Non amando la televisione

 

Non amando la televisione la cattività da Covid19 ti lascia tutto il tempo che vuoi per pensare e frugare nella memoria specialmente a noi vecchietti che di ricordi affastellati ne abbiamo in abbondanza.

Coglione? Ingenuo? Sicuramente giovane e ignorante e mettiamoci pure i tempi che non spingevano a indagare più di tanto le realtà distanti. Cinquanta anni dopo un filmato in internet o forse anche le riflessioni serali sulla sicumera delle uniformi di cui ero stato vittima pochi giorni addietro pur nella realtà minima di un paesotto come Formello, una pianta di Cannabis cresciuta in giardino, mi hanno spinto a pensare a Stefano Cucchi.

Da lì riflettere sull’arbitrio, la protervia, talvolta la violenza che le uniformi danno a chi le indossa, spesso accompagnate dalla sicurezza anche psicologica di stare nel giusto e che autorizzano a trattare un altro individuo senza alcun rispetto.

Dalla memoria è così venuto a galla un episodio del 1972 per il quale posso citare finanche un testimone: il Tulli.

Viaggiavamo insieme su una scassatissima corriera che da Kabul ci riportava a Istanbul. Nella pancia dell’autobus, il nostro tesoro. Due enormi bauli di lamiera zincata dentro cui erano ammassati cucchiaini da Tè forati per girare lo zucchero e tirar su le mandorle glassate; pacchi di Tè di differenti qualità; sacchetti di spezie, Cannella, Anice stellata, Zenzero, Pepe nero, Chiodi di Garofano, radice di Cicoria, Cardamomo.

C’erano anche confezioni ben protette di delicati bicchierini da Tè orientali, quelli che trovi in ogni sala da Tè da Istanbul a Kabul. Una dozzina di tappeti acquistati al Chor Bazaar di Kabul; dozzinali nel loro feltro colorato ma vistosi e che sarebbero sicuramente serviti a ricoprire i pavimenti del Chiai Shop che andavamo ad aprire a Roma.

Soprattutto in quelle casse c’erano i due pezzi migliori degli acquisti afghani: due samovar antichi in ottone alti circa un metro l’uno, provenienti da Samarcanda e pescati in un negozio di Kandahar.

Ah, da non dimenticare una scelta di ABC, Le ore e Men: la stampa pseudo porno italiana dell’epoca che sapevo mi sarebbero stati di molto utili nel passare quelle frontiere. Venivo da più di un anno di soggiorno in Afghanistan e parlavo il farsi.

Un back to Rome lungo e poco agevole con in più il Tulli influenzato.

Attraversando l’Iran, a Karaj poco dopo Teheran salì a bordo un quarantenne vestito all’occidentale che dopo essersi guardato intorno venne a sedersi vicino a noi.

Parlava un italiano perfetto, aveva studiato Archeologia a Napoli, e di carattere allegro si mise subito a scherzare che noi romani non potevamo capirlo perché lui era napoletano doc. Piacevole persona ricca di cultura con la quale alleviai le cinque, sei ore di viaggio verso il confine turco. Il Tulli era di scarsa compagnia impegnato come era a smaltire aspirine.

Il nostro archeologo si faceva però più taciturno, distratto da chissà quali pensieri interiori via via che l’autobus correva, si fa per dire, per le strade di quegli altipiani e quando eravamo ormai prossimi al confine, fattosi serio, mi disse che lui era curdo anche se cittadino turco e viveva a Erzurum e che sicuramente in dogana gli avrebbero dato problemi per la macchina da cucire che portava con sé. Era andato a comprarla a Teheran dove costava molto meno. A Erzurum faceva il sarto.

Mi chiedeva di dichiarare che anche quel piccolo cassone di metallo nero con su scritto Pfaff fosse mio così che passasse la dogana senza problemi; poi di là giunti ad Erzurum se la sarebbe scaricata lui.

Non vedevo problemi e il tizio era simpatico così ai doganieri turchi che ci avevano fatto buttar giù i bagagli dall’autobus una volta giunti al confine dichiarai che anche la Pfaff era mia mentre distribuivo le copie rimaste di Le Ore e Men a cui erano molto più interessati, come lo erano stati i doganieri afghani e quelli iraniani, piuttosto che a passaporti e merci stipate nei miei bauli.

Vidi però tornare l’archeologo-sarto curdo insieme ad altri poliziotti che sembravano bruschi con lui e mentre prendeva su la sua macchina da cucire, in italiano mi disse che lui sarebbe dovuto rimanere là e che comunque grazie.

Ripartimmo da lì per farci un altro paio di giorni e attraversare tutta l’Anatolia fino all’aeroporto di Istanbul dove scoprimmo che i turchi si erano vendicati scrivendo sul mio passaporto che i bauli contenevano Tè e tappeti: null’altro. Così che non c’era traccia dell’origine dei samovar e dei tappeti e i bicchieri, le tazze, i cucchiaini che avevamo comprati in Afghanistan: questo comportò il sequestro dei due bauli in aeroporto.

Tragedia! Che poi, giunti Roma, trovò una soluzione squisitamente italiana così che un mese dopo potemmo inaugurare la nostra sala da Tè in stile afghano.

Il padre di uno dei soci era un impiegato dell’Agip, colosso italiano a sei zampe ma quando il figlio mi portò in ufficio da lui qualcosa mi suonò strano. L’impiegato aveva un ufficione importante tutto per lui e molto sbrigativamente mi disse. “Uhe’ Giuse, ora vai a casa ti prendi un cambio e fra tre ore hai un volo per Istanbul. Lì ti verranno a prendere e fai quello che ti dicono. Se ti chiedono qualcosa… vogliono sapere chi ti ha mandato… tu non sai niente. Non conosci nessuno. Chiaro? Adesso vatti a preparare e vai in aeroporto alle 14. Buon viaggio.”

Non avevo molto da replicare. Ringraziai, salutai e andai a casa a mettere dentro una borsa una camicia, due calzini, un paio di slip e una sveglia per la mattina dopo. Un amico mi accompagnò in aeroporto. Linee aere bulgare e in tutta la cabina eravamo io e una ragazza anche lei poco più che ventenne. “Posso sedere accanto a lei?” mi chiese prima del decollo.“

“Certo che si. Si accomodi.”

Errore: era una segretaria che raggiungeva il boss a Sofia ed era al suo primo volo. Terrorizzata mi chiese se potevo darle la mano. Me la triturò per tutto il viaggio,

A Istanbul sceso in pista per salire sul bus sentii un signore in divisa da autista chiamare “Dottor Cini… dottor Cini…”

“Forse Cino?” domandai.

“Si, venga si accomodi.” Mi aprì lo sportello di una berlina coi vetri oscurati e: “Che albergo la porto? Verrò a prenderla domani mattina.”

Problemino: per il sottoscritto Istanbul era Sultan Ahmed e la zona frequentata da hippies e viaggiatori spiantati. Quindi gli dissi di portarmi lì e catturai un suo sguardo sorpreso attraverso lo specchietto. Lì scelsi un albergo di cui ricordavo il nome da precedenti viaggi e con la tariffa più che abbordabile.

La mattina dopo lo stesso venne a prendermi con la stessa macchina e con un ampio giro mi portò dall’altra parte del Bosforo e mi lasciò davanti a una chiesa cristiana. Chiusa come tutte quelle ma su una porticina mi aspettava un signore in giacca e cravatta.

“Venga. Si accomodi. Da questo momento tutto quello che vedrà lo dimentichi. Sa come è… suo padre le avrà detto…”

“Non è mio padre che mi ha mandato qui.”

“Ah… allora chi?”

“Dottor Baricco”. si era presentato così, “mi è stato raccomandata di non dire nulla…”

“Capisco. Ma ecco i suoi bauli. Sono questi, no?”

Erano li davanti a me in una specie di sacristia dove entravano e uscivano diversi uomini vestiti con dei camici blu tipo commessi di ferramenta. “Buongiorno Comandante.” O al comandante, il dottor Baricco, rivolgevano domande o chiedevano disposizioni circa incomprensibili compiti.

“Signor Cino controlli i bauli per vedere se c’è tutto. Abbiamo dovuto aprirli noi per vedere se qualcosa era stata toccata ma lei sa meglio di noi.”

Dire che ero sorpreso da tutta la situazione è dir poco. Alzai i coperchi dei bauli e gli dissi di si, mi sembrava ci fosse ogni cosa. “Bene. Adesso l’autista la condurrà subito in aeroporto. C’è un volo per Roma fra non molto. Se torna ad Istanbul mi venga a trovare. Le sue cose in albergo le ritireremo noi. Se torna mi porti dei carciofi. E’ qualcosa che qui non si può trovare e a mia moglie e me manca molto.”

Sorrideva e io non riuscivo a valutare quanta ironia ci fosse in tutto ciò o se fosse serio.

Una stretta di mano e poco dopo salivo sull’aereo diretto a Roma. Un po’ mi vergognavo, un po’ mi veniva da ridere pensando alla faccia che avrebbero fatto ritirando in albergo il bagaglio del dottor Cino: quelle tre cose più una sveglia a martelletto dentro una borsa blu con un asino bianco e la scritta forza Napoli. Non trovavo una borsa preparandomi a partire e l’amico che mi avrebbe accompagnato all’aeroporto si ricordò di averne una in macchina.

Quando sbarcai a Fiumicino trovai ad attendermi il mio socio e suo padre. “Vieni Giuse’. Tutto a posto? Ti hanno fatto domande? Ricordati di dimenticare ogni cosa. Tu non sai nulla e nulla hai visto. I bauli sono già nel furgone.”

Così l’incontro con un curdo alla fermata degli autobus a Koraj in Iran si era evoluta in una storia di spie tra una chiesa sconsacrata al di là del Bosforo e traffici internazionali.

Me ne ricordai, meglio dire che non ho mai dimenticato quegli avvenimenti, quando ritornando a Istanbul qualche mese dopo questa volta in macchina mi portai dietro una cassa di carciofi. Avevo telefonato al mio amico, cancelliere presso quel consolato, e lui mi aveva confermato che si, esisteva un dottor Baricco e lo conosceva.

Ma questa è un altra storia; non quella del mio primo incontro con un curdo e di come lo vidi trattare, che stanotte, guardando il filmato su Cucchi mi è tornato in mente. Una delizia di filmato: violenza e protervia delle uniformi, italiane o turche nel caso portato a galla dalla memoria, o cilene o…

 

 

25Franca Cino, Emanuela Limiti e altri 23

Commenti: 17

Visualizzato da 72

 

 

Cristiano Metz

ma quali vecchietti!

 

Pino Cino

fa pe’ te. io sono feice e orgoglioso di essere arrivato fin qui (e ben oltre)

 

Sergio Baldi

ciao cristaiano

 

Sergio Baldi

cristiano scusa

 

Pino Cino

  1. cristaiano è più originale. lo preferisco

 

 

 

 

 

Paolo Paci

Tulli portava con se un virus influenzale afghano attraverso l’Iran e la Turchia e in Italia…Poteva far scoppiare un pandemonio

 

Pino Cino

Tulli era un catorcio

 

Paolo Paci

mi ricordo Chai Shop a Roma e anche i samovar e i tappeti…

 

Pino Cino

allora è stato l’ l’ultimo nostro incontro? io ero rimasto allo straccione accompagnato all’aeroporto di kabul

 

Paolo Paci

all’arrivo a Roma andai dritto al San Camillo e ci rimasi un mese con epatite tipo A. Deve essere l’inverno del 71…

 

Pino Cino

  1. inverno 71

 

Paolo Paci

Bello il raccontino…

 

Sandro Ludovisi

affascinante, degno di una spy story , se ne trarrebbe un bel film, o una miniserie…un anno in Afghanistan…cacchio! ciao Pino!

 

Pino Cino

ciao

Sandro

 

Emanuela Limiti

E bravo Cinuccio nostro

 

 

Pino Cino

Seccaaaa! Buongiorno

 

Emanuela Limiti

buongiorno a te

  • 0
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0

I miei articoli

“hija de puta”

In quale casa mi trovo? La “hija de puta”, bella persona, era una delle infermiere che mi facevano visita ogni mattina a casa per fare controlli

continua a leggere »

Mente a zonzo

Quanto può essere sorprendente scoprire il desiderio di abbracciare un donna ed esserne abbracciato mentre sei in un Hospice a far cure paliative.   Entrato

continua a leggere »

Fato volle

Mi ritrovo a pensare come secondo i tempi che correvano e i diversi luoghi, gli umani si siano creati queste figure che hanno chiamato dio

continua a leggere »

Autobiografia

Non solo tatuatore. Tutti noi quanti abiti differenti abbiamo indossato nell’arco del nostro tempo? Io ho avuto la fortuna (la mia vita fortunata) di aver

continua a leggere »

Viaggio ad ovest

Il Decameronesocial è zeppo di memorie anche dei miei viaggi in oriente ma non credo di aver fatto cenno della volta in cui Sidney passò

continua a leggere »

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

The maximum upload file size: 2 MB. You can upload: image, audio, video, document, spreadsheet, interactive, text, archive, code, other. Links to YouTube, Facebook, Twitter and other services inserted in the comment text will be automatically embedded.