Leo

10 05 2020+

Leo

Può capitare se si è tutti e due romani di salutarsi con un “vaffa ‘n culo”. Può essere inusuale, ma coerente con la romanità, che uno dei due stia per morire e entrambi ne siano coscienti.
Sapevamo che sarebbe stato il nostro ultimo incontro. Uno dei due aveva scelto di sottoporsi a un intervento chirurgico che gli stessi medici paventavano disperato e forse inutile, ma lui si era semplicemente rotto i coglioni di starsene nella sua stanzetta tra i monti dell’Umbria con il respiratore del polmone d’acciaio sempre attaccato e una deficienza fisica che non gli spettava. “Se va male, muoio sotto anestesia”, mi disse quando gli chiesi se era proprio convinto.
Avevo saputo che aveva deciso di farsi operare, me l’aveva detto lui stesso al telefono un paio di giorni prima, e così andai a trovarlo in quell’ospedale vicino Perugia.
Ci siamo lasciati così, con un vaffanculo romanissimo che esige comunque una spiegazione.
Anni prima, parecchi anni prima, almeno una ventina, era venuto un giorno a pranzo e io avevo fritto dei moscardini trovati quella mattina al mercato di via Rolli. “So’ calamaretti, non moscardini.” “Ma che stai a di? So’ moscardini.”
L’inizio di una delle nostre discussioni in cucina e sulla cucina. Andò avanti per mesi la storia dei moscardini: se fossero più lunghi, più rosa, più grigi, più grossi, impossibili da friggere e giù esempi e citazioni e ricettari portati, da ambo le parti, a testimonianza. Ci divertivano quasi quanto le partite a tressette quelle nostre diatribe sui più svariati temi. Sempre con il sorriso e la mordacità del romanesco.
Così quel giorno, in un’anonima stanza di un ospedale Perugino, dopo qualche chiacchiera, al momento di andar via gli dissi: “Va be’ capita’… se proprio hai deciso… viaggi ne hai fatti tanti… che sia un buon viaggio. Se poi decidi di non farlo… festeggiamo. Ti preparo una frittura di moscardini…”
“Vattene a fanculo coi moscardini…” “fanculo tu…”.
Ridevamo tutti e due. Lui nonostante le cannule infilate su per il naso e le flebo alle braccia. Da allora e per adesso non ci siamo più visti.
Quel che vado raccontando mi costerà l’amicizia delle due donne che sono state le sue mogli e come tali hanno avuto la presunzione di averlo conosciuto. Vissuto forse, in due diversi momenti del suo percorso ma aver penetrato la sua anima e averla anche solo parzialmente posseduta lo escluderei.
Il personaggio Leo, Leopoldo per l’anagrafe e talvolta usato come richiamo affettuoso della sua seconda, ma sarebbe più corretto dire terza, moglie, a me capitò di incontrarlo un pomeriggio assolato come solo nel Maharastra può essere alla metà di dicembre. Avevo aiutato certi amici pescatori, gli stessi con cui giocavo a pallone sulla sabbia, a tirare sulla riva le reti stracolme di pescato e come spesso accadeva mi avevano lasciato un po’ di maccarelli.
Sporco di sale, sudato, vestito soltanto di uno slip, con la mia casa che distava un centinaio di metri, portarsi via quella ventina di pesci diventava un’impresa resa impossibile dai corvi che giravano intorno aspettando solo che io mi distraessi per fiondarsi in picchiate radenti il bagnasciuga.
Lungo la spiaggia vidi venire avanti un hippy vestito della divisa classica degli stranieri a Goa in quel 1970 che li vedeva ancora abbastanza rari. Nudo, coperto di un perizoma e con una borsa di tela di quelle del mercato appesa a una spalla. Capelli non lunghissimi ma che poggiavano sulle spalle mischiandosi a una folta barba nera, due grandi occhi neri e una bella faccia con un naso importante, e importante è un’iperbole.
Claudicava in maniera evidente e quando giunse alla mia altezza e accennò un saluto, presi la palla al balzo: “Hey man, do you mind to lend me your bag five minutes… just the time to carry this fish to my house?”, e indicai la casa.
“Si. Nun c’ho problema, però il pesce me lo mangio pure io. Sei de Roma, eh?”
Il mio roman english accent aveva denunciato l’origine e da lì fu tutto un rivisitare insieme luoghi della nostra città che entrambi conoscevamo. Veniva dalla Garbatella, e ne parlava come di un luogo mitico e perduto, aveva una decina d’anni più di me e il tempo di preparare un ciaj e si era già lasciato andare a racconti sulla sua vita che, messi giù da uno sconosciuto, un po’ lasciavano perplessi.
Capitano di marina, dopo un incidente in fase di scarico a Miami che l’aveva lasciato per non so quanto tempo in coma in un ospedale americano, aveva deciso di restare a terra e prendere a viaggiare alla ventura.
Così nello spazio di una serata era venuto fuori che aveva fatto contrabbando a Panama e poi era stato professore di francese in una scuola femminile a Osaka e responsabile commerciale della Campari a Napoli e non so quante altre ne vennero fuori finendo per lasciarmi esitante su chi avessi incontrato.
Era simpatico comunque, pronto allo scherzo e passava facilmente con la sua voce profonda dalle considerazioni più serie sulla filosofia indiana alle battute in romanesco. Sancita la conoscenza con maccarelli arrostiti e qualche abbondante bicchiere di grappa di Caju nacque una frequentazione quotidiana dal momento che aveva in affitto una stanza a due passi da me.
Divenne una piacevole consuetudine sbronzarsi la sera e starsene stesi sulla sabbia ancora calda a scrutare il cielo tropicale così nero e così ricco di stelle. Ovvio che lui conoscesse ogni singola costellazione e stava lì a tenermi pazienti lezioni astronomiche. Arrivarono altri italiani in zona e incontrando un paio di miei amici romani venne fuori che lo avevano incrociato a Kabul, all’epoca tappa obbligata sulla strada verso oriente. Le serate si arricchirono così di personaggi e racconti e risate. Giravano le canne di gangia ma sia io che lui non ne facevamo grande uso. Giocavamo a scacchi, a shesh-besh, avevamo un Karom ma soprattutto un mazzo di piacentine così che il tressette era diventato un obbligo, completo di vanterie e prese in giro assolutamente amichevoli ma feroci.
Lui ed io trovavamo il tempo e la voglia di parlare di quei libri che non avevamo. Quelli che avevamo letto e quelli che avremmo voluto avere là in quel beato far niente.
Come ho detto le nostre case erano molto vicine e spesso la mattina mi raggiungeva per prendere insieme un te’ prima di andarcene insieme al villaggio a fare spesa. Chiacchieravamo, talvolta mentre io ero occupato a dipingere, e questo metteva in dubbio la nostra amicizia perché mi sorgeva il dubbio di avere davanti una sorta di Tartarin di Tarascona: raccontava di aver incontrato il figlio di Von Ribbentrop da qualche parte in Sud America che gestiva un bar, di aver visto da lontano nel Sahara una montagna brillare per avvicinarsi e scoprire poi che era fatta di bottiglie di Coca Cola. Raccontava di un rivoluzionario inglese che dentro una taverna in Africa, alcolizzato piangeva ricordando di aver organizzato con i suoi compagni una rapina a un supermercato e che quando si erano trovati a dover fare fuoco contro la polizia prendendo in mezzo la gente aveva rivolto il mitra contro i suoi compagni falciandoli e scappando poi via. “Erano come bambini… you can’t shoot children…”, dice che piagnucolava il tizio.
Le raccontava così bene che stavi a sentirlo senza mettere in dubbio le sue storie. Il massimo credo che fu durante una delle mille serate a casa mia a Roma, tutti insieme. Era tornato Enzo dal suo viaggio in Sud America e raccontava di luoghi e situazioni e ogni tanto Leo si inseriva a domandargli se era stato là e qua. Quando Enzo prese a narrare della sua visita all’Indio Santiago, lo stesso di “A Scuola dallo stregone”, uno dei libri mito della generazione, e Leo lo interruppe: “Abita ancora là? Quella casetta in cima alla salita… a destra… vicino…” Saltammo su in un coro spontaneo di “A Le’, vaffanculo!” Era stato da ogni parte e pian piano ci abituammo al fatto che quel che diceva era affidabile.
Una cultura più variegata della mia anche per la maggiore età e io lo stavo a sentire quando parlava di Reich infervorandosi e allacciando a quello i suoi sogni anarchici più che comunisti.
Condividevamo le opinioni sulla religione, sulla malafede di quanti si fossero arrampicati a far politica e legiferare, il consumismo e che il pensiero maoista che aveva coinvolto così tanti giovani all’epoca fosse solo una moda ci trovava d’accordo. Sul come fare il ciaj dissentivamo: le dosi dell’anice stellata o del cardamomo erano uno spartiacque.
Ripartimmo insieme da Goa diretti a nord. Su una vecchia Opel Record rosso scuro di proprietà di un veneziano che era stato anche lui per un mesetto a Baga e con Nicla, una mia vecchia amica romana anche lei di ritorno ad Ovest. Fu un viaggio piacevole arricchito dallo svegliarsi una mattina al primo sole che accarezzava non so quale fiume del centro India e scoprire che dal tempio di Shakti, dentro la grande vagina di pietra in cui mi ero accoccolato per la notte col sacco a pelo, sporgendomi appena oltre l’orlo di pietra della grande ioni potevo scorgere non visto le donne di un villaggio vicino che venivano a lavarsi. I loro sari di tutti i colori incollati nudi sui corpi, i lunghi capelli neri sciolti a filo dell’acqua, gli scherzi tra loro, la maestà placida del fiume e il sole che si affacciava a monte di quell’acqua che diventava argento. Buongiorno.
Divertente fu pure giocare a tressette tutti e quattro dentro una taverna in chissà quale villaggio lungo la strada verso il Gujarat ed essere tormentati da una folla di indiani che volevano vedere da vicino e ridevano parlavano volevano toccare, finché il padrone della locanda dopo averli minacciati finì per aprire una porta e lasciar passare una specie di yeti alto e grosso che fece solo una smorfia ma bastò a svuotare il locale. India misteriosa.
A Kabul ci lasciammo. Io restavo là ad organizzare il mio viaggio a cavallo sulle orme di Marco Polo e Leo tornava a Roma. Mentre eravamo a Goa era morto suo padre e insieme avevamo parlato dell’inutilità di ritornare per un funerale che sarebbe già stato quando lui fosse arrivato; ci eravamo regalati soltanto qualche serata in cui lui mi parlava di suo padre, napoletano lo sentiva lui, e io parlavo del mio napoletano anch’egli. Così adesso sarebbe tornato a Roma a vedere la madre, le sorelle, i due fratelli, qualche vecchio amico della Garbatella. Di sicuro non la moglie con la quale era stato sposato molto poco. “Troppo diversi”, diceva di lei. Non ricordo se all’epoca fosse già divorziato. Non ebbe nessuna storia lì a Baga ma ricordo che mi arrivò una mattina frastornato da un sogno in cui le gambe degli sgabelli e dei tavoli diventavano gambe di donne.
Partendo per l’Italia si portava comunque dietro il sogno maturato mentre ce ne stavamo sotto le palme a studiare le evoluzioni delle cornacchie e le arrampicate dei cacciatori di Toddy: voleva risalire il Congo-Kinshasa. Era il sogno di quel momento, aveva trentacinque anni e quando beveva un goccio di più non parlava d’altro.
Se ne andò invece in Sud America così che quando più di un anno dopo tornai in Italia di lui non c’era traccia. Vagava per quel continente rigorosamente a piedi o in autobus perché quello era il modo giusto di viaggiare, diceva.
Quando tornò ci rivedemmo e la nostra amicizia si fece più salda. Serate, cucinate, partite a carte, nuovi amici da condividere.
Si era trovato da lavorare con un banco a Porta Portese dove insieme a un suo vecchio amico della Garbatella vendeva oggettini di ogni tipo. Ogni tanto però si ricordava di essere un capitano di marina e si imbarcava, pagato da capitano, su qualche ricco yacht per rapidi giri nel Mediterraneo. Non gli piaceva più il mare vissuto in quel modo, spiegava e una volta soltanto accettò una traversata atlantica su una nave da prendere ad Amsterdam e portare alle Figi con uno scalo a Londra dove avrebbe imbarcato l’equipaggio.
Ci raccontò che si era ritrovato a bordo oltre al fiduciario dell’armatore, un tassista cockney, una ragazza delle Figi che si pagava un passaggio a casa e due marinai irlandesi alcolizzati che mentre navigavano in mezzo all’atlantico scoprirono che nella stiva c’era un carico di birra di cui lui non era al corrente. Tentarono di saltare addosso alla ragazza così che Leo passò gli ultimi giorni chiuso in cabina insieme a lei per proteggerla e con la pistola pronta sul tavolino fino a raggiungere Panama. Lì abbandonò la nave e quello fu il suo ultimo viaggio per mare.
La mania del viaggio intesa come filosofia non l’abbandonò fino alla fine. Era arrivato il cancro, scoperto casualmente e solo grazie alla coincidenza di un certificato per la moglie che un amico medico gli avrebbe fatto in ospedale. All’amico quel bozzo sul collo non piacque neanche un po’. “Vieni qua, facciamo due esami.” Qualche giorno dopo mi telefonò: “E’ cancro. Bisogna dirglielo. Andiamo a trovarlo a casa?”
Mi feci invitare a cena e quando insieme a Stefano sulla porta ci accolsero lui e Gabriella e Leo avvertì che la cena l’aveva preparata lui perché lei aveva fatto tardi al lavoro, io mi lamentai paventando problemi di digestione: mi presi i rituali vaffa.
“Aspetta… aspetta. Prova a dirlo con la bocca storta perché dopo l’operazione se ti va bene la bocca ti rimane piegata.” La buttammo a ridere secondo costume ma quando si operò pochi giorni dopo eravamo tutti lì in ospedale ad aspettare l’esito e il risveglio di Leo. Lo amavamo tutti molto. Non si poteva non stimarlo e volergli bene. La sua disponibilità, la modestia, la capacità di starti ad ascoltare senza che ci fosse in questo nulla di cristiano, l’umanità di Leo nel senso più alto e profondo che si suole dare a questa parola facevano si che il circolo di amici intorno a lui fosse ben coeso.
Al di là di queste sue caratteristiche che ne facevano una personalità benvoluta e cercata dagli altri, Leo era capace di caparbie e decise rotture. Gente che aveva smesso di piacergli o che si era scontrata con lui anche per motivi risibili, veniva cancellata senza misericordia. Quando stette male c’eravamo tutti compresa la sua famiglia che nel frattempo avevo incontrato e conosciuto. Gente semplice come lui, disponibile a legare con gli amici di un fratello dalla vita così diversa.
Il cancro si portò dietro una serie di strascichi fisici che resero più complicata la quotidianità: era costretto a indossare un busto e aveva variato l’alimentazione. Tanto era senza regole a tavola prima di allora tanto stava attento adesso a quel che mangiava ma sempre senza pesare sugli altri. Se si andava a cena insieme era lì a bere e mangiare esattamente come gli altri.
La sua malattia, protrattasi per una quindicina d’anni dopo un paio di operazioni, non gli impedì di rinunciare ai viaggi. Più brevi adesso, una sorta di corto raggio, ma questo era anche dovuto ai lavori che si trovava. Il banco al mercato delle pulci era finito quando con il suo vecchio compagno di quartiere aveva rotto per incompatibilità culturale potrei riassumere. Poi era finito in giro per i posti più sperduti d’Italia a cercare correnti disperse dotato di una macchina e una strana apparecchiatura. Altri giri lo portava a fare il volantinaggio per conto di non so quale azienda. Anche qui girando un po’ tutto il centro Italia. Forse l’ultimo lavoro fu quello di cuoco in Spagna presso il ristorante di un amico che si era trasferito in Costa Brava. Durò qualche anno e ci sentivamo via telefono o quando riusciva a scappare a Roma che, diceva, gli mancava molto. Di imbarcarsi non ne parlò più. Con il mare aveva chiuso e il suggello fu alla chiamata del Ministero della Marina che gli intimava di presentarsi portando con sé la mantella d’ordinanza e la sciabola: aveva avuto uno scatto di carriera e gli avrebbero conferito i nuovi gradi. Andò e comunicò loro che con la mantella la moglie si era fatta una gonna, la spada era stata venduta a Porta Portese e lui, gli ricordò, si era dichiarato comunista anni prima e quindi non voleva più avere niente a che fare con la Marina Militare. I suoi imbarchi erano sempre stati su navi dalle più strane bandiere così che l’unica pensione che percepiva gli derivava dalla menomazione rimediata tanti anni prima a Miami: a lui bastava e devo dire che non ho mai saputo che fosse senza soldi o nella necessità di essere aiutato economicamente.
Questo era Leo, un compagno di strada di quelli che non dimentichi e che lasciai con un vaffanculo reciproco: morì il giorno dopo sotto anestesia, così come aveva previsto.

28Sergio Baldi, Franca Cino e altri 26
Commenti: 21
Visualizzato da 95
Sergio Baldi
pino mi hai commosso , ,lo conoscevo poco ma mi piaceva moltissimo

Pino Cino
valeva una bella amicizia. è durata quasi mezzo secolo

Hermano Boccanera
Leo è stato per me più di uno zio e più di un amico, sempre pronto a difendermi anche a costo di sfanculare mamma e papà, manca…

Pino Cino
Autore
Amministratore

  1. non era perfetto. arrivava anche a proteggerti

Hermano Boccanera
Pino Cino
strunz
Pino Cino
a soreta

Hermano Boccanera
Dopo me lo leggo tutto il post…

Gippi Rondinella
Grande..Capitano…!

Gabriella Castello
Ti scriverò in privato. Molto toccante il racconto se pur con inesattezze. La sera dei moscardini c’ero anche io…. non mi ha mai perdonato di averti appoggiato. Leo non ha mai avuto gli occhi neri, erano di un colore indefinito che tendeva al viola. Ti abbraccio.

Sergio Baldi
pignola

Gabriella Castello
Come mi diceva spesso Leo….. “sei del nord non puoi capire ”

Sergio Baldi
nord?
Hermano Boccanera
Gabriella Castello
un abbraccio…aveva ragione

Gabriella Castello
Si, io sono ligure

Gabriella Castello

Pino Cino
Gabriella Castello
n’è vero. sei pugliese

Gabriella Castello
Di adozione
Emanuela Limiti
Zio Leo sei stato un amico speciale! Grazie
Pino
!

Stefano E. Stef
Molto bello

Claudio Bucci
Bravo
Pino
, stavolta ti sei superato, ma, è evidente che è tutto merito della tua fonte d’ispirazione
Patrizia Marini
bel racconto

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5 risposte

  1. Abbiamo parlato a lungo nella cucina di una delle tue case. veramente lui parlava ed io ascoltavo. Voleva prendere una di quelle carrette del mare per andare a caricare guano nelle isole del Pacifico. Pare si guadagnasse bene a farlo. Era proprio un gran fico.

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