BOB DYLAN 80 o il potere delle canzoni

BOB DYLAN 80 o il potere delle canzoni.

Oltre alla fortuna di avere l’età giusta al momento giusto per girare il mondo a nostro piacimento (in autostop, in bus, in automobile, in bicicletta) attraverso itinerari e paesi oggi impossibili da percorre se non a rischio della propria incolumità, abbiamo avuto anche quella di poter nutrire la mente ed il cuore attingendo alla straordinaria fioritura di una stagione musicale irripetibile. Il compleanno di Bob Dylan ( il 24 maggio – domani -compirà ottant’anni) arriva giusto per ricordarcelo. Non è una semplice coincidenza o forse lo è, fa lo stesso. Fatto sta che l’interludio tra il suo album d’esordio del 1962 prodotto da John Hammond e la pubblicazione di “Slow Train Coming” (1979), il suo disco più ispirato dai tempi dei “Basement Tapes” si lega come la colonna sonora di un “road movie” alla stagione eccezionale di cui parlavo prima. Quella aperta da Allen Ginsberg con il suo pellegrinaggio in India (cui seguirono a ruota i primi hippies) che si chiude nel 1979 con l’invasione dell’Afghanistan da parte dei sovietici.

“Times They Are A Changing”. I tempi stavano davvero cambiando. Non poteva essere altrimenti, anche se non comprendevamo tutte le parole. La dimostrazione che il potere rivelatore di quelle canzoni meravigliose non fosse legato soltanto ai testi, ma piuttosto all’intensità di una voce magnetica come nessun’altra, al linguaggio, al sound, all’energia che trasmettevano l’aveva fornita uno spettacolo musicale andato in scena proprio al Piper Club nel 1967, “Then an Alley” (E poi una strada). Tito Schipa Jr. ci aveva infilato dentro i temi delle più belle canzoni degli ultimi due album “Freewheeling Bob Dylan” e di “Highway 61”, ma i testi (in un camaleontico slang anglo-dylaniano) li aveva riscritti quel genio di Mario Fales per dare una struttura coesa allo spettacolo. Comunque anche così era evidente che canzoni come “Mr Tamburine Man”, “Like A Rolling Stone”, “Masters of War” parlassero di noi, dei nuovi diritti civili, sociali e personali – la libertà sessuale e affettiva, il pacifismo, l’anti autoritarismo, le visioni di “Johanna”- che si stavano affacciando alla nostra consapevolezza. «Because something is happening here but you don’t know what it is. Do you, Mr. Jones?» Proprio così: stava accadendo qualcosa e noi eravamo parte del cambiamento e se poi quel Mr. Jones non lo capiva, che andasse pure a farsi fottere.

Quegli album ascoltati e riascoltati mille volte erano diventati nel frattempo i nostri romanzi di formazione. Non solo quelli di Dylan, ma tutti gli ellepì che grazie alla straordinaria fioritura artistica di quegli anni, sia nel rock che nella nostra canzone d’autore, stavano diventando/erano diventati il veicolo di una nuova cultura giovanile. Canzoni che intercettavano e spesso anticipavano i rivolgimenti politici e sentimentali che stavamo vivendo a livello collettivo e personale. Quelle canzoni, così ci sembrava, parlavano al nostro inconscio in una lingua segreta che solo noi, i diretti interessati potevamo comprendere anche se non spiccicavamo una parola d’inglese. A breve quella folgorante esplosione di creatività avrebbe fatto i conti con un salto tecnologico. Proprio nel 1979 Sony e Philips presentavano ad Amsterdam il primo Cd. Il passaggio dal formato analogico al digitale avrebbe portato alla progressiva smaterializzazione della musica e decretato di lì a breve la scomparsa del caro vecchio ellepì. Una semplice coincidenza (l’ennesima) o piuttosto un caso di “Sincronicità”? Il concetto coniato da Carl G. Jung si riferisce a quando due eventi che avvengono in contemporanea, senza apparente nesso causale, finiscono per determinare un evento che ha un’influenza sulla nostra vita.

Come sappiamo il passaggio non è avvenuto di colpo. Prima che i padelloni in vinile finissero in soffitta ci sono voluti anni. Resta il fatto che quella data, il 1979, segnò non solo la fine dei viaggi in Oriente – a causa di una guerra – così come noi li abbiamo vissuti, ma anche quella di una stagione musicale indimenticabile che proprio negli album in vinile aveva trovato il veicolo ideale per farci viaggiare con la mente ed il cuore.

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2 risposte

  1. abbiamo vissuto forse l’unico periodo di pace da secoli e ne abbiamo approfittato in pieno. Abbiamo preso quel limitato tempo che la storia ci ha concesso e riempito di esperienze viaggi avventure amori. sempre liberi anche se non senza fare errori, tanti…Il tutto con la musica. Il vinile sta ritornando, io purtroppo dovetti ridurre molto la mia collezione ma nelle bancarelle specializzate si trova buona roba (vedere il mio ultimo post su Facebook…). Io amavo, amo, tutta la musica, meno san remo style, dal blues a Dylan i Rolling anche il Jazz con Coltrane Pharao Sanders Monk Colemann… la musica folkloristica italiana I Dischi Del Sole (chi se li ricorda? si trovano da Rinascita) con Bob Dylan fu amore a primo orecchio, ancora oggi, dieci minuti fa stavo ascoltando Girl from the North Country insieme a Johnny Cash.

  2. Dylan forever, che fortunata generazione la nostra! Dylan è anche il figlio di mia figlia Alice, la maggiore, 50 anni. Lui va per i 22, non è musicista ma è un super Dylan.

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