Goa 44

A quanto pare l’estate ha portato una fase di stanca alle pagine del Decameronesocial, gruppo facebook o blog che sia. Altri pensieri nella testa che fossero di vacanza spero e fuga dalle abitudini.

Posso metter qui la foto dei finferli raccolti da uno dei membri alla fine di una passeggiata nei campi tra mirtilli e fragoline mi ha raccontato. Quello stesso che aveva scritto di quando in altri tempi si perdeva tra una canna e il panorama dell’Himalaya.

Fasi della vita. La pandemia con relativa quarantena ci ha condotto a creare queste pagine andando perlopiù a rimestare nel passato che è comune a parecchi di noi.

Linee che si intersecano, a volte si fondono una nell’altra, partono fuori da quegli anni Sessata fatti delle tette dure delle mie amiche e della protervia degli attributi maschili, ma sopattutto fatti di desideri e speranze. Il Piper, siamo quasi tutti romani, i viaggi, Oriente, Nord Europa o Americhe che fosse. Poi le linee vanno diversificando i tracciati spinte da quanto ci cresceva intorno e dalle realtà forzate o meno che ognuno di noi ha incontrato.

Nasce questo blog e capita di ritrovarsi qui raccontando di sé, soprattutto dei tempi passati.

Scrivevo ieri a John che nominava Bezos e la sua puntata nello spazio di quanto il tizio mi stia sulle palle ma se non avesse messo su il suo social l’idea del Decameronesocial non sarebbe mai nata. Come chiamare a raccolta amici e conoscenti? All’inizio del 2000 avevo fatto un blog ma lo usavo tipo diario decisamente privato.

Adesso siamo in centoventi a leggere queste pagine e quel che abbiamo scritto.

Ieri ho soltanto appuntato un pensiero sulla pagina del Decameronesocial e in 123 l’hanno letto.

Dallo scorso giugno non scrivo su questo blog: non sono andato per finferli. I fili di cui accennavo hanno preso una strada inattesa ma questa è la costante della vita: il sorprenderti ogni volta.

I miei impegni all’improvviso sono stati con dottori e ospedali come ho già raccontato e anche la mia quotidianità ne è rimasta condizionata. Scrivo davanti a uno schermo enorme, ho rinunciato al Tablet, usando font che non possono sfuggire ai miei occhi non più in grado di leggere un foglio stampato e questo mi manca parecchio; uso la tastiera a memoria e sto attento alle linee rosse con cui il Mac mi avverte di errori di battitura.

L’ultima volta raccontavo in Goa 43 di come mi ritrovavo in Grecia a far tatuaggi. Era stata un delle sorprese della vita che secondo lo stile che ha caratterizzato tutta la mia esistenza avevo accolto incuriosito.

20 anni a Mykonos che non è soltanto l’isola della trasgressione. Me l’aveva insegnato il vecchio direttore del museo quando me ne fece un po’ la storia seduti al solto caffè sul porto.

Sedevamo rilassati sorseggiando Espresso fatto coi piedi o dolcissimi Frappè greci mentre intorno a noi scorrevano frotte di turisti, quelli già in piedi alla mattina, e i somari carichi di ceste che i contadini spingevano fino al porto vecchio per vendere le verdure tirate su con la scarsa acqua dell’isola.

Gli aspetti che mi facevano amare Mykonos erano questi oltre alle numerose spiagge, qualcuna sconosciuta al turismo, e le amicizie che in tanti anni avevo creato con Greci e spiaggiati come me.

Non erano certo questi i motivi di tanto turismo internazionale ma piuttosto la fama diffusa di isola della trasgressione favorita dal movimento Gay che devo dire si manteneva sempre un gradino discosto dalla massa di ragazzini schiamazzanti europei e Italiani che da giugno in poi invadevano spiagge e luoghi di divertimento. Soprattutto discoteche e Disco Bar sorti in pochi anni come funghi.

I Greci resisi conto del business si erano dati un gran da fare alla faccia dei permessi e delle licenze che d’altro canto la politica locale trattava a mazzette e interessi privati.

In pochi anni si era riempita di Disco Bar sparsi un po’ dovunque.

Per quanto mi riguardava se non a ridosso dei miei vent’anni non avevo amato le discoteche più di tanto così anche sull’isola mi risparmiavo quella calca infiorettata di bella gioventù e droghe di ogni genere. Era venuto il tempo delle sintetiche e oltre alle abituali facce inebetite non potevi esimerti dalla musica ansiosa, House o Thecno che fosse. Ogni tanto ci scappava il morto. Le risse senza controllo erano abituali.

Wow! This is Mykonos! Strillavano i Dj famosi o non provenienti da tutto il mondo.

Aggiornamenti sulle cronache notturne li avevo quando il pomeriggio o la tarda mattinata se ero capitato in città aprivo lo studio e accoglievo i visitatori.

Il lavoro non aveva soste e i tipi che volevano farsi un tatuaggio a Mykonos continuavano a schizzare dalla ricca signora ateniese arrivata col suo aereo privato che poteva sostare soltanto tre ore in aeroporto e che quindi andava di fretta al fattone barese diciottenne.

Continuavo a vivermi quello scoglio in mezzo all’Egeo come tale e mi perdevo col mio motorino alla scoperta di taverne poco visibili e scorci imprevisti.

Esempio fu quando un giorno mi capitò di percorrere verso il centro dell’isola una stradina, non ricordo perché lo stessi facendo, che costeggiava un edificio parecchio lontano dall’abitato.

Una costruzione piuttosto ampia, alta e squadrata, dotata di un campanile e sul portone, chiuso come le finestre che ornavano l’edificio, c’era un cartello: “suonare il campanello per visitare il monastero”.

Mi incuriosì. Non avevo altro da fare in quel momento quindi suonai quel campanello. Attesi qualche minuto e stavo per andarmene quando il portone si aprì e apparve una monaca che in un inglese perfetto mi chiese cosa volessi.

Avevo evidentemente l’aspetto da turista e le risposi che ero incuriosito dal cartello esposto e che mi sarebbe piaciuto visitare il monastero.

”Prego si accomodi” e si fece da parte per farmi entrare.

Mi trovai in un cortile ampio fitto di strutture sui quattro lati visibili e subito lei mi indicò la chiesa dicendo se volevo visitarla. Dissi di sì e mi avviai in quella direzione. La cappella piuttosto grande era una delle solite chiese ortodosse come altre che avevo viste piena zeppa di dipinti, ori, drappeggi alle pareti, candelabri e candele accese; la stessa identica aria di tutte le cappelle ortodossa.

Ne presi visione, poi  domandai alla monaca se potessi scattare delle foto. Mi disse che sicuramente non c’era alcun problema così cominciai a fotografare; poi domandai se potessi fare delle foto anche al monastero quello esterno che mi era parso veramente strano. Infatti mi aveva colpito l’aria linda a dire poco di tutto l’ambiente: c’erano alberi, piante nelle aiuole molto curate, c’erano fiori. Un diffuso senso di pulito e ordinato. Tantissime porte chiuse e diverse scale che partivano da quel cortile e salivano ad altri piani.

Era tutto talmente perfetto che mi venne spontaneo chiedere chi si prendesse cura di quel posto.

Le porte in legno erano decorate con motivi geometrici puramente ornamentali in vari colori, una gran parte in bianco sul marrone e identici motivi di un rosso acceso decoravano non solo le porte ma anche i muri. Erano disegnati i vasi dei fiori nel cortile anch’essi con motivi geometrici morbidi, sorprendenti: generalmente bianchi sul cotto dei vasi.

Non si vedeva in giro nessun altro, eravamo soltanto la monaca sui 25 trent’anni ed io. L’abito talare e la fascia che le circondava il viso lasciavano comunque scorgere dei tratti regolari di giovane donna dallo sguardo intelligente. Chiesi come mai parlasse così bene inglese e mi disse che lo aveva imparato a scuola fin da bambina. Veniva da Acaia, una città del Peloponneso.

Chiesi quanti fossero i religiosi in quel monastero e la risposta mi apri una visione diversa della situazione: era la sola religiosa presente, una sorta di guardiana e parlando lasciò trasparire una sorta di disagio. Era la custode del posto così come lo era stata un’altra religiosa prima di lei. La precedente era stata lì a lungo per anni ed anni finché  troppo vecchia era stata sostituita da lei.

Quanto dovesse rimanerci lei non ne aveva idea; mi raccontò che domandava spesso ai suoi superiori se arrivava il cambio previsto ma questi rispondevano regolarmente che non c’era nessuno al momento.

Pregava e si prendeva cura del luogo, le piaceva molto disegnare, il suo tempo trascorreva così.

La situazione ovviamente mi incuriosiva. Per la spesa mi disse veniva qualcuno dal villaggio a portarle quel che occorreva. Ogni tanto le arrivava anche del pesce.

Un po’ di foto senza azzardarne una a lei, poi dopo aver trascorso insieme un’oretta me ne andai via ripromettendomi di tornare e così feci.

Comprai uno scatolone di smalti di tutti i colori, pennelli e li portai insieme a 50 euro, offerta per il monastero sperando che li usasse per sé, e le promisi che sarei tornato ancora a trovarla quando fosse arrivata a Mykonos mia figlia.

L’isola della trasgressione nascondeva anche segreti come questo. Mi piaceva girarla con il motorino cercando posti al di fuori delle mete turistiche e così me ne me ne andai fino al faro ormai inutilizzato e a spiagge assolutamente nascoste. Scopri anche una grotta dentro il mare enorme tipo la grotta azzurra di Capri dove potevi entrare con lo yacht tanto era grande. Potevi scorgerla soltanto dalla strada che correva lateralmente a mezza costa o dal mare.

Questa era la mia Mykonos. Arrivai lì nel 1994 e mollai quando mio figlio approdò alla scuola media.

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3 risposte

  1. Bel posto, induce alla meditazione spirituale… per chi ne e’ capace. Io purtroppo dopo un po’ mi stufo di meditare…

  2. bellissime foto, e incredibile la storia di questa povera suorina, sola in un posto fantastico, grazie

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