Goa 17

a cosa sto pensando?
eccotelo tiè:
Goa 17
L’iter matrimoniale. C’è chi non l’ha mai vissuto. Chi non ha avuto una progenie. Per scelta? Impossibilità?
Io avevo appena raggiunto i trent’anni e innamorato come una pigna mi sono ritrovato al fianco di una b
ellissima donna e del suo bambino. Mio ogni giorno di più.
La signora, perché era una vera signora, provò anche a regalarmi una fede nuziale, rivenduta in un successivo momento di chiari di luna, ma l’idea di un “sacro legame” mi faceva accapponare la pelle.
Abbiamo comunque convissuto un decennio, mi sembra di sapere, e come per ogni coppia consolidata, era affascinante la signora e ne valeva la pena, siamo incorsi in momenti di crisi ed altri momenti esaltanti.
Quelli di crisi li ho largamente rimossi, dovuti confesso al mio modo precario di affrontare le costrizione delle responsabilità, ma dei momenti più belli ho un ricordo vivido.
Mi basta rivedere la nascita di mia figlia nel 84 mescolata a gioia e sorpre
sa. Non avevo voluto sapere prima il sesso del nascituro per quanto l’ecografia fosse ben in auge.
Che ci dicessero soltanto se c’erano rischi anche perché Laura aveva avuto qualche mese prima un aborto spontaneo. Trauma superato con uno splendndio anziano ginecologo che mise lei sotto a mangiar banane e me ad accudirla con attenzione.
Per otto mesi mi alzavo prestissimo, facevo alzare Mattia, ormai dieci anni, lo portavo a scuola, tornavo poi a casa portando il pranzo preparato al bar di un amico lì vicino; poi scappavo al lavora. Sempre stracci e dintorni.
La mia corsa mattutina era talmente stressante che ricordo ancora bene una mattina in cui finito di fare la barba mi sbattei in faccia una manata di “Ondroly”: colluttotio per bocca. Qualunque imprecazione si possa immaginare le mie furono superiori.
Venne la sera in cui ce ne andammo in clinica: mi portavo dentro il ricordo di mia nonna, 9 figli, che diceva che il secondo figlio era come una saponetta e infatti Veronica se ne uscì frignando in pochi minuti e io che ovviamente, qui l’avverbio ci vuole, fui il primo a prenderla in braccio con Laura ancora ans
ante che domandava: “E’ sano?”
“Sana” risposi io felice come una pasqua.
Era arrivata Veronica e qui c’è una simpatica parentesi da aprire.
Nella mia malcreanza a tutte due le donne che mi hanno fatto un figlio oltre a comunicar loro che non volevo sapere il sesso fino al momento della nascita ho anche detto che loro pensassero a fare il bambino, a scegliere il nome avrei pensato io e senza dirglielo prima.
Prendo un treno per Milano per uno dei miei soliti viaggi stracci e dintorni e a Termini vedo in una edicola “Mille nomi e loro significato”. Il solito destino che tira le fila.
Prendo a leggerlo appena si parte e questo treno direttissimo senza fermate se non nelle stazioni capoluogo pensa bene di arrestarsi nella campagna toscana.
Mi accorgo che da dove siamo fermi si scorge la mia casa vicino Chiusi. Poso il libro aperto sul sedile nello scompartimento vuoto, vado in corridoio abbasso il finestrino e scopro che
casa mia non si vede: si scorge soltanto la casa dei nostri vicini.
Erano una madre molto anziana e cieca e due figli contadini anche loro avanti negli anni. I soli nei dintorni tra Viallastrada e San Fatucchio, con i quali avevamo stretto un rapporto.
Me ne resto dieci minuti a guardare la loro casa pensando di poterli scorgere poi lento il treno sia avvia e tornato a sedere riprendo su il libro per accorgermi che è aperto alla pagina della V.
Io stavo leggendo la C. Veronica è quella pagina: Pherenike, il portatore di vittoria che a battaglia vinta partiva di corsa per recare la notizia nella città greca e poi romana. Il maratoneta.
Oh… questo mi piace e oggi mi sembra di ricordare che colpito da quel nome mai udito prima, una diva di soap opere venne fuori qualche anno più tardi, mi fermai lì ignorando i nomi maschili.
Come detto comunicai che era sana e all’anagrafe denunciai Veronica. Nessuno dei miei figli è stato battezzato nonostante i riprovevoli sguardi di nonni e beghine. Figuriamoci cresimati.
Tutti in peccato mortale.
Era solo l’inizio della storia perché un paio di mesi dopo ce ne andiamo alla nostra casa in Toscana e io lasciata lì la famiglia
andando a fare la spesa mi fermo a salutare la famiglia di contadini vicini di casa.
“Ezio, come va?” domando al figlio più grande con cui mi imbatto sull’aia. “E’ arrivato il telegramma?”
“Si, Pino. Ma non sai che è successo? Ho aperto il telegramma perchè sai… Poi tutto contento ho strillato alla mamma al piano di sopra: “c’è un telegramma di Laura e Pino”, e lei mi ha risposto: “lo so, è nata la Veronica.”
Ho la pelle d’oca adesso raccontandolo.
Mi precipitai. “Vado su da Angela!”
Arrivato da questa vecchina cieca sempre seduta al piano superiore le dissi: “Angela? Che è ’sta storia? Come facevate a sapere il nome della bambina”
“No, Pino. Mi dovete perdonare ma quando avevo saputo che aspettavate un bambino ho pregato tanto che fosse femmina e che la chiamaste Veronica che è stata la mia grande amica e che è morta quando eravamo bambine”.
Faccia da ebete è dire poco. Una faccia che mi ha accompagnato in diversi frangenti della mia esistenza e che capiterà di ricordare.
Ho piacere anche di soffermarmi sul ritorno a Goa con la famiglia al completo tre anni dopo la nascita della piccola.
Mi aiutò Laura che aveva più soldi in quel momento perché mentre io sperperavo nell’abituale stile, lei se n’era andata in giro insieme a Tiziana su un pulmino Fiat 1100 giallo Canarino sotto la cui vernice si leggeva ancora “Caciotta Toscana”, ma questo Paolo “Il Meccanico” mi aveva trovato.
Ci trovammo comunque d’accordo per fare una scappata nella nostra Goa.
Erano passati anni e gli stravolgimenti erano più che evidenti. Baga, dove 15 anni prima andavo con i pescatori e giocavo a pallone, era tutta un albergo e un ristorante. Ancora peggio per Calangute. Il traghetto tra le due sponde del fiume stava per essere sostituito da un ponte. Il pesce arrivava da altre parti. An
che il flee market era invaso da commercianti e non più mercanti.
Noi ci rifugiammo a casa di Piero dove c’erano già la sua donna Vicentina e sua figlia Samuela che non avevo mai incontrata prima. Piero non sia era mai staccato dalla sua bella casa di Anjuna se non per brevi soggiorni nella Bologna e fu contento di ospitarci.
Come poteva essere la vita in quel fu paradiso? Lunghe mattinate in spiaggia insieme ai bambini, mangiate a casa per lo più e lunghe nottate di Backgammon con i tornei organizzate da Piero.
Il giorno stesso che ero arrivato incrocio Jacques, un francese credo algerino, che mi fa grandi feste, vede che sono con tutta la famiglia e mi invita per una serata con lui ed altri per un poker.
Perché no? Quando dopo cena arrivo da lui sulla porta c’è Piero che mi aveva avvertito che quella sera sarebbe stato impegnato. Quando gli dissi che ero stato invitato dal padrone di casa imprecò: “Nooo… era uscito a cercare un pollo!”
“Vediamo di fare quadrato noi due” decise Piero.
Ce la cavammo io con un centinaio di dollari e lui una cinquantina.
Peggiore fu l’invito da Roberta dove suo padre si apprestava a un poker con altri tipi. “Rilancio al piatto, ok?”
Tempo qualche giro e io ero sotto di un cinquecento. Per fortuna avevo la mia bambina in braccio e fu la scusa per lasciare il tavolo.
Trascorsi parecchi anni avevo editato una rivista e pubblicato degli articoli, capitò che Roberta mi contattasse per domandarmi di seguire il padre abbondantemente anziano e aiutarlo a scrivere le sue memorie.
La prima cosa che mi raccontò fu che quando era giovane aveva cominciato come professionista del poker per non abbandonare più i grossi casinò in giro pel mondo.
Miliardario, era un vecchio simpatico pirata che però interruppe quella raccolta di avventure perché troppi nomi a lui vicini avrebbe coinvolto se non ferito.

 

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Sergio Baldi

chi è?
Pino Cino

una venditrice di aragoste😀

Sergio Baldi

bella……………………. ahahahaha
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