Goa 34

Paolo ormai residente sull’isola si era trasformato in cameriere del più bel ristorante, di cui purtroppo non ho foto, inventato da uno scriteriato napoletano che abbandonato l’impiego al comune di Napoli se ne era venuto sull’isola dove c’era già il suocero altro matto che mentre studiava ingegneria a New York si era ritrovato a fare il cuoco privato di Kissinger ed altri grossi nomi del Jet Set.L’ingegnere, presa la laurea, aveva seguito la moglie architetto greca a Mykonos dove si era lanciato a metter su un ristorante e una pasticceria con grosso successo.Sangue napoletano così arrivò a lavorare da lui la sorella vedova e con tre bambini che ancora è lì, covid permettendo.Il genero non da meno intraprendente rilevò un negozietto proprio sotto il mio studio e aiutato da quel Rosario che era stato il mio primo tattoo sull’isola si mise ad imbiancare, piallare tavole, inchiodare e incollare finché si sentì pronto ad esporre sui sette tavoli che aveva il cartello “Prenotato”.Scesi da studio per un caffè verso le nove di sera e vedendo quei cartelli e il deserto dentro e fuori il ristorante chiesi spiegazioni a Luciano, l’ex impiegato comunale.“Lascia sta’, guaglio’” fu la risposta. “Stai a vedere.”Il giorno dopo era pieno. Niente menù, ti riempiva il tavolo dei più tradizionali antipasti napoletani per poi portarti senza che tu avessi ordinato alcunché un trionfo di spaghetti con crostacei e molluschi profumati di mare. Dopo arrivava il conto quasi doppio rispetto agli altri ristoranti che pretendevano di cucinare italiano e tutti pagavano senza protestare e tornavano regolarmente.Un genio che raggiunse l’apice affittando la taverna di un grande albergo ma spostandola sul mare sottostante dove adattò un ampia grotta inserendoci un pavimento in cristallo e servendo lì dentro nel suono delle onde che ti scorrevano sotto i piedi una meraviglia di piatti napoletani.Ospiti che arrivavano con gli yacht ormeggiando lì davanti e lunghe attese per le prenotazioni.Forse per una decina d’anni aprendo anche ad Atene, ospite fisso di trasmissioni televisive dedicate alla grande cucina; quattro o cinque figli trovò anche il tempo di fare poi se ne tornò a Napoli.Paolo dopo i primi tempi insieme a me appena giunto sull’isola era subito diventato l’uomo dell’hennè piazzato nella mia veranda, distribuendo goccioline di polvere di henna mescolate ad acqua distillata su un disegno tracciato sulla pelle di quanti un tatuaggio vero lo avrebbero voluto ma…Si alternava a Dafne che però si buttò presto a seguire la piercer ufficiale del Mykonos Tattoo.Mi soffermo a considerare che ai primi posti nella scala di importanza e quindi di utilità delle differenti parti del corpo umano non si può non mettere la lingua.Al di là dell’uso che se ne fa pari agli altri fratelli animali risulta indispensabile per appoggiare giusto sulla punta nomi e date e luoghi che la memoria ha nascosto in chissà quale fottuto cassetto.Questo è quanto mi ritrovo a pensare mentre dovrei scrivere con disinvoltura il nome della piercer che si affacciò una mattina in studio e che presentandosi come tale chiese di poter lavorare con me.Perché no? Giovane bella francese in Grecia con l’Herasmus aveva un sorriso accattivante che prescindendo dalla sua maestria in quel mestiere me la fece accettare.Avevo fortunatamente cambiato ad inizio stagione lo studio per un appartamento su due differenti piani ancor più centrale e Aude, da oggi soprannominata eureka, insieme a Dafne e Paolo trovarono il loro spazio.Paolo fu presto soppiantato da altri che si succedettero negli anni e la figlia Federica che aveva si preso il brevetto di pilota per scoprire soltanto dopo, graziosa italianità, che un difetto alla vista le avrebbe impedito di pilotare, parlava già un buon greco oltre l’inglese e trovò lavoro nelle agenzie turistiche. Così fu per Aude che presa la laurea in architettura abbandonò il pierceraggio, credo sia la prima volta che venga usata questo termine stile Flores nella lingua italiana, rimanendo pur sempre un’amica lì sull’isola.Paolo lo avevo piazzato da Luciano come cameriere in quella meraviglia nella grotta e subito i fiorentini del Monna Lisa che erano stati tra le mie prime amicizie lo battezzarono il cameriere dell’anno per il suo portamento molto dignitoso e l’atteggiamento riservato.Lasciò quel lavoro solo per tornare al pianoforte serale di un locale sul lungomare.Tra i vecchi amici romani si era sparsa la voce di Pino Cino in quel di Mykonos così che arrivavano a frotte passando la loro settimana idilliaca tra spiagge e localetti. L’altro Paolo, detto anche il meccanico in una delle battute del Ciclamino che quando non era impegnato con l’eroina sfoderava un cervello brillante, si fece prestare un giorno la mia prede 127 e armatosi di due pennelli la trasformò in un ritaglio di Mykonos.Uno scherzo che avevamo fatto insieme anni prima a Roma chiudendoci nella sua carrozzeria per due giorni e riproducendo un quadro di Mondrian sulla mia Taunus.Così Paolo, detto anche il meccanico, mia figlia come sempre, Mattia il grande ma sempre di passaggio alla scoperta delle altre piccole isole Cicladiche, tanto che ha ancora adesso una casa che si comprò a Paros, e Bormioli, Enzo, Gabriella, Sergio, Stefano, Gippi, Cinzia e non so più quanti mi raggiunsero lì per dividere insieme cene e notti greche. Di giorno no. Io lavoravo.Per esempio con il segretario della facoltà di psicologia di Cambridge che aveva promesso di tornare dopo le sue due piccole felci sulle spalle e riapparve a farsi fare un motivo tribale che le riunisse.Magneti stretti nei pugni anche il tribale fu fatto e per anni lo vidi sulla porta dei diversi studi frattanto cambiati per un aumento progressivo del tatuaggio iniziale. Arrivammo a farne una propaggine sulla coscia e stavamo passando ad istoriare il petto quando sulla stessa porta dello studio si materializzò il suo squinzio in lacrime.Era il primo anno e in assoluto la prima volta che lo vedevo in compagnia di qualcuno. Non lo avevo nemmeno mai incrociato nei miei giri notturni nei locali gay o discoteche. Quell’anno arrivo presentandomi a un giovanetto spagnolo di poche parole e dal sorriso forzato. Questo intervenne soltanto quando il professore mi chiese l’appuntamento per fare il lavoro sul petto. “Ancora un tatuaggio?” domandò con aria affranta.L’inglese lo liquidò con poche battute ma il giorno della messa in opera, disegno approvato e già trasferito con gli stencils, aghi montati e inchiostri pronti, ecco di nuovo apparire il giovane spagnolo con due lacrime sul viso che dice a Cian che gli deve parlare.Io faccio cenno che aspetterò e vedo i due parlare fitto tra di loro sulla veranda. Il ragazzotto adesso piange senza ritegno.Cian rientra e mi dice che proprio non può farlo: il Tal de Tali non vuole.Mi chiede quanto deve pagare per l’appuntamento, gli aghi e il disegno e io lo mando via dicendo che lo comprendo e che va bene così. Non l’ho visto mai più.Quella che vedevo sempre, di continuo, notte e giorno, era invece la romagnola ventitreenne con cui avevo trascorso una notte poco tempo prima.Le donne al tatuatore che da’ loro della sofferenza fisica spesso dopo averle anche fatte spogliare, il più delle volte la danno volentieri specie se il tatuatore non ha l’aspetto sfatto ed è gentile alla giusta maniera.Per cui la romagnola non era un caso raro.Non provo neppure a raccogliere nomi o immagini di visi o corpi femminili negli anfratti della memoria; a volte vengono a galla di loro inattesa sponte o frutto di chissà quale richiamo.Figurarsi il fermo immagine di una romagnola che era passata da Mykonos!Anche se ho buttato alle ortiche il Sementovsky che ero ancora adolescente cosa sia il carattere di un Ariete lo ricordo bene e così forte solo di supporti astrologici che garantissero decisione e carattere chiusi lo studio, presi il primo aereo possibile e volai a Roma.

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Commenti: 5
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Alessandro Antonaroli

Eh, dovevo fa’ il tatuatore pure io!
  • Danilo SensoliIn effetti, le macchine le hai tutte ritoccate, anche la 127 tarocca, che presi in seguito, da Blue si ammalò di varicella e diventò a pois… andare in giro per Mikonos con lei era come avere il lascia passare, anche per le zone pedonali, visto che gli sbirri, sapevano che era tua e perciò non fermavano….. visto che anche loro erano tuoi clienti….

    Splendidi ricordi…
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