Goa 8

Goa 8
Andavo e venivo da un charter all’altro continuando la mia attività di importatore, avevo messo su una ditta, trovando però sempre quel mese o giù di lì per tornare a Goa dagli amici e dai panorami che amavo. Eddie Eightfingers, Alessandro che anche lui lasciava l’Africa, mi sembra di ricordare l’Angola dove era accreditato dal governo italiano come responsabile medico di non so che cosa, e si rifugiava ad Anjuna nella casa di Piero suo antico amico bolognese; le Philly’s ladyes, un gruppo di ragazze da Filadelfia sempre presenti a Goa; Archimede, vecchio amico romano, e Beppe e Roberta e Ciclamino con signora e pargolo e Furio di Torino e Stefano e Bruno di Crema mi sembra di ricordare e Renato da Napoli. Chissà quanti ne dimentico ma una delle mie prerogative era non prender nota e tuffarmi senza paracadute da una situazione all’altra.
Sicuro di me e dei miei trent’anni piombai a Goa una volta proveniente dalla California. Un mio amico storico romano partiva per uno dei suoi abituali viaggi negli States e io nullafacente in quel momento e ricco mi dissi “perché no?”.
Business visa e a Mill Valley dove ero ospite del Farina, uno dei musicisti che non ci avevano mai raggiunti a Goa, rincontrai una delle Philly’s lady di Anjuna: storia d’amore di qualche giorno che personalmente servì a farmi accorgere che ero propio innamorato ma di un’altra.
Una che dopo un paio di notti insieme nella mia casa di Trastevere era partita per un viaggio in India con il suo bambino di quattro o cinque anni. Sarebbe andata a Goa mi disse.
Ciao California e qui di memorabile ci fu la signora di Filadelfia che mi invitava in un isolotto delle Haway che si era appena regalato, mi invitava anche ad andare a vedere i camion che aveva appena comprato per portare in giro i Rolling Stones che di lì a poco avrebbero fatto una tour negli States. Piuttosto ricca la ragazza, tutto bello, ma io ero ormai deciso a volare all’inseguimento di quell’altra, così Filadelfia si arrese ma volle seguirmi a New York dove mi fece trovare una suite di fronte al Central park prenotata. Due notti idilliache poi volai a Roma.
Per chiudere l’affair Philly, da Roma spedii 30 rose e mi sorprese non trovare nemmeno un grazie al mio ritorno a Roma. La chiamai e mi rispose la sorella dicendomi in lacrime che era morta, un attacco di cuore, pochi giorni dopo che ero partito da New York. Aveva la mia età ed era una gran bella donna.
Le donne. Perché dell’altra non c’era traccia. Mi toccò finire a letto con una hostess spagnola ma io volevo lei.
Due giorni dopo la spagnola mi fa scendere alla reception del mio albergo, sempre lo stesso, e mi consegna una lettera indirizzata a me che mi dice di aver trovato nel suo di albergo, da tutt’altra parte in città.
Prendo atto, apro la busta ed è di lei; quella di Roma, che poi era veneta, che andavo inseguendo. Mi scriveva che era a Bali col suo bambino ma presto sarebbe andata a Goa. Wow!
Subito aereo e Goa dove mi metto in caccia. Giocavo in casa lì. Conoscevo tutti, e la trovo che aveva preso in affitto una stanza insieme a una norvegese che aveva un bambino dell’età del suo.
Come tempo storico eravamo, primi anni 70, appena fuori dalla presa di coscienza delle donne. Femminismo o no la signora veniva da un divorzio col padre del piccolo e intendeva rimanere libera e indipendente.
Scelsi di giocare la carta Tiracol. Questo era uno dei vari Forti portoghesi dislocato lungo la costa all’estremo confine nord tra l’oceano e la foce di un largo fiume. Il governo indiano ne aveva fatto un albergo turistico come qualcuno tempo prima mi aveva raccontato entusiasta.
Invitai la signora ad una vacanza a Tiracol e strategicamente invitai pure la sua amica norvegese che si sarebbe presa cura dei pargoli. Ma chi si sarebbe preso cura della norvegese? Si chiamava Tover, molto bella e aveva la graziosa peculiarità di saper scrivere a rovescio. Infame leggere le sue letteere allo specchio.
Invitai così anche un mio caro amico di Bologna e questo fu un marchiano errore.
Il mio amico aveva accolto l’invito pensando che così avrebbe potuto farsi una sana rota da eroina in tutta tranquillità.
Capitò che dopo qualche giorno mi dicesse: “Ma lo sai che ha fatto la norvegese? Mi è arrivata in camera nuda, vestita solo con gli stivali, per chiedermi un fiammifero. Io le ho dato tutta la scatola e l’ho cacciata via.” Argh!
Ma Tiracol era di una tale bellezza che non potevi non gioire del tempo speso in quel posto.
Ero ricco, tanto da offrire la vacanza a tutti quanti e l’albergo era deserto. Affittai tutte le stanze e i quattro enormi appartamenti con le mura di pietra di un forte del seicento piazzato su un breve promontorio al confine col Maharastra State e raggiungibile solo guadando il fiume che lo separava da una spiaggia di sabbia bianchissima lunga un chilometro.
Una piccola canoa era a disposizione per traghettarci dal forte alla spiaggia ma era piccola, ci si entrava in due, così lascai andare le due donne e i bambini e io mi tuffai per nuotare fino all’altra sponda.
Errore perché la corrente del fiume scontrandosi con la risacca del mare mi facevano fare una fatica inane, tanto che feci cenno al traghettatore di lasciarmi aggrappare alla poppa della canoa. Così arrivai in quella che ritenni la più bella spiaggia goana. Non una sola orma sulla sabbia.
Il giorno dopo si sarebbe ripetuta la traversata ma questa volta insieme a noi c’era pure Piero, il bolognese, così pensammo di ripetere l’impresa dell’attraversamento ma nuotando lentamente in compagnia.
A metà del guado vedo Piero, affiancato a me, annaspare, andar sotto, poi risalire: “Nulla, nulla. Mi era sembrato qualcosa mi toccasse.”
Torniamo indietro nel pomeriggio facendo fare doppio viaggio alla canoa e ci chiama a sé il direttore dell’albergo, Piero aveva degli evidenti segni violacei sulla faccia e il petto. Mostrandoci dall’alto la foce, il direttore ci dice: “Sono velenosissime.”
Nell’acqua si muovono quasi galleggiando un mucchio di meduse lunghe qualche metro.
Chicca di Tiracol e del nostro beato soggiorno fu l’aver mandato il direttore che tutti i giorni scendeva al villaggio per far la spesa che sceglievamo e fagli acquistare anche duecento rupie di fuochi d’artificio, una specialità indiana, che avremmo esploso l’ultimo notte.
Goa, portoghese di cultura e regole, non aveva problemi con l’alcool, cosa che avevano invece quelli che abitavano dall’altra parte con i regolamenti strettissimi inglesi al riguardo. Così l’attività degli abitanti del villaggio sul confine tra i due stati era distillare mele Caju dentro enormi pentoloni di coccio sempre sobbollenti, per caricare i camion che nella notte segnavano con i fari la strada verso il Maharstra. L’odore della bollitura e della distillazione riempiva tutto il villaggio.
Venne la sera della partenza e Piero ed io dopo la cena, verso le 21 ci dedicammo a piazzare bengala e altre follie pirotecniche lungo le murate del forte. Ne facemmo partire un paio bellissimi alti nel cielo nero poi si precipitò da noi il direttore: “No, please.” “Tutto il villaggio sta aspettando i fuochi. Si sono organizzati per le 23.”
Così sparammo una mezz’ora di botti con una folla che strepitava e accompagnava con fischi e gran battiti di mani.
Goa, Tirakol, mi regalò una bellissima storia d’amore e un figlio di cinque anni. La femmina arrivò qualche anno dopo ma a Goa ho portato anche lei.

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