Goa 6

Goa 6
Qualcuno mi esorta a scrivere di più e fare un libro di questo Decameronesocial nato da pandemia perniciosa e relativa quarantena. Se qualcuno volesse tentare l’impresa quello non sono io. Ho da sempre scritto e credo di averne accennato in qualche post precedente qui sul Decamerone ma starmene a riempire pagine su pagine mentre la vita scorreva intorno a me fece decidere da subito che non mi si confaceva.
Volevo stare in mezzo alla mischia non fermo ad osservarla. Come ho raccontato poi, per la serie le coincidenze che hanno sempre guidato la mia esistenza, incappai in un libro abbandonato in un albergo di Kabul e quando, felice per questo libro in italiano quando non avevo più nulla da leggere, Henry Miller, che già amavo, mi sbattè in faccia “che quello che non è sulla strada è letteratura”. Il punto di vista di un maestro a confermare quanto pensavo.
Così da quell’albergo di Kabul proseguii il mio viaggio buttando via i fogli che nel tempo riempivo. Miller per fortuna creò tutto in forma biografica.
Nel frattempo questa idea di novelle per Decamerone, o gioco social in periodo di domicilio coatto, si è spinto verso racconti autobiografici di coraggiosi accomunati dalla medesima età.
Il mio caso è particolare perché da instancabile lettore di libri mi sono ritrovato a non aprirne uno dallo scorso agosto quando la vista se ne è andata dai miei occhi. Funziona soltanto andando sulla tastiera a memoria e avendo davanti lo schermo da 24 di un Mac che mi evidenzia le battiture sbagliate.
Invaso dai Whatsapp, dalle telefonate e messaggi di reduci dalle lontane Indie continuerò su quel tema del resto ricchissimo di spunti.
La Goa che mi aveva accolto dissolse presto in un paese dove il business la faceva da padrone. L’interesse, o lucro meglio ancora, cominciò a condizionare tutto; vantaggio dei Goani che poterono abbandonare la faticosa pesca e si trasformarono rapidamente in albergatori, ristoratori, cuochi, e autisti di grosse ridicole Ambassador.
Anche per noi viaggiatori le comodità aumentarono. L’India non fu più un lungo viaggio polveroso ma un comodo charter che da sotto caso ti scaricava dentro l’aeroporto di Bombay. Traumatica per chi era al primo contatto la quindicina di chilometri di strada a doppia corsia che ti portava in centro città: era una folla di storpi e bambini vestiti di stracci che si accalcava ai finestrini in ogni sosta per elemosinare qualcosa. Superato quell’impatto, ricordo chi non ce la fece, ti ritrovavi in una metropoli luccicante, di grattacieli e splendidi negozi.
Alberghetti deliziosi e poco cari nelle vie intorno al Taj Mahal Hotel, un mastodonte lussuosissimo e costoso, poi da lì te ne andavi al porto dove ti facevi una giornata di navigazione sotto costa su un traghetto dall’aria comunque antecedente.
Li, mangiando samousa, una specie di fagottino fritto ripieno di verdure o carne macinata, alternato al solito Dahl, la zuppa tradizionale di lenticchie rosse, rigorosamente raccolta dalla scodella con il Nan, specie di focaccia morbida e sottile, con la dita della mano destra mi raccomando, dal momento che la sinistra è quella del diavolo o piuttosto quella usata per le abluzioni corporali, trascorrevano ore deliziose osservando i villaggi sul mare che scorrevano lungo la fiancata sinistra, fumando una canna o un Chiloum, o partecipando alla lotteria di bordo. Un sottufficiale radunava i partecipanti sul ponte e vendute le cartelle dava il via un Bingo che la prima volta che assistetti mi diede parecchio da pensare. Estraeva i numeri e li chiamava usando le immagini della Smorfia. “Seventeen: bad luck!” “Ninety : the fear!” Io a chiedermi cosa legasse Goa e Napoli.
Approdo al porto di Panaji e viaggio in taxi fino a Mapuca o le altre destinazioni.
Dopo il 70 si erano create comunità di turisti anche a Vagator, Arambor, Candolim. Una spiaggia più bella dell’altra; tutte in comune quell’acqua tiepida e lo stormire delle palme. Ah, e i corvi e i maiali.
Il mio ritorno a Goa due anni dopo, mi sembra di ricordare, fu così meno faticoso dei due mesi lungo le strade dell’Iran, Afghanistan e Pakistan.
Tornato in Italia nel Natale del 71, mi ero ritrovato a casa da mio padre senza un soldo in tasca ma con una gran voglia di andare. Lavorare? Cosa? Qualche esperienza l’avevo avuta negli anni immediatamente dopo la scuola, mai finita, ma ero il classico né arte né parte; così presi al volo l’idea di alcuni amici di aprire un ristorante e trasformai l’idea in quella di un Chai Shop che dopo i due anni di Afghanistan mi era familiare.
Approvato: e ne venne fuori un avventuroso viaggio via terra con diversi pulmans di linea per andare ad acquistare gli indispensabili samovar, tappeti, thè e spezie varie.
Un bel successo nel cuore della vecchia Roma ma la società non funzionò un granché così mi risolsi a dedicarmi alla creazione e alla vendita di vetri finto piombo che avevo imparato a fare a Kabul.
Arrivò la coincidenza che mi avrebbe riportato a Goa con la proposta di andare in India a comprare sorprese per uova di Pasqua. Esattamente migliaia di oggettini che un’importante fabbrica di cioccolata avrebbe chiuso dentro le uova per la Pasqua seguente.
Portato a termine l’orrido incarico mi ritrovai a Bombay con in tasca i soldi guadagnati e mi risolsi ad andare nella mia Goa.
Questa volta non Baga ma la casa me la trovai ad Anjuna, la spiaggia adiacente.
Ritrovai le facce solite e feci nuove amicizie. Rimirai gli stravolgimenti che in due anni avevano trasformato l’area e mi diedi alla solita vita fatta di bagni e nottate a giocare al Backgammon.
L’idea brillante un giorno fu di sedersi al tavolo dove giocavano Kurt e Mahddi. Uno tedesco l’altro armeno. Il tedesco veniva da sei anni di carcere turco quindi aveva ben imparato a giocare a Backgammon, l’altro dii Backgammon viveva nei casinò di Londra dove abitava.
Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo sconcertato di Mahddi che era mio buon amico e che all’invito del tedesco a sedermi e giocare con loro, cercava di dissuadermi con gli occhi.
Feci finta di non accorgermi e persi un bel po’ di soldi con Kurt: “Perché?” mi domandò poi l’armeno. “Perché avevo bisogno di questo per imparare.” Fu la mia spiegazione.
Ma funzionò. Da quel momento mi sceglievo i polli giusti e proprio quando stavo per ripartire da lì, mille dollari passarono nelle mie tasche.
Sempre una coincidenza, ovviamente fortuita, mi fece trascorrere la notte con una francese di cui ovviamente non ricordo il nome ma che la mattina a colazione mi offrì la scorciatoia per un nuovo pezzo di futuro.
Le dissi che avevo in tasca quei soldi e che avrei voluto compare qualcosa di indiano da riportare in Italia per fare un piccolo business. Mi suggerì di fare come faceva lei che creava delle gonne in seta in una sartoria al Dagina Baazar e ci faceva bei guadagni a Parigi.
Le diedi retta ma quando fui davanti a stoffe e sarti scelsi di cambiare un po’ il modello: meno lungo, più ricco di stoffa e mi piacque molto una gonna che non partiva dalla vita ma, fasciato il ventre, da sotto l’ombelico.
Tornato a Roma fu la Bruna di Roberto e Babaji a portarmi a proporre le mie gonne in una boutique rinomata del centro. Mi costavano meno di dieci mila lire quelle gonne e le vendetti in un attimo a 120 mila l’una.
Ero ricco. Saltai su un altro aereo rotta Bombay e cominciò un avanti e indietro che fruttava molto bene. Una gran bella casetta a Roma piena di amici quando c’ero e lo WMCA ad accogliermi nel centro di Bomby, non tralasciando la mia fumeria preferita al Chor Baazar.
Ogni volta che tornavo in India rivedevo gli amici diretti a Goa o di ritorno. Raccoglievo anche notizie su quelli che non erano più o finiti in galera.
Tra le più divertenti ci fu quella della bolognese, mia ottima amica, beccata a Fiumicino con i suoi chiletti in valigia e ingabbiata per un anno e passa a Rebibbia. Ora il carcere di Rebibbia garantiva il conforto visivo di una palma nel bel mezzo del prato. Quale fu l’idea della mia amica? Farsi fotografare sotto la palma insieme a un’altra carcerata thainlandese o giù di lì vestite entrambe di un pareo per far vedere a sua madre, ignara di ogni cosa, quanto stava bene in Asia motivo del non immediato ritorno. So che la storia andò avanti fino alla scarcerazione e sentendola al telefono poco fa ridevamo dello strattagemma e mi raccontava che la mamma, ormai morta, non aveva mai saputo della caduta della figlia.
Altro originale episodio fu quello del passaporto di Federico.
Renitente alla leva a casa sua in Svizzera venne da me con un passaporto tedesco a chiedermi di sostituire bollo e fotografia. Feci il mio solito buon lavoro e mi dimenticai dell’episodio finché un giorno qualcuno bussò perentorio alla mia porta ad Anjuna. Mezzo addormentato aprii per trovarmi di fronte Federico con due ceppi ai polsi attorniato da due baldi poliziotti indiani in pantaloncini corti, sandali e l’abituale moschetto in spalla. Insieme a loro due gentiluomini in abiti occidentaIi.
“Digli che è falso e che l’hai fatto tu! Diglielo!”
Nel frattempo i poliziotti indiani domandavano se io conoscessi il tipo in mezzo a loro.
Andarmene in galera per aver falsificato un passaporto?
Negai di conoscerlo. Mai visto e mi misi anche a strillare perché mi avevano svegliato alle sei della mattina e richiusi la porta.
A posteriori seppi che in Svizzera gli avevano fatto fare un anno e il servizio militare a quello stupido che si era comprato un passaporto da un tedesco della Baader Meinhof ricercato.
Ne capitavano di cotte di crude ma non ho memoria di accadimenti violenti. I goani, o meglio gli indiani ormai stanziati lì, ci tenevano che tutto filasse liscio ed erano disposti a buttar giù anche aspetti del convivere che offendevano la loro cultura.
In spiaggia era un totale nudismo e non c’era nemmeno più traccia dei perizoma indossati due anni prima.
Ad ogni luna piena si organizzava un Ful Moon Party che significava musica dal vivo a palla udibile ben oltre Anjhna.
Altrettanto scioccante per i Goani che ci avevano accolti era il mercato delle pulci messo su dai freak tra le palme una volta al mese mi pare, dove in bella mostra c’erano palle di hashish dal Rajasthan o dal Kashmir e dolcetto all’hashish che ti lasciavano in ginocchio.
Una diversa Goa andava affiorando sempre di più.

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