Goa 35

Viaggiavo verso l’Italia gonfio di domande.Ma che cazzo stai a fa? Era il primo degli interrogativi in bella evidenza.In piena stagione, eravamo a metà settembre, mollavo tutto per correre verso un’incognita che odorava di ridicolo fin da lontano.Perché? Una ragazzina come ne erano passate già tante e questa, cosa aveva di diverso da spingermi a quel comportamento?Una notte, qualche ora di spiaggia insieme, un paio di notti ancora di sesso appassionato quanto poteva essere stato ma non era quella la spinta. Non poteva.La bellezza della romagnola? “Non dirti scempiaggini.”Era bella si, ma mi rivedevo soltanto una ventina di giorni prima a carezzare le spalle e il ventre di Miss Irlanda che avevo incontrata, amata per due notti e poi tatuata.Mentre salivo e scendevo dal volo per Roma mi rendevo conto, ma sordamente, che la romagnola mi aveva trasmesso qualcosa col suo essere pronta a lasciarsi amare senza fronzoli ne titubanze. Il suo modo di offrirsi alle carezze e alle richieste di un amante tanto più esperto di lei.“23 anni, mi dicevo, e io ne ho quasi 50”“Cazzo stai a fa’?”Era concentrata e dedita soltanto ai movimenti dell’amore che quella prima notte ci univano. Non ricordavo un’altra amante così attenta, partecipe, arresa in una passività però ben desta.Indagare cosa mi fosse successo, perché non era assolutamente normale quanto stavo facendo in viaggio verso Roma.Presa in prestito una Peugeot dal mio amico Ciclamino la mattina appresso ero in viaggio verso la Romagna con gli stessi tormentati pensieri sapendo però che dovevo andare fino in fondo alla faccenda per liberarmi di quel chiodo.Sul sedile accanto a me il mio fido Mac aveva un programma appena uscito, l’antenato dei Tom Tom a venire, mi chiedeva come volevo andare a Fratte di Sasso Feltrio che sapevo essere il paese dove la fanciulla viveva.Di lei avevo anche un numero di telefono ma al momento non volevo usarlo.Quel che si definisce una tregenda: monti, strade dissestate, bivii, paesini che neppure sulle mappe se ne trova traccia. Propaggini dell’Appennino tra la Toscana e le Marche. La mappa sul computer dava la strada da Roma a Fratte andandoci in bicicletta o a piedi. Forse sarebbe stato meglio.Un odissea senza fine che assorbì sei ore di guida e soltanto ai viaggi seguenti scoprii che poco meno di tre ore sarebbero bastate.Arrivai nel primo pomeriggio in quel paesino antico fatto di sei case e parcheggiato sul deserto corso principale mi infilai in una cabina della Sip e feci quel numero. Rispose lei.“Simona? Pino. Tatuaggio. Mykonos?”“Pinooo! Che bello! Come stai? Sei ancora a Mykonos?”Il tono sembrava sorpreso e gioioso.“No. Sono sotto casa tua. Scendi?”Chissà quale espressione si sia dipinta sul suo viso comunque quando arrivò davanti alla macchina sembrava contenta. Salì a bordo e prendemmo a parlare, soprattutto io spiegavo perché ero lì.Parcheggiati in uno spicchio di ombra vicino al cimitero del paese le spiegai cosa mi avesse portato lì e cosa mi succedeva ma lo feci con tutta l’ironia del caso e senza forzare nessun tono.Tanto è che passato l’imbrunire decidemmo di andare a cenare in un ristorantino che lei conosceva; più tardi mi feci indicare un albergo dove pernottare. Mi ci accompagnò e rimase con me per una notte che fu più bella delle altre e la prima di un percorso lungo più di tre anni.Trovavamo il modo di vederci tra Roma e Mykonos, poi Bologna dove Piero mi lasciava l’uso di una sua casina deliziosa nel centro antico del borgo.Tre anni sorprendenti e anche disfacenti visti gli impegni diversi che ci assorbivano entrambi. Il suo negozio di parrucchiere era cresciuto con più dipendenti e un’attività ininterrotta.Conservo il ricordo di una sabato sera con chiusura del suo negozio a tarda sera, fuga in un ristorante e una bottiglia ghiacciata da portarci in camera con furto di calici alla reception.Appena poteva mi raggiungeva a Roma o a Mykonos dove anche per me l’attività si era fatta sempre più intensa: altro studio aggiunto ai due appartamenti già in uso e Gippi, arrivato a collaborare, Aud e Dafne e Nenad e un tunisino addetto agli henna.Arrivai al punto di trasferirmi in Romagna per un intero inverno quando Simona affittò un appartamento a Mercatino Conca pur di stare insieme e così mi feci un simpatico giro di clienti romagnoli tra cui Florenzi. Così si era presentato stringendomi la mano. Maresciallo Comandate di una stazione dei Carabinieri nei dintorni. Chiacchiere, soliti scherzi e al momento di andar via soddisfatto del suo tattoo mi scrive indirizzo e telefono su un pezzo di carta che mi porge. Scopro che si chiama Giancarlo e io per tutto il tempo l’ho chiamato per cognome. “Sei proprio carabiniere”, commento salutandolo.Lunghi momenti insieme la Simona ed io. Conservavo ancora l’appartamento di Roma e ci facevamo lì tutti i week end invernali che lei riusciva a strappare.Ogni tanto mi diceva con rammarico divertito: “Ma non potevi avere quarant’anni?” Perché io avevo ormai superato il mezzo secolo e ci scherzavamo su.La sua famiglia, i suoi amici erano diventati il mio ambiente invernale o ci raggiungevano in Grecia per le vacanze.A Mykonos avevo trovato una casa grande soffocata di Bouganville fuxia a un passo da una spiaggia e devo dire che fu un gran bel periodo.Non mi accorgevo neppure di quanta energia esprimessi ma i cinquant’anni sono questo; se poi si è innamorati ti sembra che nulla possa fermarti.Soltanto riacquistando un minimo di lucidità cominciai a riflettere che io per Simona ero una storia che la appagava e di cui era ebbra ma che nel suo pragmatismo sapeva priva di futuro.Odiavo l’idea di veder sfilacciarsi quella sorpresa che la vita mi aveva fatto e la stessa fase stava vivendola lei, così una sera che eravamo nel nostro nido bolognese le chiesi di levarsi dal letto e nuda come era andar vicino alla finestra e dandomi le spalle drappeggiarsi la tenda intorno alla schiena lasciando scoperta la pelle fino ai lombi mentre volgeva il viso a me. Fotografai. Uno del milione e mezzo di scatti che le feci in quei tre anni.Tornato a Roma, eravamo in inverno, mi depilai il braccio sinistro e con l’aiuto di vari cerotti mi inventai di mettere in tensione la pelle dove volevo tatuarmi quell’immagine di lei catturata a Bologna.Non avevo sulla pelle nessun nome di donne passate; tra i tanti tatuaggi c’era stata soltanto la riproduzione di un mio vecchio quadro diviso a metà tra Laura e me. Criticavo in genere chi si iscriveva nomi di amanti o ritratti.Cominciai con gli aghi dove c’era il disegno della sua mano che drappeggiava la stoffa lungo la schiena.Stava venendo uno schifo. Hai bisogno mentre impugni la macchinetta per tatuare che la mano sinistra tiri o guidi con leggerezza l’elasticità della cute, braccio, petto o coscia che sia. Quelli che mi ero fatti da solo erano stati sulle gambe ma quello sul braccio era una vera idiozia.Rimirai la mano sgorbio che avevo fatto; rimossi i cerotti e andai a studio da Gippi per fargli completare il tratto. Colore e un minimo di sfumatura passai da Gabriele a farli fare.Da Simona tornai un paio di week end dopo e quando le mostrai il ritratto mi diede del matto ma le spiegai come fosse per affidare alla memoria il nostro incontro e ciao.Il ritorno sull’isola fu la solita ormai familiare accoglienza tuffandomi nel lavoro che mi aspettava.Era bello come tutto riacquistasse ritmo con i primi turisti che arrivavano, l’ambiente gay che riprendeva vita, bar e ristoranti che riaprivano, i racconti e le bevute con gli amici ritrovati. Lo scambio di novità.Anche gli amici nuovi. Jorgos, un giovane ateniese dal corpo scolpito di esercizi fisici che parlava un ottimo italiano dopo gli anni trascorsi a Milano. Voleva sul bicipite un tribale abbastanza grande che gli disegnai sulla pelle. Montai gli aghi, un tre come usavo a quei tempi, e mi misi all’opera.Bisogna sapere che un ago da tatuaggio è un po’ come una lama e dopo aver lavorato a graffiare finisce per perdere il filo ma questo dopo un bel po’ che lo si usa. Quindi può capitare con lunghi tatuaggi. Quella volta no: cinque o dieci minuti e mi resi conto che qualcosa non andava. L’ago era spuntato.Ok, la pazienza di montarne uno nuovo ma dieci minuti ed ero da capo e così fu per nove aghi.Non mi era mai capitata prima di allora una pelle del genere: era peggio di quella di un somaro. Gli spiegai cosa avveniva e lo pregai di tornare il giorno seguente: avrei costruito un ago adatto.Ai tempi gli aghi erano fatti in casa nel senso di dedicare ogni quindicina di giorni una mattinata a starsene tra saldatore, pasta salda, stagno e dime che raccogliessero a cuneo le punte da un terzo di millimetro. Mettiamoci pure per allegria gli effluvi dell’acido.Una mattinata di bestemmie, però spiegavo a Gippi che l’ago fatto da me era come la lasagna di mammà rispetto a una Findus qualsiasi.Finché accadde che non ne avessi pronti e così aprii la bustina di un ago cinese o coreano che compravi a scatole intere per due soldi e… miracolo: facevano il loro lavoro.Quando incontrai Jorgos gli aghi li facevo da solo così ne fabbricai un paio che reggessero l’impatto di quella pelle e ne venne fuori un buon lavoro e una gran bella amicizia che ancora dura.Tornò a portarmi in regalo un Nokia appena uscito e andò anche a prendermi Veronica in arrivo da Roma per per mettermela sul volo per Mykonos: era ancora una bimba che viaggiava col cartello al collo da minore non accompagnato.Non fu quello il mio primo telefono cellulare. Era venuto a tatuarsi un ragazzo italiano che al momento di pagare scoprì di aver lasciato in camera il portafoglio: “Ti lascio qui il telefono e vado in albergo a prendere i soldi.”Mai più visto e il cellulare aperto il giorno dopo si mostrò privo di Sim. Rubato a chissà chi quel Motorola che fu uno dei primi in commercio e che pesava l’ira di Dio.


Miss Irlanda
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Commenti: 6
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  • Paolo Paci

    caro mio hai subito il fascino delle donne bolognesi…
  • Simona Savioli

    In realtà nn sono bolognese ma metà romagnola e metà marchigiana. 😀
    • Pino Cino

      mai permesso di darti della bolognese
  • Simona Savioli

    E quella Peugeot mi domando ancora come possa aver resistito ad arrivare fino a fratte e tornare a Roma tutta intera vista la strada che la tua famosa mappa ti fece fare😂

    Sergio Baldi

    l’incontro tra un cinquantenne ed una ventenne può essere meraviglioso, fonte inesauribile di energia ed entusiasmo, è bello aver avuto la fortuna di viverlo
    • Pino Cino

      si. abbiamo fatto un ripasso telefonico proprio questa mattina. tutti e due felici di quanto abbiamo avuto

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