Goa 41

l’oscenità della parola turista?

 

Nostalgia. Parola che non amo ma che so di portare dentro sempre e comunque. Non indulgere alla nostalgia è una regola sancita dall’esperienza a cui guardi, quando ti capita di inciamparci, con la dovuta sfumatura di ironia quando non fa capolino il sarcasmo. Eppure quella volta scelsi di lasciarmi andare e fu quel sentimento, altre spinte non c’erano, a farmi prendere un volo per Goa nell’inverno del 2005.

La stagione a Mykonos si era andata esaurendo con la solita lentezza trascinando gli ultimi tatuaggi fino a ottobre. Sull’isola eravamo rimasti noi stanziali, è la definizione giusta, con la medesima lentezza sfatta che le cose e i luoghi mostravano cose;

l’atmosfera che gli Attila turisti avevano lasciato.

Portare il bambino all’asilo, fare la spesa, starsene in casa a leggere e ascoltare musica, il computer. Riprendersi dalla stanchezza che la stagione comunque lasciava.

Verso Natale avrei fatto la solita puntata a Roma per vedere mia madre e i soliti amici ma prima di allora sul finire di ottobre mi cominciò questa voglia della mia Goa dove non tornavo da parecchi anni.

Semplice: un biglietto Atene, Roma, New Delhi e anche la mia signora con la quale il rapporto si andava deteriorando volle aggregarsi.

Otto o diecimila dollari in tasca e arrivato lì scelsi di farmela in auto con autista, sapevo i rischi delle strade indiane, perché a mio figlio restasse un’impressione di quel mondo che avevamo incontrato scendendo dall’aereo.

Gita turistica con tappa ad Agra, gli feci scoprire l’eco del Taj Mahal, un’arrampicata a dorso di elefante fino all’Amber Palace in Rajasthan, poi la discesa verso il Gujarat dove scoprire il fascino di un treno indiano che correva tra foreste e deserti.

Pare qualcosa gli sia rimasta dentro. Ha ricordi, vaghi, confusi adesso che ha vent’anni ma comunque qualche traccia è rimasta.

Non ha memoria dell’incredibile stupidità di suo padre, che però mi ribadì la stima nella purezza degli Indiani, quando durante una tappa del viaggio lasciando il Rajasthan facemmo tappa in un albergo di cui non ricordo il nome.

Sceglievo buoni alberghi che non costassero una cifra ma comunque adatti a ospitare per una notta una famiglia con bambino piccolo. Niente a che vedere con i Crown, i Rex o le altre spelonche in cui mi infilavo ai miei tempi.

Era un po’ come fossi appannato: quello che incontravo l’avevo già tutto visto, vissuto in un’altra vita e lo vedevo scorrere davanti ai miei occhi intriso di apatia.

A livello tale che quella mattina ripartiamo dall’albergo che ci aveva ospitato, facciamo una quarantina di chilometri in direzione Ahmedabad e allo stop per una bevuta e una fetta di cocomero scopro che non ho più i soldi con me.

Da buon viaggiatore della steppa avevo l’abitudine di infilare il marsupio sotto il cuscino su cui dormivo solo che quella mattina lasciando l’albergo avevo dimenticato di recuperarlo.

“Torna indietro!” fu l’ordine repentino. Chilometri a ritroso, la velocità dell’Ambassador indiana e alla reception a un professionale impiegato dico di aver dimenticato qualcosa in camera.

“Do you mean this one?” Fa quello tirando fuori da sotto il banco il mio marsupio.

Do un’occhiata e mi sembra che non manchi un solo dollaro.

“Chi l’ha trovato?” chiedo. Fa arrivare l’uomo delle pulizie, un vecchietto minuto, e io tiratolo da parte gli chiedo quanto guadagna al mese. Conto quella cifra e gliela metto in mano anche se si ritrae, sorride imbarazzato.

Santa onestà indiana e monito del fato. Il viaggio avrebbe potuto finire là per la mia disattenzione invece con mia sorpresa terminò in un aeroporto inaspettato appena costruito lì dove c’era soltanto un hangar. Goa, che già da quello mi avvertiva che la mia Goa non esisteva più

Sono tornato a Goa e forse ne prendo coscienza solo quando sulla spiaggia ad Anjuna incontro Piero e sorpreso mi imbatto in Eddie Eight Fingers che gioca a racchettoni: “Si. Sono io. Ancora vivo. Non ci crede nessuno.”

Come sono finiti i miei amici mi chiedo adesso in Australia?

A cosa serve aver cantato insieme l’inno della giovinezza se poi mi trovo a domandarmi se è un inno, da solo nel silenzio di una notte nella campagna romana?

Quante domande e tutto questo per essermi abbassato a destare il ricordo di Goa che dentro me giace coccolato, tenuto caldo da immagini vecchie di 50 anni?

Punti interrogativi alla fine dello snodarsi di pensieri sacri alla memoria di quelli che ridevano insieme, dividevano con me latte di cocco, pescietti fritti, risi indiani e canne?

Sulla tastiera il punto interrogativo si è perso e io ci metto un vaffa per richiamarlo alle mie dita.

Domande ce n’è tante e io non posso distrarmi.

Antony Mapusa e la sua cornucopia ritratta in un breve schizzo Polaroid che feci 50 anni fa per tenerla per sempre con me come un inno alla mente umana dispersa nella sofferenza e risolta da una cantilena costretta tra le palme e la sabbia.

Lo incontravi alle ore più strane Antony e con un sorriso ebete cantilenava sempre quella canzoncina. Incomprensibile.

Dicevano fosse emigrato in qualche paese del Golfo e da lì tornato con dentro il petto una storia d’amore spezzata. Laggiù o al ritorno a casa? Chissà, ma io me lo porto dentro e conservo uno schizzo a lui dedicato che oltre la memoria rimane su carta plasticata.

 

La Goa che fu: che mi accolse carezzevole al di là di sabbie docili e tramonti colorati, la sola cosa restata identica; neppure più gli occhi dei Goani che prima sapevano sorridere.

Io sono qui per celebrarne il trapasso perché quando ci tornai, vent’anni dopo con la mia nuova moglie e il nuovo figlio era proprietà di russi e israeliani turisti, ecco la parola oscena, asserviti al dio denaro senza recalcitrare, facendo finta di essere pur sempre sana.

I tramonti rossi di Goa erano gli stessi come il ritornare incessante delle onde lunghe dell’oceano.

Identico il pulao, la noce di cocco, l’eco delle musiche che dai locali fatti per bere e danzare venivano incontro nella notte, sempre stellata.

Ci ero tornato come in pellegrinaggio sapendo che avrei dovuto farlo prima o poi; io ricco imprenditore nella mia isoletta greca dove avrei ritrovato lo strisciare perverso della parola turismo.

Quindi era giunto il momento di regalarsi un viaggio in quella che era stata la mia patria per un lunghissimo anno dei miei vent’anni e neo tempi immediatamente successivi. Per una decina d’anni di andare e venire.

Adesso di anni ne avevo più di 50 e lì dove ero stato vivo e felice non trovavo più nulla di quello che era. Forse io stesso non trovavo riscontro all’inseguirsi delle parole che vi dovevo come una promessa non taciuta.

Le parole giocano travestite da poesia quando in mano ti accorgi di non stringete più niente che non sia promessa di silenzio, rinuncia o abbandono. Potrà piacerti o irritarti. Potrà essere uno stato in cui affondi circondato dal silenzio.

Mi domando se tutti gli errori di battitura che la mia scarsa vista e la fretta di fermarli questi pensieri non dovrei lasciarli come sono.

Ma già così a chi potrebbero interessare?

Sicuramente a me che qualcosa su Goa mi ero ripromesso di scriverlo: un debito da onorare.

Quanto mi aveva dato Goa? Le impronte coloniali ancora nell’aria come un eco perseverante, i colori, gli odori, il suono del mare sempre presente. Profumi.

Un inverno che si approssimava dopo la stagione a Mykonos, oh… toccherà pure a quella parlarne, la solita stagione fatta già di routine che portava soldi da spendere e noia ripetitiva in agguato.

Allora un biglietto aereo che ti scaricava tra tapis roulant e specchi lì dove una volta avevo intravisto un hangar di lamiere tra le palme e niente altro. Luminare e edifici lustri di richiami dove lasciare soldi e soldi e soldi che avvertivi erano la motivazione principale.

La sabbia era la stessa così come l’indifferenza delle onde. Oh… ma io so scrivere, quindi un ritorno a Goa lo affronto senza paura; anche con moglie e figli.

Un mese di vacanza in quella che era stata una patria, poi potevo tornarmene ai miei impegni in mezzo all’Egeo:

Ciao Goa.

Quella Goa che ricambiava la mia curiosità di viaggiatore ventenne con altrettanta amorevole curiosità. Che mi offriva sorprese, scorci inaspettati e incontri imprevedibili era svanita. Ero diventato un qualsiasi turista da spennare soltanto.

Non era più la mia Goa quindi a metà dicembre, back home.

In omaggio però al giovane rampante che ero stato ecco regalarmi un’idea. Rientro con scalo a Karachi, visita ai campi profughi Afghani, anche quelli erano sorti in quegli anni, e acquisto delle pettorine ricamate per le camicie afghane.

In due giorni infilarsi in quel merdaio infinito che è la capitale del Pakistan, accolto in un paio di tende per scoprire contento e sorpreso che ancora capivo e parlavo il Farsi.

Nel rispetto del costume e la cultura locali trattare il prezzo di quei pezzi di viscosa accuratamente, più o meno, ricoperti di piccoli ricami geometrici che una volta tanto piacevano in occidente invertendo il sesso dei fruitori. Reperirne una cinquantina, comprarli, spedirli in Italia e volare indietro famiglia al seguito.

Poi il business andò male, la merce  arrivò in ritardo, le tasse furono più del previsto, non avevo più i contatti doganali di una volta, e così di quell’idea non ne feci un gran business e rimpatriai a Mykonos per riaprire bottega, dar corso alla nuova stagione e trovare un gruppo di giovanotti americani che chiacchierano davanti alla scritta Tattoo Studio.

Prenderla al balzo: “Usa Navy? C’è una nave in poro? Quanti giorni?

Si lo studio è aperto già nel pomeriggio”.

Una lunga fila, “I’m in line, Sir”, e le spese della puntata turistica a Goa ammortizzate.

Scrivere di quello che è stato un ricordo bellissimo e caro non è facile. Meglio lasciarsi prendere dalla giostra delle parole e stare a vedere se almeno quelle ti riportano indietro.

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5 risposte

  1. Goa e’ un’idea, e’ un utopia, e un simbolo generazionale, un modo di vita. Ognuno ha la sua Goa, che sia Goa o no.

  2. Gotta Goa…
    C’é stato tutto il mondo, tranne io…
    Bei ricordi comunque, mi fa ricordare alle volte che tornavo a Roma dagli SU.
    Ogni volta era uguale, ma con qualcosa di diverso. Poi, dopo 50 anni le cose
    cambiate sono piu apparenti… e subentra la nostalgia per cio’ che fu, e non é piu’.
    Carry on.

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