Goa 21

Goa 21
Comunicato inteso come postilla al precedente post.
Ero fino a questa mattina preoccupato, anche se non è l’aggettivo più idoneo, per i risultati dell’ultima Risonanza Magnetica completa di contrasto appena fatta.
Strane macchie all’interno del cranio proprio in corrispondenza delle precedenti metastasi e relativo intervento chirurgico.
Le macchie sono in diminuzione e la cicatrice sembra in progressivo riassorbimento.
Quindi sto come un papa e faremo un controllo a maggio prossimo.
Nel frattempo abituale terapia oncologica, tra qualche giorno Tac e qualcosa di buono da berci sopra.
Posso quindi continuare a tediarvi con questa annosa biografia ripartendo dalla fine del cameraman che ero stato.
Il Chai Shop era soltanto un ricordo con un ombra di rimpianto per i Samovar che avevo portato da Kandahar; le vetrate colorate restavano uno sfizio che mi regalavo ogni tanto; dipingere quadri non accadeva da tempo riducendo i momenti pittorici allo scherzo di un Rapidograph; di me rimaneva il pendolare tra Roma e India, il mercante, il disegnatore di moda, il trafficante e qui non scendiamo nei particolari.
La storia con la bella Carmen si era esaurita principalmente credo per la giovane età di entrambi lasciando via via il posto a una solida amicizia tanto è che lei insieme a mia sorella Franca mi hanno accompagnato alla visita di controllo di ieri mattina.
In quel momento della mia vita di me restava l’amante di fanciulle varie che mi trovavano interessante ma di cui io non cadevo innamorato.
Dunia, che ho ritrovato casualmente qui su Facebook e che da poco se ne è andata, fu un incontro di quel periodo in cui, ricco e spietato, salivo e scendevo scalette d’aereo come fossero l’ingresso di casa.
Continuavano ad arrivare inviti per gli States ma mi tenevo stretta l’impressione raccolta la prima volta quando uscendo al mattino dal mio albergo a Manhattan mi sorpresi ad un semaforo aspettando il verde per noi pedoni con al fianco un nero con registratore abnorme sulla spalla e Motown a tutto volume; un altro nero vestito da City anche lui in attesa di attraversare e una indiana in sari variopinto oltre ad altri soggetti. Sul marciapiede di fronte in attesa anche loro mi colpirono un paio di rabbini completi di cappelletto e treccine e alcuni gialli di varie etnie ma, osservai, tutti con le stesse gambe storte.
”Sono al centro del mondo”, dissi a me stesso mentre auto enormi e lucide sfrecciavano senza pausa.
Altri inviti arrivavano da Recife, Nicaragua e Buenos Aires dove avevo amici.
L’idea di infilarmi in un paese la cui maestosa civiltà era stata stravolta con un bluff da 80 avventurieri spagnoli non mi attirava e così il vedermi passare sotto il naso spazi sconfinati mi portò una volta giunto in California e aver annusato l’idilliaca perfezione dei dintorni di Frisco a domandare agli amici del posto di farmi vedere i poveri.
Tutti belli e raggianti.
Possibile non ci fossero poveri in quel paradiso artificiale?
Una mangiata di granchio, buonissimo, nei cartocci in zona porto mi concesse la chance di scorgere un’altra faccia di quell’America.
Storie di schiavismo mai finito, sentore costante di discriminazione non lo trovavo tollerabile. Not me.
Ancora una volta sceglievo i miei indiani con tradizioni e cultura più antiche dei miei Romoli e Remi.
Optavo per la profonda Europa dalle tante facce e dalla storia tanto densa e intricata, da Istambul a Parigi e Londra e Amsterdam, Berlino e Barcellona: così variegata, continuava ad attirarmi di più.
A Roma era il momento delle serate ai bar del Pantheon e proprio lì ti ritrovo il Belisario, quello del sacco a pelo imbottito di polline a Kabul, figlio disperso di un ministro.
Sempre lui: amico pronto all’ironia e al sorriso.
Si era accasato nel frattempo e con la figlia di un noto artista di teatro, Fiorenzo Fiorentini che in una vita precedente io avevo incontrato.
Quando facevo l’attore di teatro. Ma questo non l’ho mai raccontato?
Errore perché è veramente da ridere.
Ero stato avvicinato dentro il Piper da un gruppetto che riteneva io avessi le fisic per salire su un palcoscenico e recitare nella loro piece che davano al teatro De Servi, al Tritone.
Andai a vedere e l’ambiente mi piacque. Era un’opera scritta e diretta da tale Durga, non ho mai saputo quale fosse il vero nome, all’epoca sulla cresta dell’onda per qualcosa fatto in precedenza.
Simpatica lei e così gli altri attori ma a me con i miei capelli lunghi e gli abiti da hippie non avendo ruolo assegnato e non conoscendo una sola battuta del copione sarebbe toccata una presenza in scena puramente dimostrativa di tale personaggio legato alla rivoluzione di quel momento. 66 o 67, non ricordo.
In attesa della prima si succedettero alcune serate a Monteverde nella casa della Durga per conoscersi meglio e discutere insieme il copione.
Mi incuriosiva tutto quello e lì conobbi anche Fiorentini che animava in maniera piacevole le serate con le sue battute e le sue barzellette.
L’esperienza non finì bene. In teatro veniva una media di tre spettatori finché io ebbi un’idea.
“Riempiamo il teatro poi scateniamo il pubblico a invocare la rivoluzione di cui parla il soggetto. Andiamo a finire sui giornali.”
E così fu: “Gazzarra di capelloni al Teatro De’ Servi.” Titolava il Tempo.
Avevo fatto confluire tutto il Piper e mi ero scelto due fra i più esagitati per raccomandargli a un mio cenno di saltare sul palco e prendere a inneggiare alla rivoluzione scandendo slogans.
Mario Barba e Mario il Tatta la fecero alla grande rotolandosi sul proscenio, capriole e strillando chissà che.
Teatro proprietà di ferti preti e tempo mezz’ora la polizia ci aveva portato in commissariato per controllare i documenti a chi si era lasciato prendere mentre i certi preti ci comunicavano di averci ritirato l’uso del teatro.
Ti ritrovo la figlia di Fiorentini una decina di anni dopo convivente del Belisario che grande amico dai tempi di Kabul. Serate insieme poi i due si separano e una sera al bar lei mi spiega che se n’è andato di casa “Ma sai come?” mi dice.
“L’ennesima discussione poi mi fa: “Allora me ne vado?” “Si”, gli faccio io, “non mi sembra il caso di tirarla ancora avanti.” Scompare nell’altra stanza poi dopo un po’ si affaccia sulla soglia con due valige in mano. “Allora vado?”
“Si Gianni. Ciao.”
Lo sento che esce poi la mattina quando mi alzo vado in bagno e vedo lì tutte le sue cose; ugualmente nell’armadio i suoi vestiti e le scarpe.
Lo chiamo a casa dei suoi e gli dico: “Ma Gianni, la tua roba è ancora qui. Che ti sei portato via nelle valigie?”
“Nulla. Erano vuote. Ti faccio la scena dell’addio e mi carico pure il peso delle valigie? Verrò i prossimi giorni a prendere le cose.” “
Il racconto di Roberta rispecchiava perfettamente lo humour del Belisario. Strano personaggio con un gran bel cerevello. Figlio di un onorevole abruzzese della DC, battezzato da Andreotti una volta tornato dal lungo vagabondare tra Goa e l’Afghanistan, dopo aver fatto l’organizzatore teatrale si trovò ad essere il braccio destro di Sodano, presidente di Rai 2.
Nell’ambiente lo chiamavano “l’eminenza grigia” perché tutto passava da lui.
Andando per la prima volta a trovarlo a via Teulada mi prese subito da parte per avvertirmi che tutti lì dentro lo chiamavano dottore. Poco me ne fregava ma mi accorsi che andando insieme a lui allo stadio per assistere a un paio di partire della nazionale, ci furono i campionati del mondo in Italia nel 90, durante l’intervallo eravamo ossessionati da questuanti tipo Lina Sastri, la Dalla Chiesa col marito Frizi e altri che non conoscevo, lì per chiedere favori vari.
Il soggetto partiva spesso per gli States quasi sempre per firmare contratti o per acquistare films per la Rai.
Ricordo che gli chiesi quanti soldi si mettesse in tasca come cresta e lui sorpreso mi rispose che era socialista lui: non rubava.
La sola trasgressione del soggetto fu di telefonarmi un pomeriggio per darmi un numero di telefono, quello vero a cui qualcuno avrebbe risposto, e dare la soluzione esatta a un quiz che era in corso in Rai. Avremmo vinto un motorino, che voleva per sé, e 500 mila lire in gratta e vinci per me. Si prese un vaffa e non telefonai.
Era veramente onesto tanto che quando il suo capo fu allontanato, lui scelsero di conservarlo in Rai ma si trovò declassato a essere un qualsiasi funzionario ruolo che esercitò fino alla pensione.
Ovvio che un’altra donna l’avesse trovata e quando dopo anni lei gli chiese di sposarla, Gianni acconsentì premettendo che se doveva farlo l’avrebbe fatto in chiesa con lei in abito bianco.
Un mattacchione Gianni che tra l’altro non essendo cresimato poi mi raccontava divertito come lei arrampicandosi sugli specchi fosse riuscita a convincere il prete del paese a fare celebrare comunque quel matrimonio.
Non ci frequentavamo con assiduità vivendo due vite tanto diverse ma quando decisi di andare a una scuola di bridge mi ricordai che lui si era dato da anni a quel gioco e la risposta immediata fu: “Con te ricomincio a giocare.”
I trascorsi erano stati i lunghi tressette e spizzichini di Kabul ora ci ritrovavamo in giacca e cravatta ai tavoli degli austeri circoli dei Parioli.
Devo dire che sapemmo trarne dei momenti piacevoli. Io, solita bestia, non mi ero messo a memorizzare più di tanto i linguaggi con cui a bridge si trasmettono i propositi di gioco a compagno e avversari ma per cavarmela escogitai in combutta con lui il “Naturale Afghano”.
Consisteva nel dichiarare apertamente i valori che si avevano in mano e questo ci fece trionfare in un paio di tornei e alcuni altri ottimi piazzamenti. Comportava pure la convocazione del giudice di sala che arrivava con sussiego e ci faceva fare un riepilogo delle nostre personali dichiarazione prima di dare inizio al gioco della carta vero e proprio.
Esordiva sempre chiedendo: “Che metodo usate?”
“Il naturale afghano.”
“Non lo conosco”, era la risposta ma finiva anche lui per arrendersi ed ammettere la regolarità della nostra licita.
Erano tutti talmente ingessati nei loro abiti e cravatte e abituati agli arzigogolii di testa usuali che,temendo un bluff da soli finivano per mettersi fuori causa andandosi a infilarsi in schemi e tattiche di gioco più che complicate.
Ci divertimmo finché ci piacque poi lui si ritirò in pensione nel paese toscano della moglie, io dell’ambiente del bridge ne avevo piene le scatole.
Qualche telefonata per scherzare ancora insieme poi una amica da Montepulciano mi raccontò che se ne era andato di un colpo secco.
Un altro con cui avercela. Mi prende rabbia quando penso a compagni di strada che se ne sono già andati. Era tutta gente a cui volevo bene e qualcosa se la sono portata via.
Quello che non viveva più a Roma e con cui giocavo a scacchi via telefono. Quegli altri, lasciata Mykonos fissi ogni domenica a casa da me spesso insieme alle mogli. Natali, Pasque e Capodanni dell’ultimo ventennio.
Quanti scherzi e battute e ricordi? E poi ti levano tutto sprofondando nel silenzio della morte. Brutta bestia questa ma parte del gioco. Ne avremmo riso insieme se avessi potuto parlarne con loro.
E di ognuno ci sarebbe da raccontare, piluccare episodi, situazioni vissute insieme.
Quello che lasciava in un covo BR la mia roba video, quello che si addormentava dando fuoco al bracciolo dell’aereo. Quello che ci innamoravamo in contemporanea della bella di classe in seconda media attraversando insieme sessant’anni di amicizia.
Sono in fondo un romantico e un fedele non solo con le donne.
Tanto è che una mattina in cui ero tornato tardissimo da uno dei miei giri a Milano o forse era Parigi: si distinguevano perché da uno quando era stagione tornavo coi panettoni di Cova, dall’altro abitualmente invece riempivo di odori le cabine dei voli delle dieci di sera con i bustoni di Canard Laquè che avevo scoperto in un ristorantino specializzato sull’Ile St. Louis.
Non so da dove fossi ritornato quella volta ma distrutto anche se c’era la luce della mattina, e ricordo perfettamente quella luce, il silenzio della casa nella campagna di Genzano dove abitavo allora, deve essere stato fra l’86 e l’87; sentii qualcosa sfiorarmi il viso, una carezza leggera e aprendo gli occhi vidi mia figlia, alta il giusto per arrivare al bordo del letto, che accarezzandomi il volto mi sussurrava: “Dormi… dormi orsacchiotto. Ci bado io a te.”
Un argh! su per la gola poi richiudendo gli occhi un pensiero: “C’ha tre anni. E’ mia figlia e io con la vita che faccio non l’ho vista crescere. Fanculo…!.”

 

    • Franca Cino, Emanuela Limiti e altri 28
      Commenti: 7
      Visualizzato da 113
      Paolo Paci

      niente male per uno che non ha taccuini di appunti…sempre interessanti le tue vite e i giri che danno. quella del bridge e’ sorprendente/esilarante. Ma andavate in giacca e cravatta?
      • Pino Cino

        oh yeah. giacca cravatta e mocassini. mi hai fatto ricordare un bridge rovinato dalla scarpa stretta
        Alessandro Loretti

        Pino Cino : ha ragione Paolo Paci, qui sopra… E ti lamenti di non avere appunti di viaggio, Canaglia ? 😎 ( che poi s’andasse in giacca e cravatta… CERTO ! Io insisto con la giacca anche adesso, quaggiù’, tra gli Australiani…)
        Pino Cino

        Alessandro Loretti 1 tra gli Australiani più tre puntini la giacca la metterei anch’io 😏 2 non posso uscire di casa, ci vedo un tubo e tendo a sbattere tra destra e manca, quindi niente giacca. non mi definirei elegante di questi tempi. 3 giuro su quello che potrei avere sacro (?) che non ho appunti di alcun genere. Fosse mai sarebbe terribile per voi
      • Claudia Ferrari

        l’intermezzo bridge ai circoli mi mancava🤣ti ci vedo😆beh, tu portavi anatre , io, diversi etti di puzzolentissimo chèvre posizionato nelle cappelliere…. non ti dico gli effluvi in cabina🤣🤣🤣ah, bei tempi
        Fabio Patalani

        …….!!
        Avatar looking confident. They're standing above the words bring it on written in yellow and green, and holding Wonder Woman's golden Lasso of Truth. The W-shaped Wonder Woman logo is seen behind, colored in red, blue, yellow, green and purple.
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