Tutto cominciò ? 2

28 maggio 2020

Tutto cominciò? 2

Toccò arrivarci fino in Afghanistan attraversando un India rurale e caotica, quella bella, la magica India.
Bombay e poi su attraverso il Gujarat, il Rajasthan e fino ad Agra e poi Delhi. Il viaggio si andava arricchendo di incontri e di immagini.
Il Taj Mahal è portentoso ma se ti capita di visitarlo in una notte di luna piena, circondato dei suoi roseti in fiore e tanto per gradire ti sei buttato giù un acido, allora il Taj Mahal è sconvolgente.
Come fermarsi una notte sulla riva di un fiume sulla strada per Ahmedabad e poco distante scoprire un tempio a Shiva e per la notte accoccolarsi col sacco a pelo dentro un’enorme Yoni di pietra. Un sonno che più sano non si può, finchè mi svegliano delle voci che ridono e scherzano: è l’alba e sporgendomi appena dal bordo di quella accogliente vagina spio una decina di donne che nel fiume si bagnano con i sari di ogni colore appiccicati sul corpo.
Viaggiare in macchina o in treno in India lontani dalle rotte turistiche significa una sorpresa dopo l’altra: madre India la chiamano e in effetti è la madre di tutte le meraviglie. Un altro paese: no. Un altro pianeta.
Su verso nord e poi nella capitale il primo incontro con i funzionari delle ambasciate cinesi che lì, come poi a Rawalpindi e a Kabul, rifiutarono il visto che ci avrebbe consentito di partire da dove Marco Polo era partito. All’epoca gli americani non avevano ancora giocato a ping pong con i cinesi, così questi, offrendoci cortesemente un buon thè, per tre volte dissero no, che non si poteva proprio dare un visto.
“Allora noi faremo a modo nostro e cominceremo il viaggio dal confine cinese”.
Che poi divenne quello russo perché per trovare i cavalli adatti era meglio Kunduz e
iniziatico fu anche il viaggio verso Kunduz, nel profondo nord a ridosso del confine russo.
Ci eravamo ritrovati a Kabul con Roberto e Geppy, un veneziano doc come Marco Polo, amico di Roberto più che mio, sul finire dell’inverno alquanto rigido da quelle parti. Un solo albergo aperto nella capitale in quella stagione, si era nella primavera del 1971, e noi tre a giocare a tresette col morto in attesa che dall’Italia arrivassero non so che documenti.
Nell’Halal, quell’albergo, eravamo i soli ospiti e: prima sorpresa appena entrato nella camera a me assegnata controllo armadio e cassetti come d’abitudine e in uno di questi invece della solita Bibbia o un vecchio scontrino trovo un libro in italiano dalla copertina rosa: edizioni Feltrinelli, Henry Miller, Primavera nera.
Di corsa alla reception. “Chi c’era prima di me in quella stanza?” domando. Breve ricerca nel registro. Un nome e un cognome di uno svizzero italiano.
Miller era stato una pietra miliare del mio excursus culturale ma quello, che non avevo mai letto, fu un libro che segnò una svolta nella mia vita: “Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura.” E io, che già covavo l’idea che essere scrittore fosse una perdita di tempo, sulla strada c’ero.
La seconda sorpresa della sosta all’Halal fu un occidentale alto, dal cappello a tesa larga, seguito da una donna che dimostrava di essere anche lei sui trent’anni, evidentissimamente incinta.
Si diressero alla reception dove il solito ometto guardava noi ospiti giocare come tutti i giorni con strane carte e riempirgli la tovaglia annotando punteggi.
Parlottarono un po’, poi mentre l’impiegato accompagnava la donna alla camera, l’uomo col cappello ripassò accanto al nostro tavolo: “Italiani?”, chiese. “Tresette?” “Posso” e scostò una sedia per non alzarsi più: romano, appassionato di tresette e poi scoprimmo di cavalli.
Della nostra età più o meno, operatore cinematografico si era inventato quel viaggio andando a dire alla Fao che partiva per fare delle riprese per conto della Rai e ottenendo così di fare una serie di riprese sui loro campi di sostegno in quella parte del mondo e avendone in cambio la pellicola necessaria; andando poi in Rai per invertire il gioco e visto che partiva per conto della Fao in cambio di servizi di viaggio ottenne la cinepresa adatta e così insieme alla moglie su un pulmino Volkswagen si era messo in viaggio.
Quando seppe che proseguivamo verso il nord per andare a comprare sei cavalli per poi ridiscendere seguendo la via della sete fino a Venezia, sbiancò: era appassionato di cavalli e…
La moglie lo guardò brutto e tutto quello che lui ottenne fu di accompagnarci col suo Volkswagen fino a Kunduz ed esserci quando avremmo scelto i primi cavalli.
Io rimasi ancora qualche giorno a Kabul, roba di ambasciata e passaporto, per poi imbarcarmi su un autobus per il viaggio iniziatico di cui accennavo.
La solita vecchia e sgangherata corriera stracolma di barbuti soggetti e qualche gallina in gabbia che sul tetto non aveva trovato spazio.
1971 e l’Afghanistan di bello e terribile aveva questa sua immagine di medio evo protratto che insieme alle minigonne delle afghane ricche di città mescolava la rigidità dei burka.
Turisti ne vedevano ancora molto pochi e così uno straniero tutto per loro, su un loro autobus e disponibile a sorridere era una preziosa novità.
Tutti intorno a me, anche in piedi pur di vedermi da vicino e rivolgermi una miriade di domande. Nessun che parlasse inglese. Frastornato? Rintronato piuttosto dai suoni di quella lingua dura, talvolta aspirata, e in quel frangente costantemente seguita da un punto interrogativo.
Cosa volevano sapere? Non ne potevo più, così ruppi l’assillo domandando a mia volta: “Ma che cazzo volete? Nun ve capisco.”
La frase in italiano, meglio in romano, e il tono con cui l’avevo sbattuta sul tavolo, li riscosse, “Ahhhh…”.
Avevano compreso e giù pacche sulle spalle di amichevole comprensione e ognuno se ne tornò al suo posto. Nelle varie soste lungo quel viaggio in corriera, parecchie ore, non riuscii a pagarmi un solo Ciaj: era tutto offerto. Gran bella gente, fu l’impressione che mi rimase.
Kunduz aveva un aspetto non molto dissimile da Kabul. Quello che mancava era la pur minima esibizione di lusso e modernità che invece la capitale si sforzava di esibire. Una grossa città agricola, popolata di varie etnie con una preponderanza di caratteristiche mongole nei tratti.
I miei amici avevano già trovato un albergo dall’aspetto più o meno occidentale e lì andai a raggiungerli.
Giornate pigre da dedicare alla ricerca dei cavalli adatti girando per mercati e fattorie. Ne mettemmo insieme i tre che ci occorrevano. Claudio e sua moglie ripartirono verso Kabul per il loro viaggio nelle zone dove agiva la Fao e noi, tornando un giorno in all’albergo, incappammo in una visione: nell’ombra di una stradina trasversale, al riparo dal sole cocente della primavera afghana, era parcheggiata un’antica carrozza berlina dell’ottocento, alta, in legno Verde Pera Scuro, con un vecchio afghano addormentato sul sedile del cocchiere.
Era il proprietario di quel meraviglioso pezzo da museo, che faceva regolare servizio di piazza lì a Kunduz e da lui la comprammo, in cambio dei pochi dollari che gli bastarono a comprarsi una casa e una mucca.
Una berlina del 1893 costruita dalla Holden Constable London, era marcata sui mozzi. Il colore, il Verde Pera, che da quelle parti chiamavano Persiano, era quello originale con gli interni in cuoio nero ancora ben conservati.
Riuscimmo a sapere che era stata ordinata da un nobile russo che più tardi, al momento della guerra civile russa, con questa scappò verso sud e si rifugiò in Pakistan cedendo poi la berlina al Viceré inglese. Costui la perse subito al termine della guerra Anglo-Afghana del 1919 e come bottino fu portata in Afghanistan. Come fosse arrivata a Kunduz rimase un mistero a cui non riuscimmo a risalire ma sta di fatto che era diventata nostra, pronta a portarci a Venezia.
A me toccò prendere la mia prima e ultima patente di conducente di carrozze. Né corsi, né esami. Due foto insieme all’ex proprietario.
La berlina Holden Constable partì con noi ma a Venezia non arrivò mai per un nostro errore sostanziale.

30Sergio Baldi, Franca Cino e altri 28
Commenti: 18
Visualizzato da 97
Mara Italiani
Bellezza

Pino Cino
io o il vecchio?

Mara Italiani
Pino Cino

Tu! e lui pure!

Sergio Baldi
che invidiaaa

Paolo Paci
la mia foto e’ andata perduta… ma era moto simile alla tua

Fernando Fera
Una leggenda. Foto di sapore salgariano. Bellissimo racconto, come lo sono un po’ tutti quelli pubblicati in questo gruppo.

Paolo Paci
bel pezzo, prima di leggerlo ho fumato un po’ di Afghano in tuo onore

Fabio Patalani
He He, certo che il VECCHIO allora aveva la metà dei tuoi anni…….!

Carmen Miraglia

Claudia Ferrari
ammazzaò che figo
Pino

Sergio Baldi
per il visto per l’india

Pino Cino
a belli capelli!! Sorprendente è che il visto te l’abbiano dato

Sergio Baldi
‘na vorta, mo so quasi come te
Paolo Paci
fra Gesu’ Cristo e D’Artagnan
Pino Cino
Paolo Paci
ma una foto d’epoca? non hai il coraggio?
Sergio Baldi
pancho villa! che bei baffi
Pino Cino
quando ci incontrammo eri meno florido
Paolo Paci
Pino Cino
questa e’ la foto giusta… . Ho perso quasi tutte la mie foto i questi questi anni di spostamenti

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Una risposta

  1. quando ritornai in Afghnanistan nel ’71 nel giardino dell’Ambasciata italiana trovai un paio di cavalli che pascolavano nel prato. Solo dopo, seppi che erano i vostri.

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