Goa 42

Riprendere a scrivere dopo che il tempo della pandemia sembra esser passato ha un sapore diverso. Chi avrà il tempo di leggere e con che spirito?

La sfumatura di ironia divertita che ci aveva immerso in quanto si sentiva dire del tempo della quarantena sembra allontanata e tutto annuncia una normalità che ci coglie perplessi. Almeno per me.

Mi ero calato in “novelle”, e immagino Boccaccio fare una smorfia tra schifo e sussiego, menzionando episodi e storielline passate e come me altri partecipanti scivolando poi in memorie di viaggi e note più o meno approfondite di autobiografia.

Ampie le motivazioni con la noia dell’isolamento prima di ogni altra e adesso mi ritrovo a chiedermi se ancora sussistono quelle ragioni.

Lo scambio di commenti avuti nel gruppo Facebook ha aperto spiragli di comunicazione talvolta divertenti che con la nascita del Blog sono venute a mancare.

Gli “ancora ancora” di Mara erano ad esempio una spinta a continuare e la mancanza di quelli mi induce a scrivere queste righe. Interessa qualcuno che io butti su carta un Goa 42 e vada avanti col racconto della mia avventurosa vita?

Che avventurosa non l’ho mai considerata. Irrequieta piuttosto, via che non ho mai trovato pace avendo paura soltanto della noia.

Adolescente e poi fresco adulto vedevo individui ripetere continuamente gli stessi gesti e infilare pensieri nella stessa collana con la quale si stavano impiccando senza neppure più accorgersene. Era quello che non volevo fare della mia vita e allora via, cambiare abito e adattarsi a gesti e linguaggi sconosciuti; impattare sensazioni nuove e inattese senza neppure rendersene conto. Semplicemente trarre piacere dalle sensazioni nuove che andavo ad affrontare.

Rifletto, considero e prendo atto che già nel 2000 e 4 avevo iscritto un mio blog personale in internet e che poi nessuno lo abbia mai letto non aveva grande importanza. Perché non continuare qui adesso che tempo ne ho e privo di quello che dedicavo alla lettura ho soltanto agio di pestare sulla tastiera o guardarmi i tordi zompettare in giardino?

Torno così coi ricordi a Mykonos dopo che avevo lasciato Goa e il senso agrodolce che in un paio di mesi di vacanza mi aveva dato. Del calore e la disponibilità all’incontro che vent’anni prima mi avevano offerto non c’era traccia. Dei Konkani non c’era traccia.

L’India apparteneva agli Indiani oramai senza più grosse distinzioni fra un’area e l’altra.

Sempre stati grandi viaggiatori, le organizzate ferrovie sono state forse la più sana eredità inglese, ma il cosiddetto progresso aveva ormai diffuso gli stessi abiti, le stesse pietanze, le stesse pubblicità, le stesse architetture a New Delhi come a Jaipur e Panaji:

Come dico quando sbatto il muso sull’evidenza di cambiamenti inattesi “Anch’io una volta avevo i capelli”.

Ero contento di tornarmene sulla mia isola in mezzo all’Egeo e Goa la chiudevo volentieri in un cassetto. Tralasciavo l’accenno di noia che aveva contribuito a corroborare l’idea di un viaggio in India.

Mykonos dopo vent’anni dava le stesse immagini e sensazioni.

Ricalato nel ritmo sopito del tardo inverno mykoniate ripresi il tran tran del bambino a scuola e il caffè al porto attendendo il rientro dei pescatori la mattina verso le dieci. Coda di roso e San Pietro non erano tra il pescato prediletto dai Greci così, alla metà del prezzo di una Spigola, mi ci riempivo io il surgelatore. Sempre al porto i piccoli furgoni o le moto con cassone arrivavano dai campi colmi di pomodori, zucchine, cavoli, broccoli, agli, cipolle e odori vari.

Anche quello cominciai a notare era cambiato. Quando ero arrivato lì la mattina vedevi venir giù per i vicoli i contadini coni loro asini che quasi sempre prima di arrivare alla piazza del porto aveva già svuotato i grossi secchi di verdure legati sui fianchi dell’animale.

Scoprii una pessima usanza dei locali che quando il somaro era vecchio e non più sfruttabile lo mollavano in qualche loro piccolo campo in attesa morisse. Diventava il divertimento dei bambini della zona e una volta, incappando in una scena del genere, ricordo che inchiodai la macchina e saltai giù facendo scappare i tormentatori. Per la bestia non potevo far nulla ma quei cinque minuti di persecuzione glieli risparmiai.

Anche Mykonos stava cambiando. I maledetti charter, la trasformazione di ogni metro cubo in hotel o pensione. I ristoranti come fossero funghi a spuntare in ossequio alle stagioni con i nomi più assurdi ed esotici. Per carità tralasciamo i menù.

Erano sette mila quanti abitavano l’isola al mio arrivo, la metà dei quali nemmeno greci ma in prevalenza albanesi, e l’ultima volta che fui lì nell’estate due milioni erano stati i turisti. Facile immaginare l’invasione di motorini e macchine.

Ma al mio ritorno da Goa non eravamo ancora sprofondati nel caos.

Ritrovai le cene con gli amici e il lavoro che lentamente riprendeva.

Qualche vecchio cliente si riaffacciva sull’isola e c’era sempre da aggiungere un tatuaggio nuovo o ingrandirne uno precedente.

La galleria di personaggi si allargava come ogni estate con la stellina da fare o una tigre tribale da creare apposta per lui. Cantante in una rock band canadese che aveva la parola wolf nel nome.

Impossibile ricordarli tutti ma il canadese del lupo trovò modo di rimanermi impresso perché si fece le linee del disegno poi prese appuntamento per la tarda sera prima di tornarsene in Canafa.

E’ accompagnato da una splendida ragazza che non è la sua donna: “Le ho offerto la vacanza per aver compagnia.”

Di lavoro mi dice che traffica danaro spostandolo da una parte all’altra del mondo. Di più non riesco a capire e del resto non me ne interessa più di tanto. Più importante è che non sta fermo un momento: si muove sul lettino e mugola pure.

Niente a che vedere con la stoicità con cui si era fatto le linee qualche giorno prima ma le nottate a Mykonos a quanto pare lo avevano stressato ben bene.

Sforiamo di parecchio il tempo previsto e io ho altri clienti in attesa per cui finisco per proporgli di venire a trovarmi a Roma dove sarò intorno a dicembre. Non dovrebbe essere complicato per lui visto che ha raccontato di essere in Europa un paio di volte al mese per il suo lavoro. Ok. Gli lascio i vari recapiti, se ne va e tre mesi dopo mi arriva una sua email che mi annuncia l’arrivo. Contatti vari e rendendomi conto della difficoltà di arrivare in taxi da Fiumicino a Formello dove io sono dopo Natale, mi offro di andarlo a prendere in aeroporto.

Alle 11 siamo al lavoro. C’è Angelostefano che gioca con delle automobiline, c’è anche sua madre di passaggio in Italia. “Oh… quella Ferrari gialla è esattamente come la mia.” Fa ad Angelo.

“Giri per Toronto con la Ferrari gialla?” Gli domando. “Oh no. Per ogni giorno uso un coupè Mercedes.”

Non erano sicuramente i soldi che gli mancavano e a conferma che il ragazzo non era proprio normale scopro quando finito il tatuaggio, aveva retto benissimo il dolore, e dopo aver cenato lo invitavo a rimanere a dormire da me: lo riaccompagnerà in aeroporto la mattina seguente.

Mi dice che ha il volo di ritorno alla mezzanotte e mi chiede se posso far venire un taxi.

Partito da Toronto al mattino e volato back la sera? Wow! E’ ben sicuro e così lo riaccompagno io.

Personaggi ed interpreto con cui in sessant’anni di tatuaggi non mi sono certo annoiato.

Episodi, ricordi con cui avrei potuto riempire diari e album di immagini. La doppia immagine ad esempio del giovane salentino sporco di calce in canottiera e pantaloncini da lavoro che arriva in Vespa nel mio giardino di Torre Dell’Orso, il solo studio per tatuaggi avuto in Italia, e mi chiede un lavoro. Non ricordo cosa gli feci ma so che era ben contento e se ne andò promettendo di ritornare con un regalo.

La seconda immagine è quella di un Pagoda scoperto color turchese che passa il mio cancello per scaricare lo stesso ragazzo del giorno prima questa volta in pantaloni a vita bassa secondo moda del tempo e camicia chiaramente su misura. Sorride e posa a terra una lattina d’olio.

Non so quale sorpresa mi sono stampato in viso na gli dico: “Scusa ma non fai il muratore?”

“No.” E ride lui, “Mi piace farmi da solo i lavoretti a casa. Sono proprietario del più grande frantoio del Sud così ti ho portato 5 litri di quello buono.”

I prezzi io li ho sempre fatti al momento variandoli in base alle possibilità del cliente, la simpatia, le motivazioni che li spingevano a farsi tatuare. Il muratorino pugliese aveva avuto un prezzo più che di  favore da operaio senza neppure che lo chiedesse. Mi sarei preso a schiaffi.

Di storie così ne ho tante: il momento in cui fai il prezzo è un po’ come avere il coltello dalla parte del manico. Non ci sono mai stati listini o prezzi standard nei miei studi. Ho fatto tatuaggi per un euro o chiesto e ottenuto 200 dollari per tatuare un punto.

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9 risposte

  1. E’ sempre un piacere leggere tuoi racconti! Scrivi molto bene…
    Inutile dirti di continuare, ci contiamo!
    💟☮🕉

  2. continua Pino, avanti tutta, e’ sempre divertente leggere le tue cose. Vero che con l’estate in arrivo la gente avrà’ poco tempo per scrivere e solo i babbioni come io e te se ne stanno a casa davanti al computer.

  3. PINUZZUuuuuu……….! BLOG o non BLOG , f/b o no…..E` SEMPRE GRADEVOLE leggerti e condividere i tuoi voli pindarici scevri da melanconie , d`altronde con me hai le porte aperte visto che in vita mia non ho mai avuto la possibilita` di avere nonni che condividessero le loro storie !!
    la mia famiglia , estremamente minimalista , non mi ha mai offorto questa possibilita` !! GRAZIE NONNO PINO…….he he he

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