da Roma a Katmandu 4

Ed ecco finalmente la frontiera afghana, la prossima soglia da superare. Ma stavolta non c’era Marcello. Al controllo passaporti ci attendeva un curioso ufficiale dall’aria un po’ stonata. Immaginate il bruco-califfo di “Alice nel paese delle meraviglie”, quello che appare nel cartoon Disney (si trova su YouTube). Vedendoci entrare il tipo non si era scomposto. Piuttosto, aveva continuato a espirare ampie volute di fumo dal suo narghilè con aria sorniona. In un angolo, a terra, alcuni pani di hascisc. Poco più in là, sulla scrivania polverosa, il cuscinetto d’inchiostro e i timbri da apporre sul visto. Una scena decisamente surreale. Ma risolvere il rebus non era difficile: “Se tu straniero comprare un po’ di fumo io contento. Ma se tu ripassi da qui con un solo grammo faccio arrestare”. Mi pare d’essermela cavata con un semplice “grazie preferisco di no” stile Bartleby lo scrivano. In ogni caso il “Brucaliffo” ci fece passare.

Se al confine, al posto suo, ci fosse stato Osiride a pesare il mio cuore con la bilancia, di certo me lo avrebbe negato. Non ci eravamo lasciati troppo bene con Anna, la ragazza di cui ero ancora innamorato. Comunque, anche se pieno di dubbi e sensi di colpa ero partito. Ripensandoci però era come se quel viaggio covasse da tempo in qualche angolo della mia mente. L’idea dell’Oriente, infatti, non era venuta per caso. Oltre ai classici “Vita di Milarepa” e “L’avventura della coscienza” di Sri Aurobindo c’erano stati romanzi del calibro di “Kim” che avevano aperto la strada, così come “Siddharta” e “Il gioco delle perle di vetro” di Herman Hesse divorati con passione. Per non parlare della fascinazione per Carl G. Jung e la “Psicologia del profondo”. Il viaggio “on the road” era stato affrontato a suo modo anche da “Then an Alley”, l’Opera Beat di Tito Schipa Jr. a cui avevo partecipato e che aveva debuttato nel 1967 proprio al Piper. Musiche prese a prestito da Bob Dylan (con testi riscritti da Mario Fales, sempre in inglese) e coreografie alla West Side Story. Sebbene in chiave pre-politica quel piccolo musical aveva anticipato alcuni temi della contestazione: un gruppo di ragazzi figli del boom, in fuga da questa società ingiusta e dai valori borghesi mollavano tutto diretti non si sa bene dove, alla ricerca di se stessi. Poi nel 1970 arrivò “Orfeo 9”, la nuova opera rock di Tito. A ben vedere anche quella storia parlava di un viaggio, ma si trattava di Lsd. Filosofia orientale ed esperienza psichedelica andavano di pari passo. Come il Buddha e William Blake, l’Lsd e Jimi Hendrix, i funghetti allucinogeni e “Le porte della percezione” di Aldous Huxley.

E la politica? Certo, come no! Chi non ha partecipato in quegli anni alle proteste contro guerra del Vietnam o a qualche seminario su Gramsci o sul “Capitale” di Marx alzi la mano. A casa di Anna, precisamente nella stanza di sua sorella Alessandra, ogni pomeriggio si tenevano riunioni di Potere Operaio. Qualche volta partecipavo anche io, da uditore. Ma l’idea che “Lo Stato borghese si abbatte non si cambia”, come si diceva allora, non mi convinceva. Schierato a sinistra da sempre e da sempre contrario alla violenza. Così mentre al di là del muro si progettava la “rivoluzione” noi consultavamo “i Ching” ascoltando “In a gadda da vida” degli Iron Butterfly, per capire cosa avremo fatto della nostra vita.

La nostra limousine intanto procedeva spedita in territorio afghano. Immaginavo una distesa deserta. Invece con mia sorpresa l’intera pianura compresa tra le montagne e il fiume Hari era piena di verde e di ruscelli che portavano acqua a coltivazioni di mandorle e pistacchi estese a perdita d’occhio. In cuor mio speravo che quel viaggio verso l’origine, là dove tutto era cominciato, mi avrebbe aiutato a capire tante cose anche di me stesso; avrei imparato a evitare le buche più dure, a volermi un po’ più di bene e forse a diventare più saggio e meno insicuro di quanto non fossi. Mentre l’infaticabile Puccini guidava come al solito, noi catturati dal paesaggio ascoltavamo Bob Dylan e la sua “I Shall be Released” («I See my Life come Shinin’ from the West unto the East»). Insomma, anche il profeta riluttante del folk sembrava indicare che la salvezza andava cercata a Oriente. L’Oriente che era dappertutto e in nessun luogo.

La vista di Herat ci aveva colto di sorpresa. Il tramonto incendiava le alte mura di terra cruda e con bagliori rosso fuoco. Ci fermammo pochi giorni, forse un paio. Rileggendo “La via per l’Oxiana” di Robert Byron” scopro che la città non era cambiata granché dal 1938, l’anno a cui risalgono le sue descrizioni. Per le strade polverose circolavano ancora pochissime automobili. I calessi colorati trainati dai cavalli sfrecciavano su e giù al posto dei taxi. Nel principale crocevia del centro sopravviveva il piccolo gazebo per il riparo dell’agente munito di una mazza rossa e di un fischietto da incongruo vigile urbano per minacciare le carrozzelle più indisciplinate. Girando per le vie si incontravano di tanto in tanto i resti dei bei tempi che furono: il mausoleo di Gawhar Sad (nuora di Tamerlano), la moschea, i quattro splendidi minareti rivestiti in maioliche colorate, le cisterne del vecchio bazar. Di Herat non ho altri ricordi, è passato troppo tempo. Ricordo benissimo invece che alla partenza, superata da poco la città ci eravamo fermati sulla strada presso il chiosco di un venditore di meloni e cocomeri. E che dopo aver goduto abbondantemente di quella dissetante e succosissima polpa, l’omino, che doveva averci preso in simpatia, ci aveva condotto in punta dei piedi in un luogo segreto quanto inaspettato. Sul limitare del deserto, all’ombra di un boschetto di eucalipti, protetto da un ampio terrapieno circolare si presentava davanti ai nostri occhi un piccolo lago dai riflessi smeraldo. Passato il primo momento di stupore, mi ero spogliato e poi subito tuffato in quella acqua freschissima e di incredibile limpidezza, seguito a ruota dagli altri. Tuffarsi un quelle acque fresche per poi uscire sotto il sole per lasciarsi asciugare dal vento del deserto è un gioco che dobbiamo aver ripetuto cento volte. Quasi fosse un rito di purificazione collettivo. Quando ci siamo messi in cammino il sole era già abbondantemente oltre mezzo giorno.

«Viandante non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando»… Mentre cercavo di ricordare i versi di Antonio Machado, il poeta preferito di mio padre, avevamo avvistato un caravanserraglio sull’altro lato strada. All’epoca già ne restavano in piedi pochi (non oso pensare come sia la situazione dopo trent’anni di guerra) mentre un tempo sulla via della seta se ne contavano a centinaia. Pensavamo di fare solo una breve sosta. Ma si era fatto buio in fretta e quel luogo era talmente pazzesco che decidemmo di fermarci. Il vento fresco del deserto aveva spazzato via le nuvole e adesso una quantità incredibile di stelle brillava nel cielo. Tappeti rozzi ma dai colori accesi erano disposti sul pavimento. L’impiantito di fango era piacevolmente riscaldato dalle stufe a legna sottostanti per tutta la lunghezza del terrapieno, alto circa tre metri da terra, dove ci eravamo sistemati. Tutto intorno regnava un silenzio speciale, interrotto soltanto dal chiacchiericcio sommesso dei cammellieri e degli autisti dei camion raccolti a piccoli gruppi attorno ai narghilè. Ogni tanto, si udiva in lontananza il bramito dei cammelli richiusi nei recinti. Per cena fu servito un tradizionale pulao – riso cotto a vapore insieme all’uvetta, alle carote caramellate e alla carne di agnello – che ricordo ancora come uno dei più succulenti mai assaggiati, da bere infiniti bicchierini tè. Poi, ci infilammo nei sacchi a pelo. Avevo la netta sensazione che la macchina del tempo ci avesse di colpo trasportati in una zona protetta dall’avanzata inesorabile della modernità o in uno di quei racconti delle Mille e una notte che leggevamo da ragazzini. L’unica differenza è che adesso di quella favola facevo parte anche io. Sopra di me palpitavano le stelle. Più in là nell’oscurità, protetti nei loro barracani di lana i carovanieri se la russavano alla grande. A quel punto anch’io ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato.

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I miei articoli

da Roma a Katmandu 5

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Una risposta

  1. bravo Alberto mi hai ben riportato subito in loco… Odori, colori, macchina del tempo… E’ divertente leggere i racconti di chi fece lo stesso viaggio e vedere come si complimentano e come spesso ne escano le stesse conclusioni

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