altura buoni per le greggi, Krunuck che era stato iniziato a parlare coi morti e prevedere i cambiamenti climatici, rimescolava misteriosamente per questo perline di pasta di vetro dentro cenere di ossa e di foglie di salvia amara, la stessa pianta che usava per fare scendere la febbre. Sapeva molte cose che il resto della tribù non conosceva. Tra le altre pratiche c’era quella di incidere la pelle con un selce affilato e strofinarci sopra ceneri ed erbe che dopo la cicatrizzazione lasciavano un segno scuro. Piccole linee, puntini, linee che si incrociavano tra loro. Ne era pieno Laapoz per tutte le volte che era ricorso alle cure dello sciamanno e bisogna dire che ne aveva proprio tratto giovamento. Al di là del fastidio iniziale quando il selce feriva la pelle, i dolori alle ossa si erano attenuati sia alla schiena che alle gambe e alle braccia e anche per lui si era andata confermando l’evidenza che chi si era fatto incidere la pelle viveva più a lungo. Era ormai uno dei più vecchi nella tribù e come lui altri che avevano avuto lo stesso trattamento da Krunuck. Soltanto una piccola febbre la prima volta, quel caldo unito a debolezza che ti prendeva nei giorni successivi alla cerimonia ma presto passava e ti sentivi più forte di prima.

Una vera cerimonia, quella dell’incisione, che avveniva in una piccola radura scelta dallo sciamanno in quel posto, tra alberi di betulle che disegnavano un circolo così come la natura li aveva disposti. Nella sua perfetta rotondità sottolineato da un cerchio interno di sassi levigati e tondi che Krunuck aveva portato dal fiume e disposto. Ci si recava lì insieme a lui e dopo un giorno di digiuno e di veglia, sdraiati su un ammasso di rami verdi di faggio ci si sottometteva a questa operazione che lo sciamano eseguiva con quel suo coltello di selce affilato come nessun altro, simbolo del ruolo nella tribù. Portava con sé anche una levigata corteccia di betulla in cui mescolava insieme all’acqua ceneri e radici essiccate grattate in una polvere finissima su una pietra di granito riposta in un angolo di quel luogo sacro.

Era sempre l’alba quando prendeva a incidere la pelle mormorando frasi che Laapoz, come il resto della tribù, non capiva e appena il sangue cominciava a scivolar fuori da quei sottili tagli obliqui ci strofinava sopra l’impasto scurissimo che aveva accanto.

Questa era la cerimonia dell’incisione e lui ne aveva vissute già diverse. Sicuramente ne avrebbe chiesta una nuova al grande uomo quando fosse tornato al villaggio. Gli venne in mente che avrebbe anche dovuto trovare il tempo di fabbricarsi qualche altra punta di freccia poi scivolò nel sonno; non molto profondamente, ogni fruscio lo svegliava.

Alla prima alba fu pronto a sbirciare fuori dalla roccia. Silenzio assoluto rotto solo dagli uccelli e l’andirivieni dei roditori nel bosco sottostante. Si lasciò scivolare fuori di lì e decise di avviarsi ritornando sui passi che aveva fatto nella corsa del giorno prima. Si era appena chinato a raccogliere nel cavo delle mani un po’ dell’acqua che scendeva dalla roccia che sentì un frusciare di rami poco distante e delle voci. Rimase acquattato, sbirciò e vide gli stessi individui venire nella sua direzione scrutando fra i rami e i cespugli.

Una ridda di pensieri nella sua testa: non avevano mollato. L’istinto gli comandava di muoversi lontano da lì per salvarsi la vita. Tornare dentro al bosco avrebbe significato finire incontro ai suoi cacciatori per cui non restava che correre avanti allo scoperto sperando solo di distanziarli abbastanza. Meglio arrampicarsi un po’ e correre sul costone sovrastante sperando che dal lato opposto ci fossero ripari e vie di fuga.

In genere non c’era violenza neppure tra tribù differenti ma a lui era capitato di incontrare quella sbagliata. Chissà perché? L’ascia di rame aveva attirato il loro interesse, forse… chissà? Non restava che filarsela.

Quando iniziò ad arrampicarsi verso il crinale lo videro, presero a urlare e a corrergli dietro.

Si inerpicò veloce su una striscia di roccia piana, più in basso a destra una conca stretta e lunga fatta di massi dove scorreva dell’acqua, davanti a lui il percorso si allargava in un pianoro sovrastato da montagne brulle. Correva agile, gli inseguitori ancora in basso avevano lanciato male un paio di frecce che sibilando si erano perse a qualche metro e stava per buttarsi nel bosco intricato che rivestiva il lato discendente alla sua sinistra quando un colpo alla spalla lo spostò di lato. Tese le braccia in avanti cercando di aggrapparsi al nulla sbilanciato dall’urto ma non ci fu nulla da fare: girò un poco su sé stesso e cadde nella conca sottostante. Il salto non era altissimo ma lui era fuori equilibrio: batté il capo sulle rocce della breve parete e mentre avvertiva un gran dolore perse i sensi. Disteso a braccia aperte su un blocco di granito piano e largo, lambito dal rivolo che dal ghiacciaio scorreva fino a valle, non riprese conoscenza e morì nel silenzio mentre il sangue gli usciva abbondante dalla ferita alla spalla dove la punta della freccia, un selce acuminato, era penetrata a fondo.

Gli inseguitori ancora troppo lontani che lo avevano visto scomparire alla vista, si arrampicarono a loro volta e giunti in quel punto ritennero di averlo mancato e che si fosse infilato nel fitto del bosco sottostante. Diedero un’occhiata sulla sinistra in basso, ma uno sperone piatto e largo di roccia gli celava la vista del corpo dello straniero: dopo aver confabulato desistettero e se ne tornarono sui loro passi.

Stava cominciando a nevicare e chissà quante volte ancora sarebbero caduti quei fiocchi bianchi prima che, cinquemila anni dopo, una donna e un uomo, tedeschi, facendo una passeggiata sui sentieri del Giogo di Tisa, nelle Alpi Venoste, sbagliassero strada trovandosi all’improvviso davanti l’immagine di un corpo umano riverso su una roccia.

Ötzi. Lo chiamarono Ötzi, dal nome della valle dove fu trovato.

 

14Franca Cino, Emanuela Limiti e altri 12

Commenti: 11

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Guerrino Zorzit

Pino Cino

Coinvolgente racconto… il sciamano con la cerimonia dell’incisione

 

Pino Cino

il sciamano in italiano sarebbe lo sciamano ma così ti riconosco e ti ricordo. fai parte di me da San Rocco. mille e cento anni fa. ti voglio bene.

Guerrino Zorzit

Pino Cino

ehi si! mi riconosco anch’io dai miei errori  TVB

 

Emanuela Limiti

Bella penna as usual!!! Bravo bella idea

 

 

Pino Cino

bella penna? mi hai fatto scrivere lettere anche al presidente della società dei poeti. l’animaccia tua…

 

Emanuela Limiti

ecco la fine de na poetessa! te possino perde tutti li capelli

 

Claudio Bucci

So’ tatuati

 

Sandro Ludovisi

molto godibile Pino, gran ritmo…ora finalmente sappiamo come sono andate le cose!

 

Pino Cino

mi ha affascinato talmente la storia di quest’uomo che posso quasi dire io c’ero

 

Sandro Ludovisi

Pino Cino

e ora c’eravamo anche noi!

 

Paola Ant

Bellissima storia ,grazie Pino

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