Ecco questa è la proposta

“Ecco questa è la proposta. Se ti sta bene devi solo firmare il contratto. Niente firme con il sangue. Va bene una qualsiasi penna. Forse vorresti avere più tempo per pensarci ma come vedi proprio il tempo rientra nell’accordo, quindi adesso è il momento e nessun altro.”
Non dovevo pensarci due volte e del resto era sempre
stato così da quel che potevo ricordare. “Adesso è adesso e del domani chi se ne frega. Non è nemmeno sicuro che ci sia.”
Così allungai la mano a riprendere la penna che avevo allontanato su quel tavolino di bar mentre me ne ero stato incuriosito ad ascoltare quanto quel signore elegante e dal fare manageriale andava dicendo.
Fino a un istante prima stavo seduto a scrivere su un quaderno bevendo lento un Pernod bello ghiacciato mentre intorno passava gente di ogni tipo e i rumori di via Gallia si fondevano in un brusio inutile. Di cosa andassi scrivendo non ho memoria: probabilmente le solite elucubrazioni su qualche donna entrata o uscita dal mio orizzonte. Forse riflessioni nutrite da qualche libro appena letto: era il periodo di Suzuki e i conseguenti approfondimenti sullo zen con ovvio tiro con l’arco e motociclette varie.
Un pomeriggio come tanti altri seduto al Gallico sperando che mi raggiungesse Ottavio per le solite chiacchiere mentre avrei dovuto starmene a casa alle prese con i compiti per la scuola. Giorni vuoti nell’attesa dell’esame di maturità.
Sarei andato incontro a una bocciatura scontata visto l’impegno che avevo messo per tutto l’anno negli studi. Di Solone, della trigonometria e dei verbi greci me ne fregava veramente nulla. Mi avessero interrogato su Bob Dylan o Woody Guthrie sarei andato alla grande. Me la sarei cavata bene anche con Kerouac, Ferlinghetti e Sartre. “Lo straniero” di Camus e i Tropici di Miller erano le letture del momento.
Frequentavo Ottavio all’epoca, e inutile frugare tra i ricordi per cercare l’origine della nostra conoscenza: ci vedevamo in questo bar nella zona di Piazza Tuscolo in una Roma piccolo borghese rigurgitante di nostalgici del ventennio.
Accomunati come eravamo dalla passione per romanzi, poesia e musica, con Ottavio era nato un legame più intenso rispetto ad altri frequentatori del bar, tutti più o meno cresciuti nella zona per cui ci si conosceva almeno di vista.
Ci sedevamo lì per ore a parlare di William Blake, Jacques Brel o Henry Miller ignorando la strada intorno, a quei tempi ci passava ancora arrancando sulla leggera salita un tram verde dell’Atac; salutavamo con cenni brevi altre facce note e restavamo immersi nelle nostre chiacchierate intellettuali senza sosta.
Con lui quasi sempre c’era Eva, la sua donna con un occhio viola e l’altro blu, croata o comunque jugoslava che quando venivano a casa da me spesso mi portava le sue Palacinche: una specie di crepe ripiena di marmellata o frutta o crema: una delizia. Tutti e tre divisi tra il mio letto e una sedia discutevamo accaniti dei Morti senza tomba o di Jeff, Vien Jeff, come di qualunque altra cosa in letteratura o musica che ci avesse colpito.
Quel pomeriggio Ottavio e signora non si fecero vedere e io mi accorsi del tizio solo quando fu accanto a me sovrastandomi: “ Mi lasci sedere cinque minuti. Ho qualcosa da dire che la riguarda.”
L’approccio come l’aspetto, giacca e cravatta, erano inusitati per un venditore o un questuante, così gli feci cenno di accomodarsi.
“Lei sta per compiere diciotto anni essendo nato nell’aprile del 47. E’ quindi davanti a un guado. Deve scegliere cosa fare della sua vita: anche se molte teorie sostengono che è la vita a scegliere per noi. Teoria appunto, qualcosa di opposto alla realtà e ai fatti.
No, non si disturbi: non prendo niente e del resto non ne avrei il tempo. Ho troppi impegni”, rispose al mio accenno di fare un gesto verso il cameriere che girava lì intorno.
“Cinque minuti è il tempo previsto da spendere con lei qui a questo tavolo.”
Me lo guardavo sempre più perplesso: il fatto di aver esordito enunciando la mia età e l’anno di nascita mi aveva sorpreso. Non avevo ancora iniziato a incapsulare il tipo in alcuno schema e il cenno di chiamare il cameriere per offrirgli da bere era stato un tentativo di guadagnar tempo.
“Dovrò essere conciso. Siamo un’organizzazione che mi limiterò a definire superiore e abbiamo deciso di farle una proposta: una vita felice per contratto. Lunga un altro mezzo secolo senza drammi sconvolgenti, tragedie, uragani esistenziali. Poi quando saranno trascorsi cinquant’anni da oggi i termini del contratto scadranno, arriverà il cancro e lei chiuderà l’arco dell’esistenza.”
Fece una pausa forse per darmi il tempo di assorbire quanto aveva appena detto. Stette a guardarmi mentre buttavo giù una lunga sorsata di anice che nel frattempo non era più molto gelata.
Immaginò di sicuro quanto mi andava passando per la testa anche guidato dal sorrisino ironico quasi beffardo che mi si era fissato in viso.
“Non è uno scherzo, né una candid camera e io non sono un attore. Si risolve tutto in una sua decisione rapida: si o no. Nel caso lei aderisse alla nostra proposta, una firma in calce a questo foglio, di poche righe come può vedere, e quel che c’è scritto si realizzerà come da impegno.”
Nel dir così mi allungò sul tavolino un foglio bianco con poche righe scritte a macchina.
Portava la data di quel giorno, mese di marzo del 1965 e poco sotto: “Scelgo di vivere una vita felice da qui a cinquant’anni da oggi. Chiuderò il rapporto con la malattia del cancro.”
Più sotto: “Firmato” e il mio nome e una riga su cui tracciare la firma.
Mi venne quasi da ridere e gli feci: “Tutto qui?” “C’è altro da leggere o da firmare?” “Di soldi non si parla?”
Adesso era lui a sorridere con ironia, ma cortese.
Scosse il capo. “Tutto qui”, disse serio, “non c’è altro. Che lei firmi o rifiuti di farlo io fra un istante andrò via e non mi vedrà più.”
Era tutto troppo divertente e inatteso. Dentro di me si aprì la terribile finestrella del “why not?”.
Allungai la mano a riprendere la penna e mentre firmavo chiesi: “Il suo nome? Posso sapere il suo nome?”
“Paolo”, rispose mentre raccolto il foglio dava una sbirciata alla mia firma, lo piegava, lo infilava nella tasca della giacca e già si alzava, tendendomi la mano e subito voltandosi e allontanandosi tra i tavoli. Lo vidi confondersi tra la gente in attesa al semaforo sempre molto trafficato.
Chiamai per un altro Pernod, accesi una sigaretta e mi detti del cretino per non avergli chiesto almeno copia di quel foglio che mi aveva fatto firmare.
Non c’era spiegazione né tantomeno logica in quanto appena accaduto. Risolsi che ne sarebbe venuto fuori uno scherzo nei giorni a seguire messo su da qualche amico o combriccola di amici. Che altro pensare?
La serata passò alla solita maniera e da lì tornai a casa.
Nei giorni appresso non venne fuori nulla al riguardo. Spiavo gli sguardi del Nebiolo, l’amico più ipotizzabile come architetto di tale genialaccia idea, ma non traspariva alcunché. “Bravo”, pensavo. Io avrei fatto lo stesso.
I giorni passavano con le solite routine, il bar, le giornate a leggere buttato sul letto in attesa della sera per andarsene al Piper dove incontrare gli amici e ascoltare musica, tentare di agganciare qualche tipa.
Niente accadeva. Mi risolsi così, avevo retto quasi un mese, a parlarne proprio col Nebiolo tanto ero certo che solo lui poteva essere stato ma quando buttai lì la cosa, “Che te sei fumato?”, mi sentii rispondere.
Gli raccontai per filo e per segno l’accaduto di quel pomeriggio al bar, gli descrissi il tipo che mi aveva avvicinato e quanto mi aveva detto. Il contratto che avevo firmato.
Si mise a ridere e volle maggiori particolari. “Geniale”, stabilì. “ Chi l’ha pensata l’ha fatta proprio bene. Io di sicuro non ne sapevo nulla.” E si mise a immaginare chi tra gli amici avesse avuto la creatività e l’intuizione per mettere su una burla del genere. “Una nuova candid camera della televisione?” Avevamo ancora negli occhi le immagine di quella creata da Nanni Loi e uno scherzo del tipo di cui ero stato io protagonista rientrava appieno in quella architettura di finzioni e sorprese che Loi aveva mostrato in tv. “Ti sei accorto di qualcuno strano intorno? Una cinepresa o qualcosa che potesse camuffarla? Verrà fuori o forse no. Magari era una puntata di prova e non la useranno mai.”
Una sua risata chiuse la questione e anche per me rimaneva il senso di divertimento che l’incontro al bar aveva destato fin dal primo momento, per quanto un fastidioso sentore dell’essere comunque stato vittima passiva persistesse.

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