Goa 5

Goa 5
Una postilla. Che lingua è la nostra: 1 Breve annotazione al testo, mi dice il dizionario, ma io per rimanere in quell’inesauribile Goa del 1970 dovrò mettere giù un postillone per farci entrare il Corriere dello Sport e Babaji e gli scacchi e cos’altro resumeri quei sei sette mesi tra bagni e pittura ai tropici.
Dei due amici che avrebbero dovuto raggiungerci non c’era traccia considerando che internet non esisteva e le comunicazioni viaggiavano per aerogrammi celestini leggerissimi.
Invece io scrissi una lettera da infilare in busta che comunque per avion spedii a Roma.
“Direttore Corriere dello Sport, Roma”, diceva l’indirizzo. Nulla più, ma chissà in quali mani capitò perché a breve al Post Office trovai una risposta.
Colto da raptus avevo scritto quella lettera pregando il direttore del quotidiano sportivo di mettere in corso un abbonamento all’edizione del lunedì per noi tre, completamente all’oscuro di quel che succedeva nel campionato di calcio italiano.
Ricordo ancora la lettera ironica e divertente che descriveva noi tre come tre Hippies ventenni in viaggio a scoprire il mondo.
“Direttore egregio, siamo tre giovani, tre come i porcellini, i moschettieri, gli angeli dalla faccia sporca,…”.
Ricordo ancora l’inizio: parlavo dello star lontani e non, da droghe e stravizi; descrivevo il nostro tempo tra le palme e l’oceano e di quanto il vivere lì fosse piacevole e interessante e di come però sentissimo la mancanza di notizie delle squadre per cui tifavamo.
“Il Corriere, dèh, mandalo!”
La lettera del direttore Antonio Ghirelli, che arrivò in risposta assicurava di aver messo in corso un abbonamento all’edizione del lunedì e mi invitava a continuare a scrivergli per dare altre notizie sul viaggio e le cose che incontravamo. Gli piaceva il mio modo di scrivere, disse.
Mai voluto vestirmi da scrittore ma bastò il fatto di trovare al Post Office ogni giovedì una copia del Corriere che poi passavo ai miei amici italiani a riempirmi d’orgoglio.
Si era sparsa la voce così il giovedì all’ufficio postale si precipitava il primo che era sveglio. Pierfranco, jiventino come Marcello, credo ci si metteva la sveglia perché nel giorno fatidico casualmente passava di lì.
Eravamo un bel gruppo affiatato con le storie personali che andavano sviluppandosi e incrociando tra loro.
Un giorno mi vidi arrivare a casa Bruna con la sua pancia di otto mesi. Aveva deciso di lasciare Roberto e trasferirsi da me. Sulla spalla Babaji, la mangusta che stava sempre con lei. Di Babaji raccontò che una notte mentre dormiva, la mangusta le si piazzò sullo stomaco a cercare il caldo e lei semi addormentata l’accarezzava lentamente quando però avvertì Babaji mordicchiarle l’alluce. Se la mangusta giocava tra i suoi piedi come era solita fare, chi era che stava accarezzando piazzato sul suo stomaco?
Urlo e salto giù dal letto. Era capitato anche a me di sentirmi piombare addosso mentre dormivo qualche bel topo piovuto dal tetto di foglie di palma. Altri abitanti di quella Goa.
Roberto, abbandonato dalla signora se ne era andato e stava partendo per Bombay. Dovette precipitarsi Pierfranco fino a Panaji per riportarlo indietro. Matti, con la follia dei vent’anni.
E solo la follia mi fece prendere sgorbie, carta vetrata e vernici e starmene ore ed ore a creare i miei scacchi. Ne ero orgogliosissimo e li usavamo per lunghe partite con Giuliano o chi passava di lì.
Passò anche un austriaco appassionato di scacchi con moglie ricca brasiliana e dal momento che prese casa proprio dietro la mia, il pomeriggio capitava che io andassi da lui per una partita. Diventò un’abitudine.
Prima di cominciare tirava fuori una ventiquattrore dotata di doppio fondo e regolarmente mi presentava due buste: eroina una, cocaina l’altra. Io che non fumavo nemmeno canne da mesi, trovavo che l’eroina fosse migliore per farsi una partita a scacchi senza l’ansia della coca e così trascorrevamo dei piacevoli pomeriggi.
Sovrana in quel tempo era l’ignoranza che ti faceva usare le droghe che capitavano senza distinguere l’una dall’altra.
Cosa fosse l’eroina me lo fece scoprire Franklin, medico indiano dell’Altalia che incrociai lì a Goa e che andai a trovare quando dopo un paio di mesi di eroina e scacchi dovetti partire da lì e raggiunsi Bombay. Non stavo bene, una strana influenza, così andai da lui e mi feci visitare. Mi domandò cosa avessi buttato giù in quel periodo e io gli dissi che non fumavo hashish e a parte alcool ed eroina… “Un’intossicazione da oppio.” Diagnosticò.
“Non tocco oppio da mesi.” Risposi.
“E l’eroina cos’è?” Mi disse. “E’ oppio.”
“Ah…”
Mi diede quattro aspirine e mi spedì a letto in albergo. Dove rimasi qualche giorno imprecando. Mai più da quella volta.
Droghe a Goa cominciarono ad apparire quando la stagione si inoltrò e gente cominciò ad arrivare da ogni dove. I primi pulmini dal Pakistan o l’Afghanistan carichi di ogni cosa fumabile. Sempre di prima qualità.
Ma come ho detto io preferivo passare lunghe notti con una bottiglia di Feni insieme a Leo che mi indicava le stelle scolpite nel cielo indicandole tutte per nome. Il capitano.
Dai miei scacchi mi separai affidandoli a Giuliano che mi avrebbe raggiunto a Bombay dopo un paio di settimane. Lo rividi però un anno dopo a Kabul e degli scacchi gli chiesi subito.
Li aveva lasciati in pegno a Gregory che aveva un ristorante a tra Baga e Calangute. Bestemmiai ma non serviva a molto.
Non sapevo che li avrei rivisti vent’anni dopo quando completo di moglie e figli mi fermai per pranzare proprio da Gregory’s.
Dal tavolo dove eravamo seduti adocchiai i miei scacchi in bella mostra dentro una bacheca in vetro sopra la cassa accanto al proprietario.
Andai da lui: “Di chi sono quegli scacchi?” Domandai.
“Miei.” Rispose.
“No sono miei. Se prendi il pedone verde, quello un po’ più piccolo. sotto c’è scritto il mio nome, come sul mio passaporto, vedi?”
Lo prese su; controllò: “Ma questi sono miei. Me li ha lasciati un amico che è morto come ricordo.”
Che dirgli? Giuliano era morto qualche anno prima. Conoscendo gli indiani provai a trattare: cinquanta dollari gli offrii, arrivai fino a centocinquanta ma lui continuava ad alzare il mento nel classico diniego indiano.
Come per i miei quadri anche per quell’opera fine migliore non avrebbe potuto fare: in mano a qualcuno che la rispettava anche soltanto per un motivo sentimentale e lasciai perdere.
Tornai ancora da Gregory’s una decina di anni dopo: al posto del ristorante c’era una mega discoteca sempre con lo stesso nome.
Domandai chi fosse il proprietario e mi indicarono il figlio del vecchio Gregory che era morto ormai. Non sapeva di che scacchi io parlassi, non se li ricordava.
Bye bye e bye bye alla Goa che fu. I personaggi, gli scorci intatti degli anni settanta, i profumi che dal mare salivano nelle notti quiete. Il suono delle onde che nella buona stagione carezzavano con dolcezza la spiaggia. Il rimpianto cos’è? Per me un accessorio assolutamente inutile. Quello che dovevamo darci ce lo siamo dati, Goa ed io: al momento e nella maniera giusta.

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