Goa 3

Goa 3
Severino con le sue unghie laccate e la sua bella donna furono presto una compagnia costante e piacevole. Basti pensare che ci siamo frequentati e presi in giro l’un l’altro e incontrati spesso fino a quando lui se n’è andato. Ha vinto lui quello che era un nostro gioco, scommettendo su chi arrivava primo alla fine della corsa.
Ho piantato un albero in giardino per lui e per gli strani giochi del caso ho ereditato di suo un paio delle camice americane a righine su cui era in fissa e che si faceva venire dagli Usa: caso vuole, lo stronzo che sempre si impiccia, che io ne indossi una mentre sto scrivondo di lui.
Di molti, molti altri di quella Goa ci sarebbe da scrivere, conosciuti in quel 70, in quello spicchietto di continente indaino ancora lontana dal turismo di massa e dagli sbrilluccichi del danaro.
Come ho detto di alberghi ce n’era giusto uno e i Goani cominciavano appena a trasformarsi in locatari di stanze e case tra le palme.
Nascevano i primi ciaj shop, come noi li chiamavamo, con i te della mattina e i Nescafè e le ciambelle col sesamo e le uova fritte e la frittura di piccoli pesci e Pork steaks e birre indiane e coca cola. Avevamo imparato presto chi faceva le cose migliori. Erano anche un luogo di incontro e così ritrovai il Boccanera finalmente arrivato a Goa che mi portò subito a salutare la sua signora. Indimenticabile la visione di Bruna che incedeva giù dalla scala del Governativ preceduta da una pancia di sette mesi.
Baci e abbracci via via che ci ritrovavamo con loro e Stefano, vecchio amico del Piper di Roma anche lui in viaggio con signora. Inglese questa, una decina di centimetri più alta di lui, soprannominata “La cogliona” perché solo così lui le si rivolgeva.
Da considerare che Stefano era a sua volta “il Parolaccia” per chiunque fosse suo amico. Ero io uno dei pochi a sapere che l’appellativo se lo era guadagnato anni prima in una vacanza a Genova dove i genovesi erano rimasti scioccati dal suo intercalare con volgarità in romanesco puro. Ci mise anni e anni a liberarsi di quel soprannome. E il Badword, anche detto, venne a stare a casa da me.
Lo cacciai di casa dopo una settimana circa quando una mattina avendo messo sul fuoco la pentola per lessare la pasta mi accorsi che non avevo il sale così uscii per andare a comprarlo. Al ritorno alzai il coperchio e sul fondo della pentola si sterilizzava una bella siringa in vetro come si usavano all’epoca.
Ne ebbi abbastanza: entrai nella sua stanza e frullai zaino e valigia in veranda. Avevo tollerato in sana amicizia che Francis, l’inglese, venisse quasi ogni notte a svegliarmi per dirmi che “Stefano sta male, please.”
Il mio intervento, conoscendo il soggetto, consisteva nell’allungare le mani su un quadernetto che Stefano portava sempre con sé e su cui annotava quello che si buttava giù o in vena. Tot di acido, tot di amfetamine o bombazzoni, come lui li chiamava, misti di tranquillanti.
A quel punto chiesta conferma a lui si passava a una dose dell’opposto.
Come sopravvivesse lo sapeva solo lui.
Il mio tempo come ho detto trascorreva davanti a tele e cartoni che compravo a Panaji. Ero decisamente fissato con gli scacchi in quel periodo della mia vita e oltre a studiarmi manuali vari facevo grandi partite con Giuliano e chi capitava a tiro; avevo preso anche a dipingere geometrie da scacchiera immortalando movimenti di cavalli o alfieri, realizzando dei grandi quadri astratti.
La mattina spesso mi trasformavo in aiutante pescatore il che mi fruttava una dozzina di maccarelli, ma ogni tanto i Goani amici passavano a regalarmi un secchio ancora di maccarelli. Cominciavo a odiare i maccarelli. Nottetempo andavo ad abbandonare il surplus distante da casa.
Capitò la volta che mi ero scordato di portare con me un pareo in cui infilare la mia parte di pescato così mi rivolsi a un tipo con codino che veniva lungo la spiaggia in perizoma e appeso al fianco un sacchetto da spesa evidentemente vuoto. Nel mio inglese oxfordiano gli chiesi di prestarmelo giusto il tempo di portate i maccarelli alla mia casa poco distante.
“Io te lo presto ma er pesce ‘o fai magna’ pure a me.”
Fu la risposta in puro accento romanesco che distrusse l’autostima nel mio english sound.
Altra amicizia, quella col capitano, durata quarant’anni fatta di risate e scherzi. Cultura anche, perché quel marinaio che aveva scelto di starsene a terra nonostante i gradi di Capitano di Corvetta era un lettore accanito così ci scambiavamo continuamente libri e opinioni.
Era evidente che la fauna a Goa andasse cambiando: i Goani doc, quelli cattolici e con l’eco portoghese nella lingua e nelle usanze, andavano lasciando il posto agli indiani dell’entroterra e delle grandi città.
Della Goa che avevo incontrato rimanevano chicche preziose tipo l’uomo della Bibinka. “Bibinka… bibinka!” Sentivi ogni tanto il richiamo tra le palme e subito rientravi a casa per preparare una rupia da dare a quel tizio che dentro il cesto appeso alla spalla portava in giro delle fette di un dolce meraviglioso al cocco che era un’eredità della cucina portoghese.
Goani doc. Una notte sentiamo una strana musica venire dalla foresta e con Giuliano e Marcello lasciamo la nostra veranda fino a raggiungere la musica. C’è uno spiazzo davanti a una casa piuttosto lontaba dove seduti dentro la veranda una decina di Goani fanno quella musica con loro strumenti.
Tutto intorno è notte e noi tre ci sediamo a qualche metro da quella veranda. Siamo illuminati dal bagliore di decine e decine di candele e lumi a petrolio che schiariscono a giorno anche l’interno della casa. Il solito stanzone e al centro davanti alla porta, circondato verso l’interno da numerose donne salmodianti, è steso per terra un giovane uomo immobile, come morto.
Abbiamo salutato con un cenno del capo accucciandoci lì e subito un uomo, ho riconosciuto il sarto del mercato giù al villaggio, si alza e viene da noi dandoci tre coppie di cimbali in bronzo e facendoci capire di suonarli.
Ci mettiamo al tempo con quella strana musica e non passa un’ora che l’intensità della musica cresce e improvvisamente il morto lancia un urlo raccapricciante, si tira su e spicca un salto precipitandosi fuori dalla porta. Evita il nostro gruppetto che ha la pelle d’oca e scompare correndo nel buio.
Il resto della compagnia adesso sorride, prende a chiacchierare e tra loro si abbracciano festanti. Una donna si avvicina a noi, che immagino avessimo delle espressioni ebeti stampate in volto e ci porge una specie di scodella fatta di foglie scure intrecciate. Dentro c’era una delle cose più buone che io abbia mangiato nella mia vita. Una pappa abbastanza solida da poter essere raccolta con le dita fatta di ceci lessati e cocco e qualche sciroppo dolce che andando verso il fondo svelava il sapore e l’acre di chissà quale peperoncino.
Questa era la Goa che incontrammo e quando qualche giorno dopo al villaggio incontrai il sarto gli chiesi qualche spiegazione. Il giovane era malato, o meglio malati erano la sua testa e il suo cuore mi spiegò e loro lo avevano curato secondo tradizione. Intervento riuscito.
Piccola nota: al mercato del villaggio di Kalangte ci andavo anche per comprare la carne. Erano cattolici come detto e macellavano tranquillamente le vacche, non sacre per loro. Avevo scoperto che una bistecca costava una rupia mentre il filetto, quel pezzo tutto magro quindi insapore lo prendevi per un terzo di rupia. Goa da scoprire.

  • Eddi Vincenzi

    Bello pino me fai sogna’. Ti ho sempre detto; scrivi scrivi la tua vita. Una vita bella. Lasciaci memoria ampi borghesi timorosi.

    Alessandra Belloni

    fantastico! un altro viaggio davvero intenso e affacinante e profondo. yes please write your memoir now ! people need these stories
  • Stefano E. Stef

    Non hai foto di Severino e Mariella.?

    Pino Cino

    molte di Sever. ne pescherò un paio. promesso
  • Alessandro Antonaroli

    Grazie per trasportarci come in un sogno, tra luoghi e persone del dorato passato. E ogni tanto si incontrano persone care mai dimenticate: er parolaccia! Qualcuno ti ha chiesto foto, mi associo: foto di quei tempi, a manetta, come piovesse!
    • Pino Cino

      Non vorrei ingolfare queste pagine. sono stato il primo a dire di evitare le immagini. Ti immagini che diventerebbe se ognuno tirasse fuori le foto ricordo? troverò il tempo di creare una raccolta delle foto di quella Goa che ancora ho e mettere qui un link.
      • Alessandro Antonaroli

        attendo con piacere il link che mi porterà ad un altro “volo magico”!
      • Paolo Paci

        basterebbe fare dei link

        Pino Cino

        per chi ha conosciuto Sever una delle sue ultime foto. il sorriso sempre quello
        Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e giacche
        • Stefano E. Stef

          Pino il baffo non l’ha mai mollato 🙂… E il sorriso si anche. Mi sarebbe piaciuto rivedere anche Mariella.
        • Sergio Baldi

          questa non l’avevo mai vista il suo solito sguardo sardonico e quel sorriso che ti prende per il culo, ricordo sempre il suo “trin trin trin purtemo via il belin”
        • Pino Cino

          ne ho una marea di foto del Severino ma anche qualcuna molto recente, su ordinazione dovevo fargli trovare la zuppa di fagioli; quando non era in dialissi arrivava puntuale la sua telefonata: “Rottame 1 a rottame 2”. questa foto me l’ha mandata qualcuno
          • Alice Pudda

            io so anche chi 😅

            Sandro Ludovisi

            ciao Sever!

            Alberto Dentice

            Ero steso su un branda del Crown hotel di Dehli con un elefante parcheggiato sul mio fegato. Il senso di spossatezza unito al colore giallo degli occhi e della pelle erano segnali inequivocabili: epatite! Un medico indiano consigliato dal Consolato mi aveva prescritto delle medicine ma io mi sentivo ogni giorno peggio. Finché una mattina sulla porta della stanza (una camerata a sei letti all’ultimo piano di quel simpatico tugurio) si affaccia Sever con il suo sorriso e il suo buon umore contagioso. Ci eravamo conosciuti a Goa qualche mese prima, se non ricordo male doveva essere dicembre del 1970. Dopo avermi esaminato strappandomi finalmente al mio letto di dolore con le sue battute sentenziò: «Lascia stare ste medicine del cavolo, so io quel che ci vuole». Lo vidi uscire scansando un paio di junkies che si inseeguivano con una siringa in mano. Riapparve dopo una mezzora stringendo tra le mani una bottiglietta contenente un liquido “miracoloso”. disse proprio così. L’aveva appena comprata a Chandni Chowk da uno di quei medici di strada che offrono rimedi per tutti i mali: teste di serpente, code di lucertola e intrugli vari tenuti in bella mostra su un telo steso a terra, tra la polvere e il traffico infernale di Old Dehli. Il colore della sostanza sciropposa contenuta nella bottiglia, così come l’odore non erano affatto rassicuranti. Ma con un atto di fede nella medicina ayurvedica decisi di tentare la sorte. Senza saperlo, avevo fatto la cosa giusta. Dopo una settimana, grazie a quell’intruglio miracoloso procurato da Sever sono risuscitato. E ancora ancora oggi quando ricordo quegli anni di vagabondaggio tra India, Afghanistan e Nepal ripenso a Sever, il mio salvatore, con gratitudine e affetto.
            • Pino Cino

              Belin se gli sarebbe piaciuto!
            • Stefano E. Stef

              Alberto nella camerata a sei letti ci ho vissuto per un mese e più in un bollente pre monsone con Lorenzo Vassallo di Milano e Gigi di Roma… Il Crown è stata la mia residenza anche obbligata per molto tempo… 🙂
            • Vittoria Schileo

              Alberto Dentice ciao Alberto , come è andato il regalo per tuo figlio che hai preso da noi al mercatino di Campo de’Fiori qualche anno fa ?
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