Goa 20

20 febbraio

 

per non perdere l’abitudine a pestare la tastiera, e sarebbe grazioso anche altri continuassero a farlo:

Goa 20

Intervallavo il tempo romano con le mie puntate in India, Bombay quasi sempre, tirandone fuori dai miei business i soldi per andare avanti, piuttosto bene direi.

Al momento di partire una di quelle volte uno degli amici più cari mi chiese di lasciargli la mia attrezzatura da cameraman per fare anche lui dei filmati e non trovai nulla da obbiettare al riguardo.

Una volta a Bombay diedi vita ai soliti giri tra fornitori e laboratori che mi confezionavano gli abiti che mi inventavo rubando idee da alcune raccolte dei Magazines du Printemps, cataloghi di inizio secolo che avevo rimediato in Italia da alcuni dei miei rigattieri. Una mia passione i robivecchi.

A Roma come a Bombay passavo ore a frugare riempiendomi di polvere e chissà che altre porcherie tra scaffali, banchi e armadi pieni di carta d’ogni genere.

I rigattieri con cui avevo rapporti sapevano di dover tenere da parte quello che erano abiti o anche soltanto stoffe che avessero l’apparenza di strano, inusitato o anche soltanto antico.

Per quanto riguardava il cartaceo qualsiasi cosa concernesse moda o nudo femminile.

Superfluo dire che mi facevano trovare le peggiori e inutili porcherie ma talvolta pescavo chicche preziose tipo quella raccolta di cataloghi di moda dove carpivo le idee che si trasformavano in gonne, bluse o abiti che adattavo agli anni 70.

Vestiti e stoffe che mi facevano trovare erano in genere robaccia che scartavo ma mi capitava di reperire ricami o abiti che avevano un valore anche solo documentario dei gusti delle epoche precedenti.

Per i nudi femminili mi aspettavano scatoloni di pagine strappate da Playboy talvolta ancora in edicola ma anche riviste e libri degli anni più remoti.

Una ricca collezione fatta alla mia maniera. Fase anale risolta con una sana pubertà per cui nessuna ossessione il che mi costò una costante dispersione di oggetti di ogni tipo sfuggendo l’ansia dell’accumolo.

Non che la mia casa attuale sia libera da anticaglie apparentemente senza senso ma se penso a quante ne ho seminate ad ogni trasloco o chissà dove…

Avevo anche sguinzagliato il mio amico Piretti, anche lui appassionato di cose antiche indiane, faceva commercio di gioielli lui ed era costantemente in India, a cercare per me foto e pubblicazioni con nudi femminili.

Mi fece trovare qualche preziosità tra cui un album rilegato in pelle in cui un capitano della Compagnia delle Indie aveva raccolto le piccole fotografie, un 6 per 3, che venivano inserite nel pacchetto di sigarette facente parte della decima distribuita ai soldati. Bellissimo ed è ancora con me.

Uno dei momenti irrinunciabili quando ero a Bombay era trascorrere delle mattinate nell’antro di Iqbal, un giovane mussulmano del Chor Bazaar che inaspettatamente con me si arricchì.

In una stanza ampia rivestita di scaffali in legno teneva migliaia di Sari usati, qualcuno decisamente antico, che gli arrivavano ogni giorno dai mercati della città e che lui stirava, ripiegava e stipava in pile alte metri.

Lui era felice di vedermi arrivare perché avrebbe venduto quei capi non a peso e io ben contento di uscire di là con decine e decine di preziosi sari in seta o altri pregiati tessuti ricchi di ricami e colori, pagandoli una sciocchezza.

Da lì finivano nei laboratori ben rodati da me per diventare gonne o abiti che avrei stravenduto a Roma.

Dell’India una delle cose più caratteristiche erano e sono i profumi talmente vari da richiedere una cultura a parte per poterli distinguere e dargli un nome.

Io che ero ben stanco dei Caron pour Homme e simili mi misi in testa di trovarmi un mio profumo e cominciai a indagare chi fosse un maestro profumiere rinomato in città. Una serie di indizi mi spedì a una bottega del Daghina Bazaar dove trovai un anziano elegante signore che in tante visite trovai sempre solo.

Presentazione e poi espressi il mio intento: trovare il mio profumo.

La prese molto alla larga spiegandomi dell’uso e il significato del profumo per un uomo o una donna che fosse. Il corpo era la casa di Dio mi spiegò pertanto andava tenuto pulito e reso accogliente.

Niente droghe sancì tra l’altro visto che immaginava io fossi come la maggior parte dei giovani occidentali che circolavano per Bombay.

Pretesi di chiarirgli la mia posizione raccontandogli di quando a Lahore, inchiodato lì per una decina di giorni in attesa di pratiche burocratiche, mi ero fumato quasi mezzo chilo di ottimo polline afghano per poi ritrovarmi in ospedale svenuto e debilitato. Da allora anche solo l’odore dell’hashish mi procurava nausea.

Non so quanto lo convinsi ma continuai a tornare da lui per un Chai seduti sui suoi tappeti e circondati di alambicchi e bottiglie. Una volta mi passò una scopa e mi mise a spazzare il pavimento e comunque ogni volta erano domande sui miei trascorsi in Italia e India.

Si protrasse per mesi la nostra frequentazione ma io volevo veramente arrivare a capire anche solo come individuare il mio profumo finché giunse il giorno in cui mi suggerì di annusare quello che secondo lui doveva essere l’odore sulla mia pelle.

Tirò fuori una bottiglia e ne sparse qualche goccia sul mio polso poi mi disse di ritornare il giorno successivo.

Mi piaceva. Mi spiegò che era estratto da un arbusto raro del deserto gujatare e che non tutte le stagioni si riusciva ad averli. Non particolarmente costoso. Divenne il mio profumo e arricchì non di poco il mio fascino e a ben vedere la mia aneddotica.

Guy Laroche, incrociato ad un party a Parigi fu tirato in ballo da una mia mica che gli disse: “Guy, sentì un po’ il profumo di Pino se capisci cos’è?” E quello annusato il mio collo se ne uscì con: “E’ un Vetiver particolare.”

Negai ma il giorno dopo mi arrivarono in albergo due boccette del mio profumo, omaggio di quel naso portentoso.

Meglio ancora riguardo il mio profumo fu quando Piretti mi fece sapere che quella stagione a Bombay non era arrivato il Rhu Kaas.

Non andavo più in India e me lo facevo comprare dal mio amico dopo avergli spiegato dove fossero i soli due profumieri che l’avevano.

Mi arrivò la sua mail un venerdì in cui mi dava la notizia ferale e mi chiedeva cosa fare dei cento dollari che gli avevo dato.

Bestemmiai abbondantemente poi la domenica seguente mi ritrovai insieme a Simona che era ospite da me per il week end a fare due passi a Porta Portese.

C’eravamo alzati tardi e camminavamo tra i banchi che smontavano; era l’ora di chiusura e io come al solito frugavo con gli occhi i banchi dei robivecchi e della robaccia che lì tenevano buttata su stracci sopra i marciapiede.

In mezzo all’ira di dio di giocattolini, penne, scatole e cianfrusaglie vidi una boccia di budello di cammello classica dei profumi indiani. Mi chinai a prenderla in mano: era sigillata dalla caratteristica ceralacca e voltandola vidi scritto Rhu Kas a pennarello.

Mi tremavano le mani tanto che Simona domandò se mi sentissi male.

“Quanto vuoi?”

“Damme duemila lire”.

Ricordo la tentazione di rilanciare a mille ma misi la mano in tasca e facemmo lo scambio. Sapevo che al prezzo originale quel mezzo chilo di Kaas sarebbe costato almeno 500 dollari.

Cosa ci faceva quella boccia lì davanti ai miei occhi ad aspettare me?

Scrissi a Piretti quella sera stessa iniziando la mail con “Amico caro, adesso ti do un Koan da risolvere”.

Quanti Koan ho incrociato nella mia vita.

Tornato a Roma chiesi presto al mio amico telecamera e videoregistratore ma lui mi spiegò che erano in un covo delle Br e che avrebbe dovuto aspettare qualche giorno per recuperarlo.

I giorni passavano ma c’era sempre un impedimento per cui bisognava attendere.

Il mio amico era fra i tanti tuffatosi negli ideali estremisti fin da i primi 70. Si vantava di venire da Potere Operaio pur avendo come tanti alle spalle una famiglia di impiegati con trascorsi fascisti; conoscenze nell’ambiente della sinistra estrema ne aveva parecchie.

Tutti i giorni eravamo insieme: uno degli amici fissi nella mia casa in zona Porta Portese.

Andò avanti per un pezzo l’attesa del recupero della mia attrezzatura video finché qualcuno mi disse che identica usata attrezzatura era in vendita in un cerco negozio.

Riconobbi la mia e mi precipitai da lui. Ne dissi più che quattro. Lui non aveva giustificazioni: bisogno di soldi e se l’era venduta.

Chiusi con lui ogni rapporto e incrociandolo in locali o case di amici lo trattavo come fosse trasparente, ignorandolo.

Me lo trovai una notte davanti al portone di casa che mi impediva l’accesso alla serratura. Domandai cosa volesse e mi rispose che voleva che lo picchiassi perché sapeva di non meritare altro.

Erano passati alcuni mesi e la rabbia era sbollita. Ci abbracciammo e dimenticammo l’accaduto. Morto poco tempo fa dopo aver diviso insieme giorni e risate.

 

 

 

Mi piace: 26Franca Cino, Emanuela Limiti e altri 24

Commenti: 7

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Abigail Garfagnoli

Altre storie miracolose per favore 

 

Pino Cino

don’t worry. I have to

 

Margherita Crispy

il tuo profumo è mitico, lo ho riconosciuto nel kuss, forse spelling sbagliato, ma era il tuo profumo, il profumo di Pino Cino.

 

Eddi Vincenzi

Porta portese in un seminterrato.

 

Sergio Baldi

ma lo sai che quell’amico manca molto, il suo nabbraccio era quasi terapeutico

 

Paolo Paci

ma qualche foto piu’ dettagliata di questa bellissima collezione di vintage porno, no?

 

Pino Cino

forse non è il luogo. se riuscissimo a fare sta pagina web

 

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