Colpa di Velasquez

Cosa era? L’inizio dei 70? E io dove ero? A quei giorni mi ha riportato:

che strano sogno

voltarsi intorno

e non vederti più”.

Vecchioni. Roberto Vecchioni. Ero tornato in Italia dopo poco più di due anni tra India e Afghanistan. Il viaggio di Marco Polo per tornare a Venezia come pretesto per diventare uomo, lasciare indietro il ragazzo che si inventava la vita giorno per giorno ma comunque con un gran piacere. Irrinunciabile.

Ero tornato con le tasche vuote e ricco delle immagini di deserti, montagne, mari: tutto molto epico e disperso in immagini senza nome.

Ritrovarsi a Roma dove di epico non c’era altro che la ripetitività dei luoghi e dei gesti. Inutilità. Tutto era “cui prodest?”

Anche dipingere vetrate per scambiarle con quattro sghei da infilare in tasca era permeato di temporaneità.

La cantina, un piccolo appartamento vetrato nel garage a casa di mio padre, significava le ore a colare vernici colorate su lastre di cui consideravo comunque la precarietà.

Stavano nascendo le prime radio private che erano subito diventate una compagnia costante. Quando mi passava per il petto infilavo una cassetta nel mangianastri e tra Dylan e Cohen tornavo alla mia musica gracchiante che fosse da usurati vinili ma perlopiù era la radio che mi faceva compagnia. Quelle troppo politicizzate colme di chiacchiere e promesse inutili le lasciavo ad altri. Musica e quanto più possibile la musica che arrivava da Usa e Inghilterra. Toccò pure a me una notte che Canale non poteva andare, spinto dal Bormioli, mettermi davanti a piatti e microfoni in una radio che andava per la maggiore. “Città futura?” Forse. La memoria come tutti sanno è puttana.

Il tempo delle radio private. Scoprii Dalla, De Gregori, Guccini e una sera venne un tipo fuori che raccontava di tal Velasquez.

ahi Velasquez, ahi chitarra come spada,

mantello di sabbia, orecchio mozzo, antica sfida…”

Mi è venuto in mente che quando avevamo una nostra band avevamo provato un chitarra solista veramente bravo ma il tipo si era poi innamorato di una milanese e se ne era andato lassù; faceva il solista in registrazione con un certo Roberto Vecchioni.

Marcellino lo aveva trovato in qualche locale dalle parti di Piazza Bologna. Già Marcellino… Se apparisse ora sarebbe davvero più che una sorpresa. Cantante quando messo su un gruppo aspiravamo all’Olympia, poi dissolto con moglie e quattro figlie, per essere ripescato in una strada romana dopo qualche anno, lui in cerca di lavoro io importatore piuttosto ricco così che fu normale cominciasse a lavorare come rappresentante coi tessuti indiani e i miei straccetti. Due anni? Poi un giorno non è tornato; al telefono di casa, i telefonini non erano nemmeno una promessa, nessuno rispondeva. Passati degli anni il commercialista che avevo all’epoca capitò mi dicesse che aveva il fratello di Marcello tra i clienti. Gli chiesi di informarsi ma la risposta mi confuse ancor più. Pare si fosse innamorato di una diciassettenne e con lei era fuggito in Brasile ma soltanto per un paio d’anni. Poi di nuovo qui dove però era svanito chissà dove.

Marcellino, quegli anni e la musica italiana: quella di Vecchioni. Credo di essermeli comprati tutti quei long playng.

Dal giradischi a valigia di Selezione del Reader’s Digest ero passato a un assembramento decente di pezzi. Ero passato in negozio dal Farnetti, ex dj del Piper, e davanti al mio desiderio di farmi un impianto serio, le stoffe mi avevano arricchito, l’amico Peppe mi portò al piano di sotto e avviato un impianto mi lasciò a godermi quel suono pulito dai bassi gonfi che sembravano toccarti il petto. Poi tornò nella stanza: “700 mila”, disse e fece partire un altro disco su un altro impianto. Se ne tornò su. Mi godetti un suono più che pulito, perfetto finché riapparve: “Un milione e cento.” Fece per far partire una nuova combinazione di apparecchi ma io avevo capito. “Mettimi insieme un settecentomila di spesa.”

Nemmeno serviva per suonare i dischi di Vecchioni, ma i Dire Straits o Hendrx per dirne due meritavano.

Grande donna mia

Non farti mai portare via

La gioia del tuo culo e del tuo cuore”

Le parole della musica di quei tempi che si succedono nella mia memoria. Se sapessi cercare a fondo troverei che la musica ha fatto da sfondo al vissuto momento per momento.

Dance me, dance me to the end…”,

Sparagli Piero e dopo un colpo sparagli ancora…”, questa chissà perché ce l’avevo fissa in testa mentre viaggiavo a cavallo,

And your matchbook songs and your gypsy hymns

Who among them would try to impress you?

Sad-eyed lady of the lowlands”

Cosa non è capace di riportare la musica? Eccomi seduto davanti a una tastiera mentre lo stesso computer mi canta:

Gli uomini, il mondo e farne poesia

Con l’occhio azzurro io ti salutavo

Con quello blu io già ti rimpiangevo”

a seguire l’impulso a formare una parola sapendo che la s è accanto alla a e che se voglio ò e à e ù accentate devo pescare quei tre tasti all’etrema destra nella fila di mezzo ed ecco che ho scritto “all’etrema” mi avverte il Mac con una vistosa, anche per i cecati, sottolineatura rossa.

Accompagnato dalla musica. Una musica diversa per ogni tempo e a me oggi m’ha preso così. Colpa di Velasquez.

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4 risposte

  1. La colonna sonora della nostra vita…
    M’ispira a creare una lista di titoli e testi di canzoni che descrivono la mia vita.
    Sono tanti, quindi, solo uno per anno… poi lo pubblico.
    Bravo Pino, vai col Tango! Mi dispiace per le tue disabilita’, e ti capisco, avendo
    anche io le mie.
    SEMO VECCHI!

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